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The Names
Set against the backdrop of a lush and exotic Greece, The Names is considered the book which began to drive "sharply upward the size of his readership" (Los Angeles Times Book Review). Among the cast of DeLillo's bizarre yet fully realized characters in The Names are Kathryn, the narrator's estranged wife; their son, the six-year-old novelist; Owen, the scientist; and the neurotic narrator obsessed with his own neuroses. A thriller, a mystery, and still a moving examination of family, loss, and the amorphous and magical potential of language itself, The Names stands with any of DeLillo's more recent and highly acclaimed works.
"The Names not only accurately reflects a portion of our contemporary world but, more importantly, an original world of its own is created."--Chicago Sun-Times
"DeLillo sifts experience through simultaneous grids of science and poetry, analysis and clear sight, to make a high-wire prose that is voluptuously stark."--Village Voice Literary Supplement
"DeLillo verbally examines every state of consciousness from eroticism to tourism, from the idea of America as conceived by the rest of the world, to the idea of the rest of the world as conceived by America, from mysticism to fanaticism."--New York Times
"The Names not only accurately reflects a portion of our contemporary world but, more importantly, an original world of its own is created."--Chicago Sun-Times
"DeLillo sifts experience through simultaneous grids of science and poetry, analysis and clear sight, to make a high-wire prose that is voluptuously stark."--Village Voice Literary Supplement
"DeLillo verbally examines every state of consciousness from eroticism to tourism, from the idea of America as conceived by the rest of the world, to the idea of the rest of the world as conceived by America, from mysticism to fanaticism."--New York Times
339 pages, Paperback
First published January 1, 1982
About the author
Don DeLillo
83 books6,774 followersDonald Richard DeLillo is an American novelist, short story writer, playwright, screenwriter and essayist. His works have covered subjects as diverse as television, nuclear war, the complexities of language, art, the advent of the Digital Age, mathematics, politics, economics, and sports.
DeLillo was already a well-regarded cult writer in 1985, when the publication of White Noise brought him widespread recognition and the National Book Award for fiction. He followed this in 1988 with Libra, a novel about the Kennedy assassination. DeLillo won the PEN/Faulkner Award for Mao II, about terrorism and the media's scrutiny of writers' private lives, and the William Dean Howells Medal for Underworld, a historical novel that ranges in time from the dawn of the Cold War to the birth of the Internet. He was awarded the 1999 Jerusalem Prize, the 2010 PEN/Saul Bellow Award for Achievement in American Fiction in 2010, and the 2013 Library of Congress Prize for American Fiction.
DeLillo has described his themes as "living in dangerous times" and "the inner life of the culture." In a 2005 interview, he said that writers "must oppose systems. It's important to write against power, corporations, the state, and the whole system of consumption and of debilitating entertainments... I think writers, by nature, must oppose things, oppose whatever power tries to impose on us."
DeLillo was already a well-regarded cult writer in 1985, when the publication of White Noise brought him widespread recognition and the National Book Award for fiction. He followed this in 1988 with Libra, a novel about the Kennedy assassination. DeLillo won the PEN/Faulkner Award for Mao II, about terrorism and the media's scrutiny of writers' private lives, and the William Dean Howells Medal for Underworld, a historical novel that ranges in time from the dawn of the Cold War to the birth of the Internet. He was awarded the 1999 Jerusalem Prize, the 2010 PEN/Saul Bellow Award for Achievement in American Fiction in 2010, and the 2013 Library of Congress Prize for American Fiction.
DeLillo has described his themes as "living in dangerous times" and "the inner life of the culture." In a 2005 interview, he said that writers "must oppose systems. It's important to write against power, corporations, the state, and the whole system of consumption and of debilitating entertainments... I think writers, by nature, must oppose things, oppose whatever power tries to impose on us."
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June 29, 2022
L’ASSOLUTO MISTERIOSO

Anche se, forse, più che di misterioso, dovrei parlare di enigmatico.
