When the Shepards' car breaks down in pre-War New York City, a chain of events is set in motion that will transform the lives of the beautiful but stupid Evan Shepard, his doomed lover Rachel, and both their families. Fated to play out the mistakes of their parents, Evan and Rachel quickly discover the betrayal behind the dream, and desperately try every avenue of escape, only to find that all paths lead back to the small Long Island coastal town of Cold Spring Harbor, and to each other. But if there is no better chronicler than Yates of the quiet tragedy of thwarted suburban lives, Cold Spring Harbor is a testament to the absolute necessity of dreaming; for Yates's protagonists, hope may be all there is.
Richard Yates shone bright upon the publication of his first novel, Revolutionary Road, which was nominated for the National Book Award in 1961. It drew unbridled praise and branded Yates an important, new writer. Kurt Vonnegut claimed that Revolutionary Road was The Great Gatsby of his time. William Styron described it as "A deft, ironic, beautiful novel that deserves to be a classic." Tennessee Williams went one further and said, "Here is more than fine writing; here is what, added to fine writing, makes a book come immediately, intensely, and brilliantly alive. If more is needed to make a masterpiece in modern American fiction, I am sure I don't know what it is."
In 1962 Eleven Kinds of Loneliness was published, his first collection of short stories. It too had praise heaped upon it. Kurt Vonnegut said it was "the best short-story collection ever written by an American."
Yates' writing skills were further utilized when, upon returning from Los Angeles, he began working as a speechwriter for then-Senator Robert F. Kennedy until the assassination of JFK. From there he moved onto Iowa where, as a creative writing teacher, he would influence and inspire writers such as Andre Dubus and Dewitt Henry.
His third novel, Disturbing the Peace, was published in 1975. Perhaps his second most well-known novel, The Easter Parade, was published in 1976. The story follows the lives of the Grimes sisters and ends in typical Yatesian fashion, replicating the disappointed lives of Revolutionary Road.
However, Yates began to find himself as a writer cut adrift in a sea fast turning towards postmodernism; yet, he would stay true to realism. His heroes and influences remained the classics of F. Scott Fitzgerald, Flaubert and short-story master, Chekov.
It was to his school and army days that Richard turned to for his next novel, A Good School, which was quickly followed by his second collection of short stories, Liars in Love. Young Hearts Crying emerged in 1984 followed two years later with Cold Spring Harbour, which would prove to be his final completed novel.
Like the fate of his hero, Flaubert, whose novel Madame Bovary influenced Revolutionary Road and The Easter Parade, Richard Yates' works are enjoying a posthumous renaissance, attracting newly devoted fans across the Atlantic and beyond.
Adesso sentiva che il whisky stava cominciando ad agire, discreto e meraviglioso, nel suo sangue e nel suo cervello.
Siamo nel “vasto, palpitante, eppure silenzioso” salone del Pennsylvania Hotel a Manhattan ed è pomeriggio inoltrato, ora dell’aperitivo – è comunque sempre l’ora giusta per un drink – e gli anni sono quelli durante l’ultimo conflitto mondiale (ultimo?), quello saggiamente chiamato Seconda Guerra Mondiale, per non escludere a priori la possibilità di una terza. Charles e Gloria si incontrano per discutere del futuro dei rispettivi figli, Evan e Rachel. Lui ci vede poco, dovrebbe fare qualcosa di serio per i suoi occhi: ha lasciato a casa una moglie in perenne stato nevrotico, depressa, semialcolizzata, e suo figlio Evan, che col tempo è diventato gentile e molto bello, è però rimasto piuttosto inconcludente e con futuro incerto e un presente modesto; il padre non vorrebbe caricargli sulle spalle un secondo matrimonio - il primo con prole e divorzio - già all’età di ventitré anni, preferirebbe rimandare, fargli prima portare a casa qualche anno di college. Lei, Gloria, ha un divorzio alle spalle, ha tirato su i suoi due figli non si sa bene come, vivendo del suo ingegno direbbe lei, che vuol dire sapersi arrangiare: adesso vorrebbe che sua figlia Rachel sposasse Evan nel giro di qualche mese visto che si frequentano intensamente. Ma adesso è anche pronta a considerare aperta la possibilità che tra lei e Charles… che lui magari risvegli dal sopore, non solo alcolico, la sua esistenza che di ingegnoso non pare avere granché.
Il Pennsylvania Hotel a Midtown Manhattan costruito negli anni Venti ha 1700 stanze.
