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Less Than One: Selected Essays
This collection of essays thrusts Brodsky--heretofore known more for his poetry and translations--into the forefront of the "Third Wave" of Russian emigre writers. His insights into the works of Dostoyevsky, Mandelstam, Platonov, as well as non-Russian poets Auden, Cavafy and Montale are brilliant. While the Western popularity of many other Third Wavers has been stunted by their inability to write in English, Brodsky consumed the language to attain a "closer proximity" to poets such as Auden. The book, which won a National Book Critics Circle Award, opens and closes with revealing autobiographical essay.
512 pages, Paperback
First published January 1, 1986
About the author
Joseph Brodsky
331 books751 followersJoseph Brodsky (Russian: Иосиф Бродский) was a Russian-American poet and essayist. Born in Leningrad in 1940, Brodsky ran afoul of Soviet authorities and was expelled from the Soviet Union in 1972, settling in America with the help of W. H. Auden and other supporters. He taught thereafter at several universities, including Yale, Columbia, and Mount Holyoke. Brodsky was awarded the 1987 Nobel Prize in Literature "for an all-embracing authorship, imbued with clarity of thought and poetic intensity." A journalist asked him: "You are an American citizen who is receiving the Prize for Russian-language poetry. Who are you, an American or a Russian?" Brodsky replied: "I'm Jewish; a Russian poet, an English essayist – and, of course, an American citizen." He was appointed United States Poet Laureate in 1991.
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Displaying 1 - 22 of 22 reviews
July 9, 2024
Ricordo queste cose non già perché ritenga che siano le chiavi del subconscio, e non certamente per nostalgia della mia infanzia. Le ricordo perché non l’ho mai fatto prima, perché vorrei che alcune rimanessero – almeno sulla carta. E anche perché c’è più soddisfazione a guardare indietro che avanti. Il domani è meno attraente dell’ieri. Per una ragione o per l’altra il passato non irradia l’immensa monotonia che il futuro promette. Di futuro ce n’è tanto, e a causa della sua abbondanza è propaganda.
Il poeta Iosif Brodskij lasciò l’Unione Sovietica nel 1972, all’età di 32 anni, e si stabilì a New York, dove compose anche opere in prosa, che descrivono la vita sua e dei suoi genitori a San Pietroburgo. Molte pagine si occupano di letteratura e di poeti, in particolare di Osip Mandel’stam.
Un poeta si mette nei guai non tanto per le sue idee politiche quanto per la sua superiorità linguistica e, implicitamente, psicologica. Il canto è una forma di disobbedienza linguistica, e le sue note gettano un’ombra di dubbio su ben altro che un concreto sistema politico: mettono in discussione tutto l’ordine esistenziale.
Egli fu, si è tentati di dire, un Orfeo moderno: spedito all’inferno, non fece più ritorno, mentre la sua vedova cercava scampo in una lunga fuga attraverso un sesto della superficie terrestre, stringendo a sé la pentola dentro la quale erano arrotolati i canti del marito, imparandoli a memoria di notte per timore che fossero scoperti da Furie munite di un mandato di perquisizione. Queste sono le nostre metamorfosi, questi i nostri miti.
Già, Nadezda Mandel’stam, la vedova di un “nemico del popolo”. Dovrò leggere le sue memorie: Brodskij le elogia ripetutamente.
Negli ambienti colti e specialmente tra gli uomini di lettere, essere la vedova di un grand’uomo basta a fornire un’identità. Questo è vero soprattutto in Russia, dove il regime, negli Anni Trenta e Quaranta, sfornava vedove di scrittori con una tale efficienza che verso la metà dei Sessanta ce n’era in circolazione un numero sufficiente per organizzare un sindacato.
Nadezda Mandel’stam non aveva paura di dire quello che pensava. Si fece dei nemici anche tra gli scrittori, da lei accusati di essere complici virtuali del regime.
Nella coscienza degli uomini di lettere c’è qualcosa che non può sopportare l’idea che qualcuno possieda un’autorità morale. Si rassegnano all’esistenza di un Primo Segretario del Partito, o di un Fuhrer, come a un male necessario, ma sarebbero prontissimi a contestare un profeta. Le cose stanno così, presumibilmente, perché se ti dicono che sei uno schiavo, pazienza, ma se ti dicono che moralmente sei uno zero la notizia è ben più devastante.