A un certo punto (p.43) sembra che il ragionamento di Owen sia condiviso anche da Delillo. Owen racconta a James che ha cominciato a interessarsi di iscrizioni, lingue morte, pietre e tavolette per una questione di storia e filologia: le pietre parlavano, gli sembrava di conversare con i popoli antichi, era, in un certo senso, anche come risolvere un rebus: decifrare, scoprire segreti, tracciare la geografia del linguaggio. Se non che a un certo punto il suo interesse è piuttosto slittato nelle lettere in quanto tali, nei caratteri presi a blocchi, nella forma delle lettere, nell’alfabeto in sé.
Sembra quasi che a DeLillo prema soprattutto una bella parola, una buona frase, un concetto che rimanga: l’estetica dell’alfabeto, più che il senso di quello che può comporre.
Il compimento di una frase.

Enigmatico rimane l’io narrante, James, così come sua moglie Kathryn tuttologa prestata archeologa – nel senso che all’inizio la conosciamo impegnata in uno scavo archeologico su un’isoletta delle Cicladi, e poi apprendiamo che ha fatto tutto, nonostante sia a stento quarantenne, incluso insegnare a Stanford qualcosa legato alla scienza dei computer (la cosa giusta nel posto ideale nel momento perfetto). Ed enigmatico rimane il loro figlioletto di nove anni che sta già scrivendo un romanzo basato sui racconti-memorie di Owen, loro enigmatico amico.
Altrettanto enigmatici sono gli amici-colleghi, europei globe trotter ospiti di Atene impegnati in vari settori della finanza, dello spionaggio, della difesa internazionali.
In parecchie conversazioni mi sono perso – nel modo più tradizionale, e cioè: chi è che dice cosa. E fino all’ultimo mi è rimasta la domanda: è DeLillo che volutamente evita di andare a fondo, di completare il percorso di 360°, o i 360° ci sono tutti, ma io non li ho colti?

Incartato in un falso thriller – un misterioso (enigmatico?) omicidio sembrerebbe collegarsi ad altri, che dalle Cicladi porterebbe alla Giordania, forse dietro c’è una setta, un culto di qualche tipo, individui che Owen ha conosciuto mentre albergavano in una grotta dell’isoletta – reso ancora più misterioso dalla situazione geopolitica: gli ostaggi americani a Teheran stanno per essere liberati ma non lo sanno, la crisi energetica persiste, gli americani sono i bersagli preferiti di sequestratori e attentatori
Eppure è considerato uno dei romanzi migliori di DeLillo. E Karl Ove Knausgård lo mette al top insieme a Rumore bianco, l’opera successiva di DeLillo, e dice che a seguire l’americano non ha scritto nulla di buono.
Rumore bianco mi è piaciuto molto, l’ho letto due volte. Questo, invece, ho fatto molta fatica ad arrivare in fondo.

Nel nostro secolo, lo scrittore ha portato avanti una conversazione con la follia. Si potrebbe quasi dire, dello scrittore del ventesimo secolo, che aspiri alla follia. Alcuni ci sono riusciti, e occupano dei posti particolari nella nostra considerazione. Per uno scrittore la follia è come una distillazione ultima di se stesso, una revisione finale. È l’affogamento delle false voci.

Aldo Mondino e i suoi “Dervisci Konya”.

Anche se, forse, più che di misterioso, dovrei parlare di enigmatico.
A un certo punto (p.43) sembra che il ragionamento di Owen sia condiviso anche da Delillo. Owen racconta a James che ha cominciato a interessarsi di iscrizioni, lingue morte, pietre e tavolette per una questione di storia e filologia: le pietre parlavano, gli sembrava di conversare con i popoli antichi, era, in un certo senso, anche come risolvere un rebus: decifrare, scoprire segreti, tracciare la geografia del linguaggio. Se non che a un certo punto il suo interesse è piuttosto slittato nelle lettere in quanto tali, nei caratteri presi a blocchi, nella forma delle lettere, nell’alfabeto in sé.
Sembra quasi che a DeLillo prema soprattutto una bella parola, una buona frase, un concetto che rimanga: l’estetica dell’alfabeto, più che il senso di quello che può comporre.