L’alcol è presente nelle vite di queste personaggi, che Yates sa rendere persone vive – l’epoca ancora consente di berlo durante gran parte della giornata, anzi lo incoraggia – e colpisce quanto spesso le loro azioni siano dettate da sorsi “discreti e meravigliosi” che man mano alterano stati mentali e comportamenti. Nell’alcol si cerca conforto, compagnia, si cerca forza e ispirazione, lucidità e decisione. L’alcol agevola la socialità, pare avvicinare. Poi, però, succede che “ogni cosa non potrà che andare nel peggiore dei modi possibili”, come Yates ci ha insegnato.
Tuttavia, questa volta il senso di tragedia sembra aleggiare meno incombente. Ma è solo apparenza. È solo perché i sogni sono meno luminosi e più concreti, più prossimi a pragmatici progetti di vita: niente epocali trasferimenti in Europa, come per i Wheeler di Revolutionary Road, niente successi artistici come per Emily di Easter Parade o Michael di Young Hearts Crying o di nuovo Frank Wheeler. Qui, gli Shepard e i Drake sembrano volti a una quieta sopravvivenza “nei parametri della normalità che l’epoca in cui vivono impone”. Ma, come dicevo, è solo apparenza: il romanzo si conclude con questa frase che la giovane madre Rachel dice rivolta al suo neonato, chiamato col nome del padre seguito da Junior come se dovesse proseguire un illustre casato: Perché lo sai che cosa diventerai? Diventerai un uomo. Frase che non ha nulla della promessa o dell’auspicio, quanto piuttosto della minaccia. Una condanna. È come se Yates presentasse un’illustrazione di Norman Rockwell, il pittore del cosiddetto “realismo romantico”, ma ci facesse intravedere le crepe, le rughe, gli sconquassi del tempo e dell’esistenza che soggiacciono: Georg Grosz sotto una tela di Rockwell. Oppure Hieronymus Bosch, come fa notare Luca Rastello nella sua penetrante introduzione.
Anni ‘40: Easter Parade.
Credo serva un grande narratore per racchiudere in una manciata di pagine una messe di dettagli e notazioni importanti al contempo raccontando una storia, racchiudendo determinanti tranche-de-vie. Per farlo bisogna padroneggiare la lingua e saperla ‘lavorare’, limando e aggiustando e riparando e modificando, magari ripetendo le parole ad alta voce (nel silenzio notturno) fino a raggiungere il suono giusto, secondo la migliore tradizione che io trovo cominci col sommo Flaubert. E come tante bovary, i personaggi di Yates sono immersi nel vorrei-ma-non-posso, nel sogno spicciolo, nell’illusione, e sostanzialmente nella mediocrità anche quando sembrerebbero svettare. La lampante dimostrazione del fallimento dell’American Dream: anche perché, forse non l’hanno spiegato bene, a quel sogno bisognerebbe consacrarsi interamente rinunciando a tutto quanto ne esula e sta intorno. Abnegazione pura e totale. Dedizione kamikaze. Trovo illuminante citare Luca Rastello che nella sua penetrante introduzione scrive: Ecco il territorio che ci è stato assegnato per viverci: una crepa. La frattura fra ciò che si è e ciò che si appare, e di più: la frattura fra ciò che si appare e ciò che si vorrebbe apparire. È lo spazio delle vite umane così come lo racconta Yates.
Anni ‘40: treno diretto alla Grand Central Station di New York. La vita nei sobborghi residenziali è fatta di pendolari sui treni.
Yates appartiene a quella scuola, a quella classe, anche questa volta regala un romanzo scritto con eleganza e ironia e empatia, che credo Rastello intenda quando parla di “complicità” – Yates non si erge giudicante, mai, è sempre alla giusta distanza dai suoi personaggi, tutto meno che cinico. Ironia e divertimento di lettura che certo non annullano il senso di tragico che è presente in ogni esistenza descritta.
Era senz’altro uno spettacolo. L’inimmaginabile profilo di New York, visto da quel dirupo sull’altra riva dell’Hudson, era più che sufficiente a togliere il fiato. Faceva capire all’istante che tutte quelle torri bagnate di giallo e arancio e rosso, con le loro innumerevoli finestre fiammeggianti, erano là per un motivo migliore del commercio: erano là per te, come se tu le avessi create esprimendo un desiderio, e il loro fine superiore era di arricchire le tue aspirazioni e ospitare i tuoi sogni.
