Il mondo di Catullo
I 116 carmi del liber catulliano sono noti al grande pubblico sopratutto per i versi d'amore indirizzati alla bella e traditrice Lesbia. «Dammi mille baci, e poi altri mille, e poi altri cento». «Ti odio e ti amo. Non so perché, ma so che è così. E me ne tormento». Anche chi non ha mai studiato letteratura latina o letto i testi di Catullo molto probabilmente conosce questi versi perché li ha visti citati da qualche parte, anche sui social o sui foglietti dei Baci Perugina.
Leggendo questa raccolta, però, quello che colpisce (oltre all'eccezionale qualità tecnica della composizione) è non solo la bellezza dei versi d'amore, ma la grande varietà dei temi, degli argomenti e degli interlocutori della poesia di Catullo.
I carmi d'amore, ad esempio, non sono indirizzati soltanto a Lesbia, ma anche al giovane Giovenzio, poco fedele come la stessa Lesbia. Catullo descrive banchetti, viaggi e incontri con prostitute, dialoga con amici e nemici, tempesta di insulti i rivali in amore e i membri della fazione cesariana, prende in giro i poeti che scrivono libri lunghissimi e poco curati dal punto di vista formale, utili solo a incartare il pesce per cuocerlo, per citare proprio uno dei suoi carmi. Poesie brevissime che condensano in due o tre versi una straordinaria raffinatezza stilistica e la più alta espressione del sentimento amoroso si affiancano a testi infarciti di insulti ed espressioni volgari e a carmi più lunghi e complessi (i così detti carmina docta) di argomento mitologico. È tutto il mondo romano, con i suoi personaggi, la sua vita, la sua cultura, a emergere da questa raccolta poetica e al termine della lettura sembra quasi riduttivo pensare a Catullo solo come a un poeta d'amore.
Ad accomunare questa variegata produzione è l'estrema cura stilistica che caratterizza tutti i componimenti, anche quelli di argomento più basso o dal linguaggio più volgare, che possono sembrare il frutto di un'invettiva spontanea. Di spontaneo in questi versi c'è poco. Catullo, e con lui tutto il gruppo dei poetae novi di cui fa parte, recupera la poetica di Callimaco, un poeta di età ellenistica vissuto tra il IV e il III secolo a.C. ad Alessandria d'Egitto. Questo autore rigetta i componimenti troppo lunghi e prolissi, poco curati dal punto di vista stilistico, e propone invece poesie snelle, ma caratterizzate da un'altissima cura del dettato poetico, una erudizione raffinata e un lungo, accurato labor limae (l'espressione, però, è del poeta latino Orazio), lavoro di limatura, che consiste nel tornare di continuo sul testo e perfezionarlo, levigando lo stile, selezionando il lessico, rifinendo la struttura retorica. Catullo abbraccia questa visione della poesia, criticando senza remore i lunghissimi, pesanti, noiosi poemi della letteratura latina del passato e prendendo in giro senza pietà i loro epigoni a lui contemporanei, ben poco dotati come poeti. Quindi anche i testi che sembrano più legati a occasioni del momento, come banchetti o fugaci incontri d'amore, sono in realtà frutto di una lunga e attenta revisione stilistica.
Per di più, i poetae novi respingono anche i contenuti della poesia tradizionale, rifiutano l'attività pubblica e politica, si disinteressano del bene comune, della storia, delle guerre civili, delle conquiste, e preferiscono cantare l'amore, le amicizie, i rapporti tra i membri del loro stesso circolo, la vita galante. Proprio questo rifiuto per la cosa pubblica, che per i romani della vecchia generazione è sacra, scatena contro di loro e contro Catullo i rimproveri di Cicerone, attivissimo nella vita politica. È lui a coniare l'espressione poetae novi in senso dispregiativo: insomma, dei giovani, viziosi, raffinati poetastri appena arrivati che pensano di poter abbandonare il mos maiorum (i costumi degli antichi) e parlare di quello che vogliono senza rispetto per la tradizione, la politica e i doveri del cittadino romano. E anche Cicerone si guadagna un posto nel liber di Catullo, che lo cita in un componimento per ringraziarlo, non sappiamo per cosa, ma probabilmente con intento ironico. Cicerone, forse, non ha apprezzato. Noi senz’altro sì.