Il compimento di una frase.

Enigmatico rimane l’io narrante, James, così come sua moglie Kathryn tuttologa prestata archeologa – nel senso che all’inizio la conosciamo impegnata in uno scavo archeologico su un’isoletta delle Cicladi, e poi apprendiamo che ha fatto tutto, nonostante sia a stento quarantenne, incluso insegnare a Stanford qualcosa legato alla scienza dei computer (la cosa giusta nel posto ideale nel momento perfetto). Ed enigmatico rimane il loro figlioletto di nove anni che sta già scrivendo un romanzo basato sui racconti-memorie di Owen, loro enigmatico amico.
Altrettanto enigmatici sono gli amici-colleghi, europei globe trotter ospiti di Atene impegnati in vari settori della finanza, dello spionaggio, della difesa internazionali.
In parecchie conversazioni mi sono perso – nel modo più tradizionale, e cioè: chi è che dice cosa. E fino all’ultimo mi è rimasta la domanda: è DeLillo che volutamente evita di andare a fondo, di completare il percorso di 360°, o i 360° ci sono tutti, ma io non li ho colti?

Incartato in un falso thriller – un misterioso (enigmatico?) omicidio sembrerebbe collegarsi ad altri, che dalle Cicladi porterebbe alla Giordania, forse dietro c’è una setta, un culto di qualche tipo, individui che Owen ha conosciuto mentre albergavano in una grotta dell’isoletta – reso ancora più misterioso dalla situazione geopolitica: gli ostaggi americani a Teheran stanno per essere liberati ma non lo sanno, la crisi energetica persiste, gli americani sono i bersagli preferiti di sequestratori e attentatori
Eppure è considerato uno dei romanzi migliori di DeLillo. E Karl Ove Knausgård lo mette al top insieme a Rumore bianco, l’opera successiva di DeLillo, e dice che a seguire l’americano non ha scritto nulla di buono.
Rumore bianco mi è piaciuto molto, l’ho letto due volte. Questo, invece, ho fatto molta fatica ad arrivare in fondo.

Nel nostro secolo, lo scrittore ha portato avanti una conversazione con la follia. Si potrebbe quasi dire, dello scrittore del ventesimo secolo, che aspiri alla follia. Alcuni ci sono riusciti, e occupano dei posti particolari nella nostra considerazione. Per uno scrittore la follia è come una distillazione ultima di se stesso, una revisione finale. È l’affogamento delle false voci.

Aldo Mondino e i suoi “Dervisci Konya”.
January 21, 2026
La meraviglia caduta del mondo
Forse la cosa migliore è leggerlo senza troppo pensare. Leggerlo come: un libro di viaggio tra Grecia (Atene, l'isola immaginaria di Kouros, l'inquietante Mani), Medio Oriente, India e Pakistan; una storia sentimentale (Delillo inaspettato), tra un matrimonio non del tutto risolto e tradimenti vari; il ritratto di una comunità di espatriati, gli scambi, il supporto reciproco, le cene, le bevute, ovvero sentirsi meno soli in un paese straniero; uno spaccato del funzionamento delle corporations e una visione geo-politica e geo-economica del mondo, valida ancora oggi; una spy story; un thriller.
Naxos - Portara
Poi godere della scrittura di Delillo. Che non è fatta di frasi spettacolari e avvolgenti e non punta sulle emozioni. E' fredda e secca. E però capace di descrivere magnificamente eventi, luoghi, situazioni. Di portarti dentro ai dialoghi. Di caratterizzare benissimo i personaggi: James, il narratore in prima persona, in crisi esistenziale; Owen Brademas, che, sfinito e svuotato in quell'appartamento di Lahore mi ha ricordato Kurtz: Frank Volterra, l'incazzoso regista indie hollywoodiano.

