Fra tutte le testimonianze che ho letto sull'Olocausto (e sono tante) questa è sicuramente la più incredibile. E dimostra quanto il clima di confusione e follia dell'epoca fosse davvero ai massimi livelli. Germania, 1935: Sally Perel, giovane ebreo, è costretto, a causa delle persecuzioni razziali, a lasciare la famiglia e e trasferirsi prima in Polonia e poi in Russia, dove viene accolto in un orfanotrofio: questo non basta a risparmiargli una retata durante la quale cade prigioniero dei nazisti. A questo punto sicuramente penserete che venga trasportato in un campo di concentramento e subisca maltrattamenti e angherie di ogni tipo come tantissimi altri...e invece no!! Sally si finge un Volksdeutscher, un orfano di guerra, un tedesco di pura razza ariana che ha perso casa, genitori e documenti in un bombardamento..e viene incredibilmente creduto! Da quel momento la sua vita prende un corso inaspettato e impensabile, totalmente diverso da quello che avrebbe preso in altre circostanze, totalmente doverso da quello preso per gli ebrei del tempo: Sally diventa la mascotte di un gruppo di soldati tedeschi partecipando ad alcune valorose azioni della campagna russa e poi viene spedito in Germania in una scuola della gioventù hitleriana, dove viene istruito a quel folle credo che sta distruggendo il suo stesso popolo. Sino alla fine della guerrà reciterà questa parte con scaltro, prontezza e molta, costante paura, riuscendo così a salvarsi la vita...e a ritornare nalla città natale come Salomon Perel l'ebreo e non come Joseph Perjell il giovane ariano.
Sapevo del film "Europa Europa" ma ignoravo l'esistenza del libro, che mi ha realmente stupita per la sua incredbile storia: quella di una persona la quale si sforza di fingere una parte che le è antagonista pur di sopravvivere, con amarezza, timore e al contempo speranza e ostinazione. E' un urlo alla voglia di vivere, un naturale istinto alla vita che porta a giustificare ogni mezzo pur di farcela. E ce la fa, portando il suo corpo alla salvezza...ma la sua anima non sarà meno distrutta di quella dei tanti sopravvissuti ai campi. Non solo per la solitudine immensa provata durante gli anni vissuti in un'identità che non gli apparteneva, col sentimeno di chi non è carne e nemmeno pesce...ma anche perchè lotterà per tutto il resto della vita con un senso di colpa, col rimorso quasi di non aver vissuto ciò che ha scampato, con quella vergogna da occhi bassi di fronte a coloro che hanno subito soprusi e sevizie. Memorabile il passaggio del libro in cui Perel si descrive come un prigioniero senza prigione, un prigioniero di se stesso, uno smarrito che annaspa: il lettore non può che ammirane la lucidità in più di una situazione, ma alla fin fine prova per lui anche una grande pena.
In conclusione, una forte testimoninza di grande intensità drammatica, discutibile e incredibile.