«Perché lo sai cosa diventerai? Diventerai un uomo»
C'è poco da dire, i romanzi di Yates sono film da leggere. E con questo non sto dicendo che sembrino sceneggiature, ma semplicemente che la sua è una scrittura talmente fluida e cristallina da riuscire con poche pagine a risucchiarti dentro alla storia, al punto da riuscire a farti 'vedere' anche il più insignificante dei particolari, percepire nitidamente tutte le sensazioni che passano per la testa di ogni suo personaggio, vivere le loro stesse delusioni e frustrazioni. Mi accorgo dopo aver letto «Cold Spring Harbor», l'ultimo romanzo di Yates, l'ultimo mio di Yates, che l'umanità che ci descrive è un'umanità borderline, che le sue sono vite vissute sull'orlo del precipizio, alle quali basta un niente per precipitare nella follia o nella disperazione, che tutte le sue famiglie, l'unica cosa di cui per Yates abbia un senso scrivere, sono infelici ma, per dirla con Tolstoj, sono infelici a modo loro. Mi viene da pensare che già a partire dai titoli, piuttosto che nella scelta dei nomi, Yates si divertisse a seminare indizi, a prendersi gioco del lettore: «Revolutionary Road», per una storia che di rivoluzionario alla fine ha molto poco, quasi una presa in giro per Frank e April, «Easter Parade», una parata che dovrebbe immortalare un riscatto in vita, una resurrezione, che non ci sarà mai, «Disturbo della quiete pubblica» che idealmente li riunisce tutti, perché tutti a modo loro disgregano il sogno americano, e infine «Cold Spring Harbor». Mi viene da pensare a un porto che non è mai approdo sicuro nei romanzi di Yates, ma nemmeno un punto di partenza, a una primavera che non sboccia mai, a vite trascorse nel gelo delle proprie ambizioni, sempre su quel filo che si tende sopra la mediocrità ma che è sempre sul punto di spezzarsi, a equilibri destinati quasi sempre ad annegare nell'alcol, a solitudini che non si incontrano mai, nemmeno quando condividono un tetto. Che futuro potrà esserci quindi per i Drake - Gloria, madre logorroica insoddisfatta e tendente all'isteria e i suoi figli, l'imbambolata e innamorata Rachel e l'adolescente e silenzioso Phil - e per gli Shepard - il mite retto e deluso 'capitano' Charles, Grace la moglie alcolizzata sempre sull'orlo della depressione e il figlio Evan, bello come il sole ma incapace di coltivare un sogno? E soprattutto come potranno i destini incrociati di Rachel e Evan, il loro matrimonio e le loro aspettative di vita, correre sullo stesso binario nello squallore delle loro case di Cold Spring Harbor? O sarà forse il binario sul quale Phil, preda dei suoi turbamenti adolescenziali, correrà verso il college, lasciando un padre amato ma mediocre (correre a leggere la biografia di Yates per capire che Phil più di altri è Richard Yates!) l'unica speranza di riscatto? O invece è quel bambino che nasce l'uomo nuovo destinato alla felicità? Ma può l'uomo medio, per Richard Yates, essere felice? «Be', direi che quest'estate ognuno di noi ha avuto i suoi alti e bassi« disse Gloria quando venne servito l'aperitivo, «ma secondo me possiamo essere tutti felici qui, non vi pare?»
Onesto scrittore anni '50. Gradevole da leggere, meno verboso di Bromfield, meno energico di Hemingway, ma un tantinello sopravvalutato, anche se una spanna sopra a John Fante. E soprattutto angosciante, le storie di questi falliti senza neanche essere disperati sono non poco deprimenti. Assolutamente realistiche, ma che disperazione!
Cold Spring Harbor (1986) è chiaramente ambientato nella cittadina omonima dello stato di New York, negli anni ’30-’40. Ha per protagonista un irrequieto e confuso giovane di nome Evan, attorno al quale ruotano alcuni personaggi, caratterizzati magistralmente, tutti a loro modo problematici e in cerca d’equilibrio: un quadretto perfetto, da sceneggiatura cinematografica. La trama è semplice, la scrittura fluida e concreta, con decisi tratti di humour a stemperare la malinconia di fondo di quelle vite ‘incomplete’, e dunque si fila veloci… verso la sorpresina finale. Yates è essenziale, preciso, maturo, in questo romanzo: il suo ultimo, purtroppo.
