Decisioni e spazio, sta a voi scegliere cosa merita
Li ho suddivisi in due anni e ora li ho portati a termine; i Bech non sono i Rabbit, sono assai più intellettuali. Henry Bech è uno scrittore ebreo fittizio che tira in causa colleghi veri come Roth, Malamud, Bellow (la triade, ma non quella gobba). Updike nei suoi panni conserva una sana, raffinata, divertita ironia. È un maestro nel tenere questo registro, prolunga il piacere da una pagina all’altra, sembra che scriva con il sorriso sulle labbra inducendolo in chi legge.
“Bech in scacco” è composto da 5 novelle a sé stanti. La mia preferita è stata “La ricompensa svedese” che si apre così
La predilezione dell’Accademia svedese per le nullità pittoresche e i polemisti anti-sistema, classici destinatari dei suoi premi nati dalla dinamite, ha oltrepassato i confini del capriccio e assunto, con quest’ultima selezione, una dimensione sconcertante. Se era infine arrivato il momento di tornare a eleggere un vincitore americano, la scelta di ignorare candidati solidi come Mailer, Roth e Ozick – per non parlare di Pynchon e DeLillo – in favore di questo superato fautore della scrittura elegante, la cui scarna opera non è nemmeno, come per Salinger, frutto di una maestosa astinenza da ogni forma di pubblicazione, può essere letta solo come un affronto premeditato.
e poi circa a metà viene rincarata la dose
Stoccolma, sparpagliata sul suo arcipelago baltico, scintillava di freddo. Le donne svedesi sfoggiavano gote accese di sangue sopra colletti di lupo ed ermellino mentre le loro teste dorate attraversavano le strade alla moda, tappezzate di ristoranti e antiquari, di Gamla Stan, la città vecchia. Bech fu portato a pranzo in un celebre ritrovo di scrittori, il Källaren Den Gyldene Freden, assieme ad alcuni esponenti, assai pettegoli, dell’Accademia svedese. «Sembrava un testa a testa», gli confidò uno di loro, un uomo piccolo, calvo e ammiccante, famoso per una serie di racconti ambientati nel Värmland che ricordavano Selma Lagerlöf, «tra Günter Grass e Bei Dao, con Kundera come terzo incomodo. Tu eri nella lista solo perché c’era chi temeva che un americano più credibile potesse vincere. E invece hai vinto tu, furfante che non sei altro! Sono convinto che i voti a tuo favore siano stati una protesta contro il socialismo. Come vedi, da queste parti la qualità della vita è alta, ma per qualcuno le tasse sono troppo gravose».
Updike per coloro che non l’avessero mai letto è uno capace di scrivere
«Uno legge proprio perché non ci sono decisioni da prendere, si è già occupato di tutto l’autore. È quello il privilegio».
E’ un privilegio leggere autori come lui, le decisioni di Pynchon e DeLillo -per non parlare di Wallace- le lascio volentieri agli amanti della letteratura big-bubble (mastichiamo, mastichiamo bubble-gum).
Piacevole anche la novella Bonus conclusiva “L’opera” (1999) in cui Bech racconta della presenza di alcune sue vecchie fiamme ai reading successivi alla vittoria del Nobel. I reading sono intervallati dai ricordi delle frequentazioni giovanili di quelle donne.
Non ho apprezzato altrettanto la deriva semi pulp di “Bech in nero”, dove l’autore e la sua giovane compagna escogitano modi fantasiosi per uccidere i critici letterari troppo severi nei confronti dei romanzi di Bech. Ad ogni modo l’ironia, per quanto venata di nero, è presente anche in questa novella.
Mi sono segnato un passaggio che vale per tutto l’Updike che ho letto (ed è parecchio) e che potrebbe aiutare chi è titubante nei suoi riguardi:
Quello che scrivo non è pornografia; cerco semplicemente di dare alla componente sessuale della vita lo spazio che merita
Nessun autore va letto per forza, men che meno John Updike, uno che trova più spudorato parlare d’amore che non raccontare i suoi personaggi come lo fanno o come lo vorrebbero fare.