Dopo Chattam, Grangé, la Vargas, Bussi e ora Frank Thilliez, inizio a pensare che il panorama del thriller francese contemporaneo non sia poi così male. “La stanza dei morti” era il libro giusto che cercavo in questo momento, un thriller che, seppur non classificherei eccezionale, ha comunque svolto più che discretamente il suo scopo: quello di impressionare il lettore con una storia senza freno e ricca di suspense.
La vicenda si apre nella grigia campagna del Nord della Francia, dove due giovani disoccupati, nel bel mezzo di una notte brava, investono uno sconosciuto. Presi dal panico decidono di nascondere il cadavere in una palude, di intascarsi soldi che vi hanno trovato di fianco e di scappare come se niente fosse. Non sanno che l’uomo è il padre di una bambina rapita, e che i soldi che aveva con sé erano i soldi del suo riscatto, che era venuto a consegnare al rapitore. E non lo sapranno fino alla fine della storia. Già, perché, nel buio della notte, qualcuno lo ha visti: il rapitore della bimba, che poi sarà il nostro assassino, un assassino col gusto dell’orrido, che ama impagliare animali e collezionare macabre bambole. Inevitabilmente la bimba muore e verrà ritrovata vestita e posizionata proprio con una macabra, con un macabro sorriso sulla bocca.
Macabro, macabro, macabro. E’ l’aggettivo che descrive meglio questo romanzo, un senso di insano, di malato e putrido che coinvolge tutto, la mente dell’assassino, l’ambiente in cui opera, i suoi rituali. E anche il gusto della nostra detective protagonista, Lucie Hannebelle. Finalmente una detective lontana dagli stereotipi della bellona dal passato difficile stile Amelia Sachs di Deaver! Lucie, minuta, timida, sottovalutata dai superiori, vive con due neonate ed è morbosamente attratta dalle storie crude, dai dettagli inquietanti, dalle complesse menti criminali: quando le viene chiesto di lavorare al caso ci si butta con grinta e voglia di riscatto.
In totale, buon thriller, suspense ben dosata, atmosfera inquietante, colpi di scena che non mancano e scrittura non acerba e non sofisticata, adatta ad un thriller dal ritmo veloce. Peccato però per il finale un po’ superficiale e per alcuni punti non chiariti o comunque non bene approfonditi. Alla lontana, per il gusto del macabro, quasi splatter, che lo pervade, mi ha ricordato gli indimenticabili romanzi di Chattam, ma lì c’era davvero da avere tanta, tanta paura.