E poi si parla di W.H. Auden, considerato da Brodskji la più grande mente del ventesimo secolo. Per omaggiarlo, Brodskij decise di scrivere queste prose in inglese.
A curare è l’intonazione con cui si parla al malato. Questo poeta si aggirò tra i casi gravi – spesso terminali – del mondo non già in veste di chirurgo, ma come un’infermiera, e ogni paziente sa che sono le infermiere, alla fine, non le incisioni del bisturi, a rimettere la gente in piedi.
Riflessioni, ricordi ed emozioni raccontati con la precisione del poeta.
C’era una volta un ragazzino. Viveva nel Paese più ingiusto del mondo. Che era governato da individui i quali da ogni punto di vista umano dovevano essere considerati dei degenerati. Il che non avveniva mai.
E c’era una città. La più bella città sulla faccia della Terra. Con un immenso fiume grigio il quale era sospeso sopra il suo alveo remoto come l’immenso cielo grigio sopra quel fiume. Lungo quel fiume sorgevano magnifici palazzi con facciate stupende, così ben rifinite che se il ragazzino stava sulla riva destra la riva sinistra somigliava all’impronta di un gigantesco mollusco chiamato civiltà. Che aveva cessato di esistere.
Di buon mattino, quando il cielo era ancora pieno di stelle, il ragazzino si alzava e, dopo aver fatto colazione con una tazza di tè e un uovo, accompagnato dalla voce della radio che annunciava un nuovo primato nella fusione dell’acciaio, seguito dal coro dell’esercito che cantava un inno al Capo, il cui ritratto era appeso al muro sopra il letto ancora caldo, si metteva a correre lungo l’argine di granito coperto di neve per arrivare a scuola.
Il grande fiume si stendeva bianco e ghiacciato come la lingua di un continente ridotta al silenzio, e l’enorme ponte si alzava contro l’azzurro cupo del cielo come un palazzo d’acciaio. Se il ragazzino aveva ancora due minuti, scendeva sul ghiaccio e faceva venti o trenta passi verso il centro del fiume. In tutto questo tempo pensava a quel che potevano fare i pesci sotto quella pesante coltre di ghiaccio. Poi si fermava, faceva una conversione di 180 gradi e tornava indietro di corsa, senza fermarsi, fino all’ingresso della scuola. Si precipitava nell’atrio, buttava il berretto e il cappotto su un gancio, e volava su per la scala e dentro la sua aula.
E’ uno stanzone con tre file di tavolini, un ritratto del Capo alla parete dietro la sedia dell’insegnante, una carta con due emisferi, dei quali solo uno è legale. Il ragazzino va a sedersi, apre la cartella, mette sul tavolino la penna e il quaderno, alza il viso e si prepara ad ascoltare il blablà.
Il poeta Iosif Brodskij lasciò l’Unione Sovietica nel 1972, all’età di 32 anni, e si stabilì a New York, dove compose anche opere in prosa, che descrivono la vita sua e dei suoi genitori a San Pietroburgo. Molte pagine si occupano di letteratura e di poeti, in particolare di Osip Mandel’stam.
Un poeta si mette nei guai non tanto per le sue idee politiche quanto per la sua superiorità linguistica e, implicitamente, psicologica. Il canto è una forma di disobbedienza linguistica, e le sue note gettano un’ombra di dubbio su ben altro che un concreto sistema politico: mettono in discussione tutto l’ordine esistenziale.
Egli fu, si è tentati di dire, un Orfeo moderno: spedito all’inferno, non fece più ritorno, mentre la sua vedova cercava scampo in una lunga fuga attraverso un sesto della superficie terrestre, stringendo a sé la pentola dentro la quale erano arrotolati i canti del marito, imparandoli a memoria di notte per timore che fossero scoperti da Furie munite di un mandato di perquisizione. Queste sono le nostre metamorfosi, questi i nostri miti.
Già, Nadezda Mandel’stam, la vedova di un “nemico del popolo”. Dovrò leggere le sue memorie: Brodskij le elogia ripetutamente.
Negli ambienti colti e specialmente tra gli uomini di lettere, essere la vedova di un grand’uomo basta a fornire un’identità. Questo è vero soprattutto in Russia, dove il regime, negli Anni Trenta e Quaranta, sfornava vedove di scrittori con una tale efficienza che verso la metà dei Sessanta ce n’era in circolazione un numero sufficiente per organizzare un sindacato.
