Essendomi appassionato da poco alla prosa di Roberto Bolaño, uno di quegli scrittori di cui vorrei leggere l'opera omnia sulla fiducia, mi ha incuriosito molto questa piccola raccolta di interviste che lo scrittore cileno rilasciò negli ultimi anni della sua vita. Devo dire che, sebbene solitamente tali tipologie di libri non entusiasmino molto, qui invece emerge tutta la straordinarietà di questo scrittore, un personaggio quasi romanzesco che ha viaggiato per il mondo, un letterato ed intellettuale curiosissimo e coltissimo che sembrava aver letto tutti i libri, ascoltato tutte le canzoni (persino Nicola Di Bari!) e guardato tutti i film, un poeta autodidatta che ha sofferto la fame e la solitudine, un sognatore che ha sempre voluto scrivere non per arricchirsi ma per emanciparsi e per esercitare la propria libertà di pensiero, un divoratore di libri che ha trovato nella lettura e nella scrittura un conforto durante i momenti bui, un outsider che ha fatto i lavori più disparati e disperati per guadagnarsi da vivere, ha combattuto coraggiosamente per quello in cui credeva, sia in campo politico che in campo artistico, ha perso amici e ha affrontato una malattia terribile, ha avuto molte sfortune ma sempre mantenendo un atteggiamento lucido, razionale, persino distaccato, molto ironico e soprattutto auto-ironico nei confronti dell'esistenza e, infine, ha potuto, almeno nei suoi ultimi anni, godere di un certo riconoscimento, riconoscimento che dopo la sua morte è diventato vero e proprio culto.
Nelle quattro interviste qui raccolte, in cui Bolaño dialoga ed entra in sintonia con suoi colleghi, amici e stimati giornalisti, da Hector Soto e Matias Bravo a Carmen Boullosa, da Eliseo Alvarez a Monica Maristain, emergono sia i tratti salienti del Bolaño scrittore e pensatore, sia i lati più intimi e teneri del Bolaño uomo, che in questo caso più di ogni altro rappresentano due aspetti inscindibili, in quanto si tratta di uno scrittore che ha messo tutto se stesso nelle sue pagine (la leggenda vuole che rifiutò un trapianto di fegato per finire di scrivere 2666, non facendo più in tempo ad ottenere un'altra possibilità).
Bolaño è piacevole conversatore e mostra intelligenza vulcanica e grande senso dell'umorismo, è un fiume in piena e parla a tutto campo: della letteratura ispanoamericana, dove con sincerità spiazzante non risparmia frecciate, pur riconoscendone l'altissimo valore, ai vari Gabriel Garcia Marquez e Mario Vargas Llosa, Octavio Paz e Pablo Neruda, e demolendone gli altisonanti e ridicoli imitatori, gli ambiziosi epigoni che mirano alla consacrazione nazionale e gli scribacchini votati al successo commerciale (bersagli prediletti sono, in quest'ultimo caso, Paulo Coelho, Marcela Serrano e Isabel Allende); della sua produzione letteraria, incentrata sull'indagine del male e dell'irrazionalità nell'uomo, un'opera fatta in prosa poetica, costellata di frammenti narrativi che sembrano nascere da un unico universo letterario, ricco di voci polifoniche, ripetizioni e variazioni sul tema, motivi ricorrenti e tentativi spesso fallimentari di rivoluzione in campo artistico e politico, un mondo abitato da scrittori tristi, sognatori sconfitti e personaggi marginali e spiantati, esistenze precarie e derelitte; del tentativo di dare nuova linfa alla letteratura del nuovo millennio, portandola da una dimensione locale ad una vocazione globale, cosmopolita, attingendo sia dalla propria tradizione ispanica (il Don Chisciotte di Cervantes è il testo seminale di tutti gli scrittori di lingua spagnola) e latinoamericana (quella degli amatissimi Nicanor Parra, Bioy Casares, Borges e Cortazar, rispettivamente considerati da Bolaño come padri e fratelli maggiori letterari), sia dalla letteratura nordamericana (egli stesso vede l'influenza nelle sue due opere principali, “I detective selvaggi” e “2666”, rispettivamente de “Le avventure di Huckleberry Finn” di Mark Twain e di “Moby Dick” di Herman Melville; ma cita anche Emily Dickinson, Walt Whitman, Edgar Allan Poe, William Faulkner, Kennedy Toole e persino Philip K. Dick tra gli scrittori ammirati) ed europea (e qui i riferimenti spaziano da Pascal a Jarry, da Schwob a Wilcock, da Rimbaud a Kafka, da Joyce a Pound, da Perec a Montale); del debito verso “Sotto il vulcano” di Malcolm Lowry, che come “I detective selvaggi” è stato definito il grande romanzo messicano; del bisogno di una nuova critica letteraria, della stessa qualità di quella creata da Harold Bloom; del suo rapporto con il movimento infrarealista, da lui creato insieme al suo migliore amico, Mario Santiago, il quale non riuscì a leggere l'omaggio che Bolaño gli fece ne “I detective selvaggi” con il personaggio di Ulises Lima, a lui ispirato, perché morì poco prima della pubblicazione; dei suoi genitori, soprattutto del padre, camionista e campione di pesi massimi del Cile meridionale, digiuno di letteratura e proveniente da cinquecento anni di analfabetismo; del suo teppismo letterario, della sua iconoclastia artistica, dei suoi ideali politici e delle sue battaglie rivoluzionarie, dal marxismo ortodosso al trotskismo all'anarchismo, dei molti esili e del contrasto ma anche della gratitudine verso Salvador Allende; delle sue tre patrie, il Cile, il Messico e la Spagna, che poi per Bolaño sono una sola, la lingua spagnola; del tentativo di sintetizzare e conciliare cultura alta e bassa, dei suoi gusti musicali e cinematografici, dei lavori da guardiano notturno in un camping e da venditore di bigiotteria in un negozio di souvenir, dei concorsi letterari spagnoli ai quali partecipava per farsi notare e del suo editore Herralde; del sesso e dell'amore e dell'affetto per la sua famiglia, della malattia e di tantissime altre cose.