2001 Odissea nello spazio - Il monolite
Infine, se volete, si può godere, di una goduria cerebrale, cercando di intuire il senso filosofico che Delillo ci vuole trasmettere. Che è (mio misero tentativo): la realtà è un caos che non riusciamo a prevedere e governare; con l'uso dei segni e del linguaggio ci creiamo degli schemi per cercare di ordinare, mettere ordine, interpretare e quindi sconfiggere l'ansia, la paura, il terrore della morte; questo meccanismo rischia però di portarci a formule e riti vuoti, meccanici, un culto, un fanatismo, una dittatura che invece di sconfiggere la paura sono essi stessi paura e morte; e invece il segno, il nome, il linguaggio, deve essere quella cosa che crea connessioni con la nostra memoria - collettiva (l'Acropoli) o individuale (quello che abbiamo fatto, che siamo stati, che ci ha portato dove siamo) - e con gli altri - in senso collettivo (fondiamoci nel vortice dell'Hajj attorno alla Kaaba, abbandoniamoci alla tranche di un rito pentecostale) e sul piano individuale (con James, torniamo alla scrittura e torniamo da Kathryn e nostro figlio, là, lontani, nel freddo del Canada).
****
Devo ringraziare l'autore di questo podcast per avermi portato a fare una lettura notevole.
Forse la cosa migliore è leggerlo senza troppo pensare. Leggerlo come: un libro di viaggio tra Grecia (Atene, l'isola immaginaria di Kouros, l'inquietante Mani), Medio Oriente, India e Pakistan; una storia sentimentale (Delillo inaspettato), tra un matrimonio non del tutto risolto e tradimenti vari; il ritratto di una comunità di espatriati, gli scambi, il supporto reciproco, le cene, le bevute, ovvero sentirsi meno soli in un paese straniero; uno spaccato del funzionamento delle corporations e una visione geo-politica e geo-economica del mondo, valida ancora oggi; una spy story; un thriller.
Naxos - Portara
Poi godere della scrittura di Delillo. Che non è fatta di frasi spettacolari e avvolgenti e non punta sulle emozioni. E' fredda e secca. E però capace di descrivere magnificamente eventi, luoghi, situazioni. Di portarti dentro ai dialoghi. Di caratterizzare benissimo i personaggi: James, il narratore in prima persona, in crisi esistenziale; Owen Brademas, che, sfinito e svuotato in quell'appartamento di Lahore mi ha ricordato Kurtz: Frank Volterra, l'incazzoso regista indie hollywoodiano.

2001 Odissea nello spazio - Il monolite
Infine, se volete, si può godere, di una goduria cerebrale, cercando di intuire il senso filosofico che Delillo ci vuole trasmettere. Che è (mio misero tentativo): la realtà è un caos che non riusciamo a prevedere e governare; con l'uso dei segni e del linguaggio ci creiamo degli schemi per cercare di ordinare, mettere ordine, interpretare e quindi sconfiggere l'ansia, la paura, il terrore della morte; questo meccanismo rischia però di portarci a formule e riti vuoti, meccanici, un culto, un fanatismo, una dittatura che invece di sconfiggere la paura sono essi stessi paura e morte; e invece il segno, il nome, il linguaggio, deve essere quella cosa che crea connessioni con la nostra memoria - collettiva (l'Acropoli) o individuale (quello che abbiamo fatto, che siamo stati, che ci ha portato dove siamo) - e con gli altri - in senso collettivo (fondiamoci nel vortice dell'Hajj attorno alla Kaaba, abbandoniamoci alla tranche di un rito pentecostale) e sul piano individuale (con James, torniamo alla scrittura e torniamo da Kathryn e nostro figlio, là, lontani, nel freddo del Canada).
****
Devo ringraziare l'autore di questo podcast per avermi portato a fare una lettura notevole.
January 18, 2026
"Cosa c’era mai nelle forme delle lettere che gli andava diritto all’anima con la forza di un mistero tribale?"
Ne "I nomi" DeLillo costruisce una riflessione sottile e inquietante sul rapporto tra l’uomo, il linguaggio e il significato. Il romanzo sembra mettere in scena una critica – talvolta ironica, talvolta tragica – dell’intellettuale occidentale che crede di poter dominare il mondo attraverso i segni che egli stesso ha inventato: l’alfabeto, i numeri, i sistemi simbolici.
