Like Salman Rushdie's Midnight's Children and Gabriel Garcia Marquez's One Hundred Years of Solitude , Moses Isegawa's Abyssinian Chronicles tells a riveting story of twentieth-century Africa that is passionate in vision and breathtaking in scope.
At the center of this unforgettable tale is Mugezi, a young man who manages to make it through the hellish reign of Idi Amin and experiences firsthand the most crushing aspects of Ugandan he withstands his distant father's oppression and his mother's cruelty in the name of Catholic zeal, endures the ravages of war, rape, poverty, and AIDS, and yet he is able to keep a hopeful and even occasionally amusing outlook on life. Mugezi's hard-won observations form a cri de coeur for a people shaped by untold losses.
Moses Isegawa, also known as Sey Wava (born 10 August 1963), is a Ugandan author. He has written novels set against the political turmoil of Uganda, which he left in 1990 for the Netherlands. His debut novel, Abyssinian Chronicles, was first published in Amsterdam in 1998, selling more than 100,000 copies and gaining him widespread national attention. It was also very well reviewed when published in English in the United Kingdom and United States, in 2001. Isegawa became a naturalized Dutch citizen, but he returned to live in Uganda in 2006.
Il libro è stato originariamente pubblicato in olandese, perché l’autore, ugandese di nascita, ha vissuto per molti anni in Olanda e ha la doppia cittadinanza. Se ho ben capito dal colophon, l’edizione inglese è comunque a cura dell’autore stesso.
Fatte queste precisazioni tecniche, dovrei aver ormai imparato che quando si paragona un autore sconosciuto a Salman Rushdie o, tanto per cambiare, a Gabriel García Márquez, bisogna essere sospettosi. Da ora in poi starò più attenta, promesso.
Il libro è una sorta di romanzo di formazione che narra la storia del protagonista-narratore, Mugezi, durante 20-30 anni di storia ugandese. Abbiamo dunque la dittatura di Idi Amin, la guerra ad essa seguita, lo scoppio di una malattia come l’AIDS, l’esilio. Su questo sfondo Mugezi ci narra la propria storia, che è interessantissima nella prima parte e poi si perde completamente in un mare di eventi.
La parte interessante, a mio avviso, è quella in cui Mugezi ci racconta il proprio rapporto con la madre Padlock, una fondamentalista cattolica che è anche una pazza scatenata, preda di scatti d’ira talmente violenti che hanno portato alla sua espulsione dal convento, dopo che ha quasi ucciso di botte un bambino. Questi violenti scatti d’ira contrassegnano anche il rapporto con i suoi innumerevoli figli e soprattutto con il primogenito Mugezi, visto come un selvaggio perché ha passato l’infanzia nel villaggio insieme ai nonni, dove secondo Padlock ha appreso a comportarsi male. In questa prima parte il romanzo ricorda un po’ il bellissimo L'ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie, che però ha tutta un’altra profondità.
In seguito Isegawa si perde perché vuole mettere troppa carne al fuoco: vuole parlare di Mugezi ma anche dei suoi genitori e di tutti i suoi zii e dei suoi nonni, vuole parlare degli anni in seminario ma anche di Idi Amin, ma anche della guerra, degli stupri, delle violenze, di incesto, di AIDS, di esilio, e di mille altre cose che fanno venire voglia, tutte insieme, di abbandonare il libro alla sua sorte.
Inoltre la scrittura non mi è piaciuta, è troppo semplicistica nel suo girare intorno agli stessi concetti mille volte e nel voler spiegare tutto.
Per quanto mi riguarda, non ci siamo.
Se vi chiedete perché si chiami Cronache abissine un romanzo ambientato in Uganda, dovete ahivoi leggere fino alla fine, dove l’arcano viene svelato. In compenso la traduzione italiana ha pensato bene di renderlo come Cronache africane per non prestare il fianco ad incomprensioni.