Da amante del realismo più cininco quale sono, proprio non potrei non amare Richard Yates, e questo suo ultimo romanzo ne è per me una nuova conferma. Cold Spring Harbor è un quadretto, il quadretto di una famiglia borghese degli anni '40, o, con la precisione, di due famiglie che si incontrano, quelle dei rispettivi giovani figli che diventano marito e moglie. Da un lato gli Shepards, un marito ex-militare e una moglie malata ed alcolizzata, dall'altra i Drake, un marito assente, una moglie instabile e imbarazzante e un figlio goffo e snobbato (che, come il William Groove di Un ultima scuola, incarna l'alter-ego dell'autore nella sua veste dell'adolescente oggetto dei soprusi altrui?). E in mezzo, loro due, Evan Shephard, belloccio farfallone e svogliato, e Rachel Drake, ragazza buona e convenzionale, l'apparente immagine della mogliettina fedele e felice. Ma di felice in Cold Spring Harbor non c'è proprio niente. Tutti si sforzano di credere e di far credere che tutto vada per il meglio ma non c'è nulla che vada. Come negli altri romanzi di Yates i personaggi restano schiacciati nella loro realtà, vorrebbero muoversi ma restano immobili, fanno castelli in aria, non ce n'è uno che alla fine riesca a realizzarsi in ciò che aveva sperato, ad essere veramente convinto di avere ottenuto ciò che voleva. Sono dei disadattati, dei non-adeguati, oserei dire, degli "sfigati", ma non degli sfigati dai quali ci sente di poter prendere tranquillamente le distanze, bensì degli sfigati come quelli che incrociamo tutti i giorni nella vita reale, che magari sfioriamo col braccio mentre passiamo accanto, che magari potremmo essere noi. Dei burattini che si accontentano ma in verità non sono affatto contenti. Eccessivo pessimismo o triste realtà? Sta a voi giudicarlo. Io so solo che ho adorato questo romanzo di Yates, mi ha lasciato l'amaro in bocca ma mi ha fatto molto pensare...e sorridere, ironicamente.
Hai delle commissioni da fare in centro. L'auto si rompe per strada e ti tocca chiedere aiuto. Non siamo nel 2012 e i telefoni cellulari non sono stati ancora inventati, per cui ti fermi davanti al primo portone che incontri e suoni il campanello. Ad aprirti è una signora in veste da camera, non più giovane ma neanche così avanti negli anni, piuttosto piacente. Ti domanda di cosa hai bisogno, sembra una persona per bene. Le spieghi il problema e le chiedi, sempre che non le costi troppo disturbo, se è possibile fare una telefonata all'officina più vicina. Lei sorride e acconsente subito. Ti fa strada attraverso l'ingresso e mentre la segui lungo il corridoio l'occhio ti cade sulle sue pantofole rosa, un po' consunte, sui suoi talloni screpolati, e non puoi fare a meno di sentirti un bruto invasore di quella quiete domestica, e così ti rifiuti di sbirciare i volti delle foto incorniciate alle pareti e scansi il pensiero che già si fa strada sulla natura dell'odore che ristagna in casa. Raggiungi il telefono. Lei ti dice di fare con comodo e dopo averti indicato il ponderoso volume delle pagine gialle sul ripiano sotto il tavolino ti lascia solo con la cornetta in mano. In casa di una donna sconosciuta.
C’erano cose che pareva non cambiassero mai: il pallore e la stanchezza sul volto di Curtis Drake cedevano sempre il passo a un aspetto rubicondo e pieno di salute dopo pochi sorsi di whisky, e al secondo bicchiere compariva nei suoi occhi un lieve scintillio che richiamava alla mente certe straordinarie e inaspettate mattine di Natale di tanto tempo prima.
Questo grande romanzo corale che parla di tutti noi, perfetto dalla prima all’ultima riga con il suo straordinario finale, è l'ultimo scritto da Yates, ed è il suo capolavoro assoluto.
Yates è un maestro nel narrare queste storie di personaggi ordinari che, non appena provano ad alzare la testa, vengono schiacciati al suolo e presi a calci nei denti dalla vita. La frustrazione che deriva dalle loro aspettative disilluse è quella di chiunque e la potenza di opere come questa sta proprio nel fatto che nel profondo ci sentiamo tutti un po’ amareggiati dalla distanza tra le nostre aspettative e la realtà quotidiana. Quasi al livello di Revolutionary Road.