Nadezda Mandel’stam non aveva paura di dire quello che pensava. Si fece dei nemici anche tra gli scrittori, da lei accusati di essere complici virtuali del regime.
Nella coscienza degli uomini di lettere c’è qualcosa che non può sopportare l’idea che qualcuno possieda un’autorità morale. Si rassegnano all’esistenza di un Primo Segretario del Partito, o di un Fuhrer, come a un male necessario, ma sarebbero prontissimi a contestare un profeta. Le cose stanno così, presumibilmente, perché se ti dicono che sei uno schiavo, pazienza, ma se ti dicono che moralmente sei uno zero la notizia è ben più devastante.
E poi si parla di W.H. Auden, considerato da Brodskji la più grande mente del ventesimo secolo. Per omaggiarlo, Brodskij decise di scrivere queste prose in inglese.
A curare è l’intonazione con cui si parla al malato. Questo poeta si aggirò tra i casi gravi – spesso terminali – del mondo non già in veste di chirurgo, ma come un’infermiera, e ogni paziente sa che sono le infermiere, alla fine, non le incisioni del bisturi, a rimettere la gente in piedi.
Riflessioni, ricordi ed emozioni raccontati con la precisione del poeta.
C’era una volta un ragazzino. Viveva nel Paese più ingiusto del mondo. Che era governato da individui i quali da ogni punto di vista umano dovevano essere considerati dei degenerati. Il che non avveniva mai.
E c’era una città. La più bella città sulla faccia della Terra. Con un immenso fiume grigio il quale era sospeso sopra il suo alveo remoto come l’immenso cielo grigio sopra quel fiume. Lungo quel fiume sorgevano magnifici palazzi con facciate stupende, così ben rifinite che se il ragazzino stava sulla riva destra la riva sinistra somigliava all’impronta di un gigantesco mollusco chiamato civiltà. Che aveva cessato di esistere.
Di buon mattino, quando il cielo era ancora pieno di stelle, il ragazzino si alzava e, dopo aver fatto colazione con una tazza di tè e un uovo, accompagnato dalla voce della radio che annunciava un nuovo primato nella fusione dell’acciaio, seguito dal coro dell’esercito che cantava un inno al Capo, il cui ritratto era appeso al muro sopra il letto ancora caldo, si metteva a correre lungo l’argine di granito coperto di neve per arrivare a scuola.
Il grande fiume si stendeva bianco e ghiacciato come la lingua di un continente ridotta al silenzio, e l’enorme ponte si alzava contro l’azzurro cupo del cielo come un palazzo d’acciaio. Se il ragazzino aveva ancora due minuti, scendeva sul ghiaccio e faceva venti o trenta passi verso il centro del fiume. In tutto questo tempo pensava a quel che potevano fare i pesci sotto quella pesante coltre di ghiaccio. Poi si fermava, faceva una conversione di 180 gradi e tornava indietro di corsa, senza fermarsi, fino all’ingresso della scuola. Si precipitava nell’atrio, buttava il berretto e il cappotto su un gancio, e volava su per la scala e dentro la sua aula.
E’ uno stanzone con tre file di tavolini, un ritratto del Capo alla parete dietro la sedia dell’insegnante, una carta con due emisferi, dei quali solo uno è legale. Il ragazzino va a sedersi, apre la cartella, mette sul tavolino la penna e il quaderno, alza il viso e si prepara ad ascoltare il blablà.
March 13, 2021
Leggendo questo testo si capisce bene perchè Brodskij abbia ricevuto il Nobel per la letteratura: è ad un livello superiore nella qualità della scrittura.
Un po' strana la struttura di questa Fuga da Bisanzio, è di fatto una raccolta di saggi scritti dall'autore negli anni 70' e 80' che spaziano dalla critica letteraria (Mandelstam e Auden) al memoir, fino al diario di viaggio (lo scritto omonimo del titolo dell'opera).
La lingua originale di questo scritto, l'inglese, è stata scelta dall'autore per riflettere il suo destino di trapiantato negli USA e per "essere meno comprensibile" in Russia, la sua terra d'origine (soprattutto i saggi di memoir sono molto critici verso il regime sovietico).