Il significato che i personaggi cercano di attribuire al reale non emerge dalle cose, ma è proiettato su di esse. In questo senso, la setta che compie omicidi rituali venerando l’alfabeto non appare come una deviazione assoluta, bensì come una versione estremizzata dello stesso impulso che muove gli studiosi, gli analisti e gli osservatori del mondo: la necessità di imporre un ordine al caos, di leggere il reale come testo.
Gli omicidi della setta, fondati sulla coincidenza tra le iniziali delle vittime e i luoghi della morte, sono atti formalmente coerenti ma sostanzialmente vuoti: producono un significato che vale solo all’interno del sistema che li ha generati. È una violenza che nasce dal linguaggio stesso, dalla sua trasformazione in feticcio, in strumento di dominio piuttosto che di comprensione.
DeLillo suggerisce così che il pericolo non risiede nell’assenza di senso, ma nell’eccesso di significato: nella volontà umana di forzare il mondo entro strutture simboliche che finiscono per essere autoreferenziali. I nomi diventa allora un romanzo sul fallimento della pretesa interpretativa, sull’illusione che il linguaggio possa garantire un accesso privilegiato alla verità, quando in realtà non fa che riflettere le nostre ossessioni.
"È qui che ci troviamo. Il ventesimo secolo è su pellicola. È il secolo filmato. C’è da chiedersi se esista qualcosa su di noi di più importante del fatto che siamo costantemente filmati, costantemente ci osserviamo."
Un libro freddo, enigmatico, e proprio per questo profondamente disturbante.
(P.S. La traduzione è tremenda)
Ne "I nomi" DeLillo costruisce una riflessione sottile e inquietante sul rapporto tra l’uomo, il linguaggio e il significato. Il romanzo sembra mettere in scena una critica – talvolta ironica, talvolta tragica – dell’intellettuale occidentale che crede di poter dominare il mondo attraverso i segni che egli stesso ha inventato: l’alfabeto, i numeri, i sistemi simbolici.
Il significato che i personaggi cercano di attribuire al reale non emerge dalle cose, ma è proiettato su di esse. In questo senso, la setta che compie omicidi rituali venerando l’alfabeto non appare come una deviazione assoluta, bensì come una versione estremizzata dello stesso impulso che muove gli studiosi, gli analisti e gli osservatori del mondo: la necessità di imporre un ordine al caos, di leggere il reale come testo.
Gli omicidi della setta, fondati sulla coincidenza tra le iniziali delle vittime e i luoghi della morte, sono atti formalmente coerenti ma sostanzialmente vuoti: producono un significato che vale solo all’interno del sistema che li ha generati. È una violenza che nasce dal linguaggio stesso, dalla sua trasformazione in feticcio, in strumento di dominio piuttosto che di comprensione.
DeLillo suggerisce così che il pericolo non risiede nell’assenza di senso, ma nell’eccesso di significato: nella volontà umana di forzare il mondo entro strutture simboliche che finiscono per essere autoreferenziali. I nomi diventa allora un romanzo sul fallimento della pretesa interpretativa, sull’illusione che il linguaggio possa garantire un accesso privilegiato alla verità, quando in realtà non fa che riflettere le nostre ossessioni.
"È qui che ci troviamo. Il ventesimo secolo è su pellicola. È il secolo filmato. C’è da chiedersi se esista qualcosa su di noi di più importante del fatto che siamo costantemente filmati, costantemente ci osserviamo."
Un libro freddo, enigmatico, e proprio per questo profondamente disturbante.