Le recensioni su questo libro, in giro per il web, erano poche ma in gran parte lusinghiere. Non avendo letto altro di Yates non sapevo bene cosa aspettarmi, dunque l'inizio di questa lettura è stato un po' come una partenza verso l'ignoto. Lo stile dell'autore è sicuramente coinvolgente: pur non raccontandoci chissà quali eventi la lettura è fluida come se stessimo tenendo tra le mani un buon thriller. Ne risulta dunque una lettura piacevole. Tuttavia, sotto certi aspetti il libro mi ha lasciato po' perplesso. In primis, mentre leggevo, mi sono chiesto più di una volta: "ma dove vuole andare a parare, questo Yates?". Sì, perché sebbene io abbia capito che si tratta di un autore a cui piace tenere il focus su personaggi ordinari della middle-class americana, ho trovato che pur descrivendoli accuratamente nella loro quotidianità non riesca a trasmettere molto più di ciò che fanno (come invece riesce a fare un certo Raymond Carver, che fu influenzato dallo stesso Yates). Certo, traspare il disagio che comporta a un’unione matrimoniale la mancanza di privacy (la qual cosa mi ha portato un po’ alla mente Heinrich Böll e il suo “E non disse nemmeno una parola”), a causa della vicinanza di una suocera piuttosto invadente e fuori di testa; il disagio di un adolescente con evidenti problemi relazionali; il paradosso del voler andare a morire in guerra non si sa bene perché. Nessuno di questi temi, tuttavia, è abbastanza approfondito: soprattutto l’ultimo, che secondo me sarebbe risultato il più interessante di tutti, è solo accennato in diversi episodi che, sebbene trasmettano discretamente l’idea, avrebbe meritato più spazio. La narrazione, poi, si sposta da un personaggio all'altro in maniera troppo marcata, confondendo il lettore riguardo a chi sia il vero protagonista e su quali siano gli eventi davvero rilevanti. Certo, si tratta d'un romanzo corale, e dunque un vero e proprio protagonista è giusto che non ci sia, però l’impostazione che Yates ha dato al suo racconto non mi ha convinto del tutto. Insomma, un romanzo scritto con uno stile notevole ma inconcludente (il suo finale ne è un po' la dimostrazione); che mentre lo leggi ti spinge a proseguire, ma che fai fatica a riprendere in mano tra una pausa e l'altra.
“Oppure era possibile che nessuno avesse dei motivi definiti con chiarezza? Forse uomini e donne si mettevano insieme con la stessa casualità e sventatezza con cui si accoppiavano gli uccelli o i maiali o gli insetti, per cui qualsiasi accenno ai «motivi» sarebbe sempre stato vano e illusorio, fuori luogo.”
Un altro mirabile romanzo di questo autore straordinario. I personaggi e le situazioni caratteristici dello scrittore si ritrovano in un’altra storia di ordinaria follia: c’è ancora una volta una madre logorroica e infelice alla ricerca spasmodica di un posto al sole, un padre latitante, un ragazzo alle prese con le insicurezze del crescere, un giovane marito fedifrago con moglie comprensiva e paziente, un militare in pensione con la moglie alcolizzata; questi e altri personaggi si arrabattano tra aspirazioni frustrate e delusioni incombenti in puro stile Yates.
La capacità di mostrare dall’interno le varie psicologie, i timori e i fremiti, la costruzione precisa dei dialoghi, il continuo cambio di prospettiva nell’analisi delle diverse situazioni affrontate, costituiscono il pregio maggiore di una scrittura densa, dolorosa ma anche brillante, con un dosaggio di comico e tragico che fa apparire plausibili anche le situazioni più grottesche.
Mai come questa volta appare evidente lo sguardo compassionevole dell’autore sulle umane miserie dei suoi personaggi. Si compie la parabola della maturità quando inevitabilmente ci si rende conto che non esistono istruzioni per l’uso della vita, ciascuno segue il suo tortuoso cammino.
La chiusa è un tocco di genio; a questo proposito consiglio di leggere l’ottima prefazione solo a romanzo concluso.
La piccola catastrofe della vita quotidiana, ancora una volta tradotta in parole da Richard Yates. Mentre i suoi personaggi, che si sforzano così disperatamente di vivere, finiscono per sopravvivere soltanto, senza mai riuscire a trovare davvero la serenità. (Ma ricordiamoci che fino all'ultimo battito del polso, la storia non è finita...)