Tornando al contenuto: se da un lato non ho avuto modo di apprezzare al massimo i saggi di critica letteraria (non sono un lettore di poesie purtroppo), ho trovato molto interessanti i memoirs sulla vita in URSS e sui genitori (in particolare l'ultimo, In una stanza e mezzo, è un ricordo nostalgico e commovente della casa che abitavano Brodskij e i suoi genitori a Leningrado).
Molto bello è anche il saggio "Su una città che ha cambiato nome", che già dal titolo fa capire si parli di San Pietroburgo/Leningrado: un insieme di aneddoti e ricordi della città natale.
Il saggio migliore in assoluto in questa raccolta è senza dubbio quello che dà il titolo al testo. E' di fatto un diario di viaggio a Istanbul, ma finisce per essere un saggio sulla dicotomia civiltà occidentale/orientale.
Notevole.
Un po' strana la struttura di questa Fuga da Bisanzio, è di fatto una raccolta di saggi scritti dall'autore negli anni 70' e 80' che spaziano dalla critica letteraria (Mandelstam e Auden) al memoir, fino al diario di viaggio (lo scritto omonimo del titolo dell'opera).
La lingua originale di questo scritto, l'inglese, è stata scelta dall'autore per riflettere il suo destino di trapiantato negli USA e per "essere meno comprensibile" in Russia, la sua terra d'origine (soprattutto i saggi di memoir sono molto critici verso il regime sovietico).
Tornando al contenuto: se da un lato non ho avuto modo di apprezzare al massimo i saggi di critica letteraria (non sono un lettore di poesie purtroppo), ho trovato molto interessanti i memoirs sulla vita in URSS e sui genitori (in particolare l'ultimo, In una stanza e mezzo, è un ricordo nostalgico e commovente della casa che abitavano Brodskij e i suoi genitori a Leningrado).
Molto bello è anche il saggio "Su una città che ha cambiato nome", che già dal titolo fa capire si parli di San Pietroburgo/Leningrado: un insieme di aneddoti e ricordi della città natale.
Il saggio migliore in assoluto in questa raccolta è senza dubbio quello che dà il titolo al testo. E' di fatto un diario di viaggio a Istanbul, ma finisce per essere un saggio sulla dicotomia civiltà occidentale/orientale.
Notevole.
October 15, 2012
Sono decisamente di parte. Ma dalla parte della bellezza, decisamente.
Con Brodskij so di non riuscire ad essere, nemmeno lontanamente, oggettiva. Leggerlo, per me, è esperienza di stupore infantile dalla prima all'ultima riga. Se immaginate un faccino trasecolato, con la bocca spalancata e gli occhi che guardano in su, sgranati, avrete una, seppur vaga, idea del mio aspetto davanti, in mezzo e alla fine di un libro come questo. E di tutti quelli che finora di Iosif B. ho letto, siano poesie o prosa -come qui- lavori commissionati o memorie.
Fuga da Bisanzio, poi è anche una confessione: d'amore, di nostalgia, di dolore, di strappo, d'assenza, d'ammirazione...dalla sua vita lacerata e tradotta (e non solo in lingue diverse).
Broskij è un'esperienza. Che auguro a tutti.
Con Brodskij so di non riuscire ad essere, nemmeno lontanamente, oggettiva. Leggerlo, per me, è esperienza di stupore infantile dalla prima all'ultima riga. Se immaginate un faccino trasecolato, con la bocca spalancata e gli occhi che guardano in su, sgranati, avrete una, seppur vaga, idea del mio aspetto davanti, in mezzo e alla fine di un libro come questo. E di tutti quelli che finora di Iosif B. ho letto, siano poesie o prosa -come qui- lavori commissionati o memorie.
Fuga da Bisanzio, poi è anche una confessione: d'amore, di nostalgia, di dolore, di strappo, d'assenza, d'ammirazione...dalla sua vita lacerata e tradotta (e non solo in lingue diverse).
Broskij è un'esperienza. Che auguro a tutti.
November 18, 2015
Prima esperienza con Brodskij, questo poeta russo emigrato in America — e anziché dalle poesie, sono partito dai saggi. Si racconta, con un tocco di ironia, che di Brodskij siano esistite contemporaneamente due figure distinte, quella del poeta russo e quella del saggista americano. E in effetti Brodskij scrisse tutte le sue opere in russo, la sua lingua madre, mentre per i saggi preferì la sua lingua d'adozione, quella che lo accolse nella sua seconda parte di vita.