(P.S. La traduzione è tremenda)
February 12, 2015
i Novemila nomi di Dio e il peso della Conoscenza
James è un analista di rischio in Medio Oriente negli anni settanta, non che si stesse meglio di adesso, era solo l'inizio di quel che c'è ora, ha una serie di amici che fanno i banchieri, gli imprenditori e altre cose vaghe, sono tutti insieme al momento in Grecia, con le mogli che fanno vento e polvere per distrarre gli spiati dall'attenzione degli spioni e viceversa...vanno a cena, chiacchierano amabilmente...ecc...la domanda più frequente che si fanno tra loro al momento di un racconto sul posto che si è appena visitato è "uccidono americani, là?"
a un certo punto un cadavere ritrovato risveglia l'attenzione della combriccola, che intanto si arricchisce di un regista leggermente pazzo che si mette in testa di seguire il culto che pratica questi omicidi rituali...le iniziali dei nomi dei morti coincidono casualmente con le iniziali dei luoghi in cui vengono ritrovati e un gruppo o più gruppi di gente strana viene avvistato in Giordania, Turchia e altri posti che James si trova a visitare per lavoro...
thriller postmoderno con finale leggermente delirante, nel complesso interessante, scorre veloce e si fa leggere, anche per via di tutte le deviazioni di pensiero di James che seguiamo con curiosità, nonostante sia un americano che
James è un analista di rischio in Medio Oriente negli anni settanta, non che si stesse meglio di adesso, era solo l'inizio di quel che c'è ora, ha una serie di amici che fanno i banchieri, gli imprenditori e altre cose vaghe, sono tutti insieme al momento in Grecia, con le mogli che fanno vento e polvere per distrarre gli spiati dall'attenzione degli spioni e viceversa...vanno a cena, chiacchierano amabilmente...ecc...la domanda più frequente che si fanno tra loro al momento di un racconto sul posto che si è appena visitato è "uccidono americani, là?"
a un certo punto un cadavere ritrovato risveglia l'attenzione della combriccola, che intanto si arricchisce di un regista leggermente pazzo che si mette in testa di seguire il culto che pratica questi omicidi rituali...le iniziali dei nomi dei morti coincidono casualmente con le iniziali dei luoghi in cui vengono ritrovati e un gruppo o più gruppi di gente strana viene avvistato in Giordania, Turchia e altri posti che James si trova a visitare per lavoro...
thriller postmoderno con finale leggermente delirante, nel complesso interessante, scorre veloce e si fa leggere, anche per via di tutte le deviazioni di pensiero di James che seguiamo con curiosità, nonostante sia un americano che
July 11, 2016
L'ho trovato complesso, un thriller atipico in cui l'adrenalina non scorre per le vicende raccontate, ma per i picchi alti che raggiungono la narrazione, lo stile, il linguaggio.
Un esempio di come un bel libro può essere tale grazie (quasi) esclusivamente alla bravura dello scrittore. DeLillo è bravissimo!
I nomi
Don DeLillo
Traduzione: Amalia Pistilli
Editore: Einaudi
Pag: 393
Voto: 4/5
Un esempio di come un bel libro può essere tale grazie (quasi) esclusivamente alla bravura dello scrittore. DeLillo è bravissimo!
I nomi
Don DeLillo
Traduzione: Amalia Pistilli
Editore: Einaudi
Pag: 393
Voto: 4/5
August 5, 2017
DeLillo scrive questo tomo dopo anni passati nelle stesse zone descritte nel testo: Medio Oriente, India, Grecia. Passa attraverso quei luoghi con occhi che spesso potrebbero ricordare le sequenze silenziose e profonde di Malick; descrive paesaggi e stati d'animo con la grazia di un illuminato; affronta un tema assolutamente improbabile per la razionalita' occidentale, ma del tutto coerente con quelle terre medio-orientali (l'uso di Google Maps per cercare quei luoghi nel mondo è stato illuminante). Non mi è parso un thriller nell'accezione comune del termine, ma lascia ad ogni modo un senso di inquietudine, di sprazzi di verità paurose - verita' malate, ma non per questo false. Testo lento, avvolto su se' stesso, difficile. Polvere che copre un rubino, che a volte si raggruma e va tolta con il bulino, a volte basta un soffio. A volte cosi' attaccata che ci vorrebbe lo stesso sguardo di DeLillo per riconoscere questa scoria come rubino stesso.