La cosa che mi colpisce di più di Yates è che, a differenza di altri scrittori, non cerca di distinguere tra uomini malati e uomini sani, perché è perfettamente consapevole di questa piccola infima verità : tutti, prima o poi, si "ammalano", giovani o adulti, persone brillanti o coglioni finiti. La felicità è "un'eco, forse illusoria, di salvezza possibile piantata all'interno di una dannazione certa". Eppure il meno cinico degli scrittori ci insegna alla fine ad andare avanti, a inseguire questa eco, perché se è un errore credere che ogni storia abbia un lieto fine, è da sciocchi anche essere convinti del contrario.
Carino, direbbe Gloria nel libro, con quel linguaggio che rispecchia la monotonia, il desiderio di apprezzare ci� che si vorrebbe - gi�, ma cosa si vorrebbe? Ma non lo definirei proprio carino: � invece forte, deprimente, fagocitante. Non c'� scampo alla mediocrit� del vivere.
Ma è finito di colpo o il mio e-book si è perso un pezzo? Comunque è tutta una storia di famiglie che cercano di salvare le apparenze. Le donne (quelle già un po' agée) sono tutte alcolizzate. I figli (quelli adolescenti) sono disadattati e bistrattati oppure tendono alla delinquenza. Le ragazze si fanno mettere nei guai. I padri sono dei personaggi patetici e imbarazzanti. Un bel quadretto di american way of life.
Ben scritto e le tematiche care allo scrittore trovano il giusto spazio ma è come se gli mancassero un paio di capitoli, ti viene da chiederti: cosa succederà ora? Però forse è l'intento di Yates🤔
Storie di gente comune, middle class nell’America degli anni trenta e quaranta del secolo scorso. Personaggi che vivono un’esistenza mediocre, senza grosse tragedie o traumi, ma con la consapevolezza dell’inevitabile fallimento dietro l’angolo che frena qualsiasi ambizione, destinati a vivere nelle aree suburbane delle grandi città una vita dignitosa, anonima e declinante. Cold Spring Harbor è una zona residenziale di Long Island, trenta chilometri da New York ma sembra un villaggio. Charles Shepard è un ex capitano dell’esercito, una carriera militare deludente, conclusasi con un congedo anticipato a causa della perdita progressiva della vista, che ora si dedica nella loro modesta villetta ad accudire la moglie che dalla depressione è passata all’alcolismo. Il figlio Evan, testa calda da giovane, l’ha messa a posto di corsa quando si è dovuto sposare per aver messo incinta la sua prima ragazza (un matrimonio finito presto) e impiegarsi in una fabbrica come operaio generico (anziché andare all’università). Un’estate conoscono i Drake, una famiglia di New York, ed Evan si fidanza ben presto con Rachel, una ragazza fragile ed emotiva mentre la madre Grace, una donna divorziata, semi isterica, soffocante con i figli, impicciona, trasandata, eterna vittima si innamora di Charles che la evita come la peste; c’è anche Phil, il fratello di Rachel, il tipico adolescente con tutte le sue fisime. Non succede molto se non le “solite cose” di famiglie normali: la convivenza per un certo periodo con la suocera, rende la vita quasi impossibile a Rachel e Evan, Phil in una estate abbandona i giochi da ragazzino e si trova un lavoretto estivo, Evan, scartato alla visita di arruolamento per la guerra, si riavvicina alla prima moglie…Un romanzo dallo stile piuttosto minimalista (che mi ha ricordato molto Raymond Carver), preciso e privo di fronzoli, con un racconto fluido che però procede quasi a blocchi, dedicandosi di volta in volta ai diversi personaggi che entrano in scena sul palcoscenico della vita a recitare il loro ruolo di eterni sconfitti, così che la storia in sè sembra non condurre da nessuna parte (ma la vita delle persone comuni dove va?). Primo approccio con questo scrittore e un romanzo solo non basta a dare Richard Yates. Ne leggero altri, a questo tre stelle e mezzo.
Yates è uno dei mi scrittori preferiti, ma quest'ultimo romanzo non sta tra le vette della sua produzione. Detto questo, è comunque piacevole e vi si ritrova la stessa umanità disorientata, sola e inconsapevolmente triste delle sue opere piú riuscite. Forse qui è mancato quel guizzo in piú che fa breccia al di sotto di una superficie sovraccarica di quotidianità e che consente di guardare negli occhi il vuoto della cosiddetta normalità. Che poi è tutto tranne che normale. Abitudine, ripetitività, consuetudine con l'indifferenza e l'egoismo: il ritratto della lower middle class americana è presto fatto. Insomma, una lettura che fa male e, come tale, consigliata.