Ho amato tantissimo, tra le lapidarie e fulminanti sentenze e le memorabili battute di spirito, la definizione che Bolaño, con grandissima ironia e un pizzico di modestia, dà di sé come scrittore con più passato, quando l'intervistatore gli fa notare che alcuni lo hanno definito come lo scrittore con più futuro.
A impreziosire la raccolta di interviste, in apertura troviamo una preziosa introduzione di Marcela Valdes, che inquadra dapprima il Roberto Bolaño scrittore e poi il suo capolavoro, 2666, spiegandone la genesi, citando le fonti di principale ispirazione (tra cui spicca su tutti il coraggioso “Ossa nel deserto”, libro-inchiesta dell'amico Sergio Gonzalez Rodriguez sui fatti di Ciudad Juarez) e fornendo una sintetica interpretazione del romanzo, come dell'intera opera letteraria, che è soprattutto un meraviglioso invito alla lettura. In chiusura, invece, troviamo un'appendice che regala ai lettori italiani la trascrizione dell'intervista che Raul Schenardi fece a Bolaño alla Fiera del Libro di Torino nel maggio del 2003, pochi mesi prima che morisse, e una postfazione di Nicola Lagioia, grande ammiratore di Bolaño, che riesce in modo molto efficace a far risaltare la vita e l'opera di questo straordinario scrittore.
Nella sua postfazione, Lagioia fa giustamente notare la grandezza di Bolaño come “riapritore di giochi”, avendo scritto in un'epoca, gli anni novanta del secolo scorso, culturalmente dominata dal grande romanzo americano, da una generazione di scrittori che denunciava gli effetti aberranti del capitalismo sfrenato ma da una prospettiva comunque borghese, altolocata, confortevole (si pensi alle opere-mondo che possono ben paragonarsi per mole e portata a “2666”, “Underworld” di Don DeLillo e “Infinite Jest” di David Foster Wallace, ma anche alla Trilogia Americana di Philip Roth), e che, diversamente da quella dei loro padri (Hemingway, Salinger, Vonnegut), di formazione europea, fossilizzandosi nella sua grandezza rischia di chiudersi in se stessa (la grande eccezione è qui William T. Vollmann), di non guardarsi più al di fuori del proprio contesto e di fare un discorso che alla lunga risulta monotono, ripetitivo e sterile, qualcosa di assolutamente originale, qualcosa di nuovo e di non ancora compreso a fondo, qualcosa in grado di dare nuova linfa alla letteratura del ventunesimo secolo e di far luce sul nostro mondo da una prospettiva inedita, quella dell'America Latina che per l'Europa è stata manicomio, allo stesso modo per cui il Nord America ne è stata la fabbrica. Un continente verticale, disperato e folle, povero e sottosviluppato, violento e grottesco, misterioso e ferino, picaresco e irrazionale, una terra di confine che rappresenta l'insensatezza del mondo intero, che sublima i drammi della Storia di tutti i tempi e luoghi e che si rispecchia in quel cuore di tenebra in mezzo al deserto che è Ciudad Juarez nella realtà, o Santa Teresa in 2666.
Per tutti questi motivi, non soltanto consiglierei la lettura di questo libretto agli estimatori già consolidati di Bolaño, che hanno già letto quasi tutto di lui e che vogliono completare la sua produzione letteraria, ma anche ai semplici curiosi che, come me, hanno appena iniziato a conoscerlo e ad apprezzarlo e si sono già innamorati della sua scrittura, intuendo una certa empatia e riconoscendo un'anima affine.