December 10, 2019
Bene per qualche decina di pagine... quattro stelle. Poi la storia narrata comincia a ingarbugliarsi... si fatica... tre stelle. A metà è cefalea... ingravescente... e le pagine sono quasi 400: due stelle, alla fine. Rapporto strano, il mio con DeLillo: Rumore bianco al top, Cosmopolis e questo giù in basso.
November 11, 2019
Ci sono libri che vivono di ingegnosi espedienti.
Che mentre raccontano un giallo dai retroscena macabri e inquietanti, ne approfittano per intrattenere una riflessione sul valore ultimo del linguaggio e sul senso profondo di un mondo disintegrato dall'assenza d valori.
Che mentre incalzano con dialoghi che sembrano creature vive, pulsanti, mutevoli, densi, intriganti, che oltrepassano il semplice sentimento doloroso delle parole, ne approfittano anche per analizzare la disarmante molteplicità del contemporaneo, l'eccesso di cose, parole, emozioni, di cui nessuna mette radici e finiscono per lasciare all'uomo solo un pugno di mosche.
Che mentre si perdono in descrizioni minuziose ma elettriche degli ambienti, ne approfittano per raccontare la storia di un uomo che decide di isolarsi, spezzando tutti i legami con le persone che danno alla sua vita una realtà emotiva, per conservare solo i nomi, come involucri privi di presenza.
Che mentre analizzano in modo impeccabile la situazione geopolitica del Medio-Oriente degli anni '80, rivelando i podromi di quella che è la situazione attuale in quella parte del mondo, ne approfittano anche per darci un saggio di quell'intelligenza scettica e ironica, che fa di Don Delillo uno dei pochi abili scrittori a rendere “letteratura” l'analisi dei grandi temi del contemporaneo.
Che mentre raccontano un giallo dai retroscena macabri e inquietanti, ne approfittano per intrattenere una riflessione sul valore ultimo del linguaggio e sul senso profondo di un mondo disintegrato dall'assenza d valori.
Che mentre incalzano con dialoghi che sembrano creature vive, pulsanti, mutevoli, densi, intriganti, che oltrepassano il semplice sentimento doloroso delle parole, ne approfittano anche per analizzare la disarmante molteplicità del contemporaneo, l'eccesso di cose, parole, emozioni, di cui nessuna mette radici e finiscono per lasciare all'uomo solo un pugno di mosche.
Che mentre si perdono in descrizioni minuziose ma elettriche degli ambienti, ne approfittano per raccontare la storia di un uomo che decide di isolarsi, spezzando tutti i legami con le persone che danno alla sua vita una realtà emotiva, per conservare solo i nomi, come involucri privi di presenza.
Che mentre analizzano in modo impeccabile la situazione geopolitica del Medio-Oriente degli anni '80, rivelando i podromi di quella che è la situazione attuale in quella parte del mondo, ne approfittano anche per darci un saggio di quell'intelligenza scettica e ironica, che fa di Don Delillo uno dei pochi abili scrittori a rendere “letteratura” l'analisi dei grandi temi del contemporaneo.
August 4, 2021
Premetto di adorare DeLillo e di considerarlo uno dei migliori, se non il migliore assoluto, scrittore di tutti i tempi. Detto questo, ho trovato questo romanzo noioso, inconcludente, contenente troppe divagazioni e sproloqui che non vanno da nessuna parte. Un ottimo esercizio di scrittura, e il libro varrebbe anche solo per questo. Ma un punto negativo per la trama.
January 19, 2026
Non per tutti, ma è un buon romanzo. (che andrebbe ritradotto)
https://open.substack.com/pub/laura63...
https://open.substack.com/pub/laura63...
December 28, 2023
Il monologo di Frank Volterra a pagina 184 ricorda certi momenti di Americana. Romanzo interessante
Want to Read
August 19, 2013Incipit
Per molto tempo mi tenni lontano dall’Acropoli ...
I nomi incipitmania.com
Per molto tempo mi tenni lontano dall’Acropoli ...
I nomi incipitmania.com
August 25, 2013
Difficile e di argomento non proprio appassionante. Scritto molto bene come al solito.
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