Non sarà la sua opera migliore, e forse la semplicità della storia ricorda più da vicino i racconti di Yates che i suoi grandi romanzi, ma questo "Cold Spring Harbor" è un esempio lampante della genialità dell'autore americano. La trama è trascurabile, i personaggi sono la solita accozzaglia di adulti delusi intenti ad ostentare una fiera compostezza e giovani che vedono frantumarsi le loro illusioni contro la fredda durezza della vita, ma è il modo in cui Yates dirige, orchestra e conclude la narrazione a farne un libro assolutamente godibile.
Richard Yates ci porta a Cold Spring Harbor, una cittadina di Long Island,anni '40, qui conosciamo due famiglie gli Shepard e i Drake, personaggi alquanto diversi. Un romanzo corale in cui tutti i protagonisti rivelano le loro problematiche, un aspetto molto autobiografico dell'autore, lo spettro della seconda guerra mondiale, tradimenti, alcolismo, crisi di nervi e adolescenze irrequiete. Ultimo romanzo dell'autore.
Yates ritrae personaggi ben lontani dalla perfezione, personaggi ordinari che cercano qualcosa di più nella vita, ma che in qualche modo finiscono sempre per cadere. Forse non c'è la tristezza di fondo che avevo trovato in Revolutionary Road ma anche stavolta non mi aspettavo nulla di positivo da questi personaggi e ho fatto bene. È una storia semplice e semplice sono le vite di queste persone ma in un modo o in un altro finiscono sempre per incasinare tutto e scontrarsi con la realtà. Recupererò sicuramente gli altri romanzi.
Due famiglie americane nell'imminenza della seconda guerra mondiale. Le menzogne nelle relazioni, una costante della letteratura di Yates, più che "la voglia di dare a questa vita tranquilla una svolta che sembra non arrivare mai".
Non sarà una trama appassionante ma Yates ha una scrittura così fluida e naturale e vera che viene da pensare che ogni gesto o pensiero non possa essere scritto in modo diverso.
il solito disperato Yates, molto alcol e personaggi dimessi più che in altri libri. vogliono tutti qualcosa, sanno che non l'avranno. si dirigono quietamente verso la delusione inevitabile.
Presto dimenticher�� la trama di questo libro, che si snoda attraverso semplici fatti quotidiani.
La mia attenzione invece �� stata calamitata solo ed esclusivamente dai personaggi che si muovono poco abilmente all���interno di questo palcoscenico, che �� la realt�� ordinaria.
Di personaggi infatti si tratta, non di persone, nel teatro e non nella vita, sembrano svolgersi le loro azioni. Ognuno di loro, incarna alternativamente la figura dell���attore, che recita oltremodo malamente la vita che vorrebbe, e quella dello spettatore di se stesso, non in grado di agire secondo proprie convinzioni, ma seguendo la regola e i dettami del pi�� forte. Emerge cos�� gradualmente, man mano che si procede nella lettura, il senso di inadeguatezza e di fallimento con i quali, ogni personaggio �� costretto a convivere in questo ���messa in scena��� della loro esistenza. Il senso di repressione, di rancore dettato dalle ristrette regole di una cittadina provinciale come Cold Spring Harbor, conduce al loro progressivo ���abbruttimento morale���, trasformando in loro visi in maschere sempre diverse, pronte per essere indossate a seconda delle situazioni da affrontare.
Ne emerge cos�� un ritratto spietatamente psicologico che per alcuni di loro , rasenta le patologie pi�� estreme.
E come non intravedere in questa famiglia, all���interno della quale si svolge la rappresentazione della vita, se non il riflesso della societ�� che li circonda e ci circonda e della quale, noi stessi facciamo parte, a volte come attori, altre volte come spettatori!
... e generalmente i personaggi di Yates ce l'hanno, questo male di vivere, e se lo tengono ben stretto. A Cold Spring Harbor, cittadina residenziale di Long Island, sembra che questo male di vivere ce l'abbiano tutti, ma tutti cerchino di nasconderlo. C'è il colonnello Shepard, con la moglie alcoli ... (continua)
... e generalmente i personaggi di Yates ce l'hanno, questo male di vivere, e se lo tengono ben stretto. A Cold Spring Harbor, cittadina residenziale di Long Island, sembra che questo male di vivere ce l'abbiano tutti, ma tutti cerchino di nasconderlo. C'è il colonnello Shepard, con la moglie alcolizzata che non esce di casa. C'è suo figlio, Evan, un giovane che sembra avere le idee molto chiare sul suo futuro tanto quanto non è in grado di realizzarle. C'è Rachel, sua moglie, che si porta appresso una famiglia particolare: una madre divorziata con qualche problema di troppo, e un fratello molto chiuso e riservato. Come succede in modo abbastanza ricorrente nei lavori di Yates, c'è la facciata, felice, un volto finto da mostrare agli altri, e il disagio, strisciante nel sottofondo, che avvelena le vite dei vari personaggi facendo fare loro scelte che prima o poi faranno finire i personaggi in un baratro senza uscita.
Sarà Schadenfreude ,ma io trovo Yates qualcosa di sublime, quasi catartico.
Diventerai un uomo... Le ultime parole che lasciano tutto ancora da dire. Cosa? Cosa succede dopo? Niente. Si ricomincia. Come in un cerchio. Diventerai un uomo, ti sposerai, avrai figli e ti sentirai perso e inutile. Non sarai mai felice o soddisfatto del tuo lavoro e dei tuoi affetti e finirai a bere birra in un pub pieno di sconosciuti a parlare da solo. È il senso del tutto qual è? Che la vita non è giusta. Che niente va mai come abbiamo progettato perché ci vengono continuamente posti davanti degli ostacoli apparentemente insormontabili ma che in realtà non esistono perché provengono dal contesto, da cio che ci sta intorno sin da quando nasciamo e che non ci rende liberi se non con il pensiero. È questa la cosa insopportabile in questo libro. Ogni personaggio vive una vita per niente soddisfacente e sta sempre lì a fantasticare su ciò che non ha senza però neanche provare ad ottenerlo. Vivono facendosi trascinare dalla corrente e quelle poche volte che decidono di rompere gli schemi, non si accorgono che i loro gesti non fanno altro che ritorcersi contro le persone che amano. È un cerchio da cui è impossibile uscire. Possono solo continuare a girare nel cerchio infinito delle loro vite vuote ricoperte da uno spesso strato di perbenismo.
Il desiderio segreto di abitare in una delle zone residenziali più chic di tutta Long Island e l'esser disposti a tutto pur di farlo per davvero, sommato al bizzarro comportamento di una "famiglia allargata" che proprio non riesce a trovare il giusto equilibrio per una serena e quieta convivenza, più l'irresistibile fascino di Evan Shepard - che in fin dei conti non guasta mai -, sono questi gli ingredienti principali di "COLD SPRING HARBOR" un piccolo - e forse poco noto - capolavoro di Richard Yates che aggiunge l'ennesimo irresistibile tassello alla mia personale missione: scoperta dell'opera omnia di questo immenso scrittore di Yonkers.
Mi dispiace dirlo, ma avevo aspettative molto alte nei confronti di questo libro. Comprendo che l'autore voglia mettere in luce una realtà opprimente e stagnante, ma ho trovato desolante la totale incapacità dei protagonisti di smuovere le acque e dare una spinta al proprio destino. Ogni personaggio rimane esattamente dov'è oppure tenta invano di andare nella direzione opposta. Posso affermare di avere detestato questo romanzo per il senso di malessere che mi ha lasciato. Anche se, con buona probabilità, era proprio questo lo scopo di Yates: raccontare un'esistenza soffocante e priva di significato in cui tutti sono scontenti e nessuno riesce a cambiare le cose.
Mi piace Yates, innegabilmente. Lo metto insieme a quegli scrittori che hanno forgiato la mia visione dell'America, come Steinbeck, o Vidal. Mi piacciono i suoi romanzi, mi fanno sempre pensare ad Hopper e ai suoi dipinti iperrealisti. Bello Cold Spring Harbor, i tanti personaggi, così possibili, così reali: in due righe prendono vita. Li ami, li detesti, li sopporti, li veneri, li compatisci, speri muoiano... Come le persone vere.
Queste pagine di Yates parlano di persone normali, con le loro mediocrità, i loro sogni destinati ad essere disattesi, le loro idiosincrasie. Non ci sono eroi, grandi vicende, imprese. Solo immagini di un mondo comune, fatto di appartamenti umidi, salsedine e sabbia. Ed è questo sguardo lucido e disincantato, a rendere il libro intrigante, affascinante, appagante.