Il saggista Brodskij, che in questa raccolta dal titolo "Fuga da Bisanzio" include sette scritti del periodo americano, è un fine narratore della nostalgia. Nei saggi che presenta tratta infatti essenzialmente due grandi temi: il suo passato e la formazione come poeta. Il passato che Brodskij ci racconta è quello relativo alla sua parte di vita in Russia, negli anni che vanno dalla sua nascita al suo esilio (1940-1972), e in particolare a Pietroburgo, città a cui si sentirà sempre emotivamente legato. Sarà questa città, bizzarra tanto nella fondazione quanto nella posizione geografica, ad occupare lo sfondo dei racconti autobiografici dello scrittore, tanto da divenirne protagonista in uno degli scritti migliori del libro ("Guida a una città che ha cambiato nome"), una narrazione intima e particolareggiata che solamente Belij con "Pietroburgo" ha potuto eguagliare. Ma non è solo Pietroburgo la protagonista dei saggi biografici di Brodskij: un ruolo importante lo svolgono anche i genitori, protagonisti di un secondo saggio ("In una stanza e mezzo") in cui lo scrittore ci racconta la lontananza vissuta nel suo ultimo periodo di vita. Anche in questo caso un senso di nostalgia e di malinconia traspare dal saggio brodskijano, che si dilunga sulle condizioni di vita in una Russia ostile e difficile, segnata da miseri alloggi popolari (quella stanza e mezzo del titolo, ovvero lo spazio assegnato a una famiglia di tre persone) e dalle difficoltà accentuate per chi, come Brodskij, aveva dalla sua anche l'essere ebreo.
Dall'altra parte abbiamo i saggi relativi a due figure chiave della formazione dello scrittore, ovvero i poeti Mandel'štam e Auden. Se verso il primo Brodskij proverà un rispetto dovuto anche dal suo essere poeta russo, quindi vicino per esperienza personale e, soprattutto, nel suo essere tanto difficile da tradurre per il "mercato" letterario mondiale, verso il secondo avrà una sorta di devozione legata puramente alle sue opere. La figura di Auden, che Brodskij avrà modo di conoscere e frequentare brevemente durante il suo esilio, viene lungamente trattata in un saggio che, ancora una volta, unisce l'esperienza personale con una trattazione rigorosa e attenta: Brodskij non veste i panni del professore di letteratura in questi saggi (anche se lui, professore, lo è stato per lunghi anni e in diverse università americane), ma preferisce presentarci questi poeti come persone non troppo distanti da noi, con brevi aneddoti e un interesse spiccato verso la loro personalità. È forse questo uno degli insegnamenti che anche chi non ha un interesse particolare verso Mandel'štam o Auden potrà trovare in questo libro.
Per concludere, di questi sette saggi a mio parere almeno due o tre raggiungono vette veramente alte, e sono quelli legati alla vita di Brodskij e alla sua Pietroburgo. Quelli sui poeti sono molto buoni, seppur con qualche riserva dovuta al fatto che chi di Auden o di Mandel'štam conosce poco o niente (nel mio caso il secondo è ancora un perfetto sconosciuto) potrebbe trovarli un po' troppo lunghi. Infine, a sorpresa, il saggio che dà il titolo alla raccolta italiana, "Fuga da Bisanzio" (da notare che l'originale prende invece il titolo dal primo saggio biografico, "Meno di uno"), è quello che mi è risultato più indigesto, a causa di una narrazione confusa dai tanti salti temporali e su una città, Istanbul, che non conosco e di cui non ho sinceramente interesse.
Il saggista Brodskij, che in questa raccolta dal titolo "Fuga da Bisanzio" include sette scritti del periodo americano, è un fine narratore della nostalgia. Nei saggi che presenta tratta infatti essenzialmente due grandi temi: il suo passato e la formazione come poeta. Il passato che Brodskij ci racconta è quello relativo alla sua parte di vita in Russia, negli anni che vanno dalla sua nascita al suo esilio (1940-1972), e in particolare a Pietroburgo, città a cui si sentirà sempre emotivamente legato. Sarà questa città, bizzarra tanto nella fondazione quanto nella posizione geografica, ad occupare lo sfondo dei racconti autobiografici dello scrittore, tanto da divenirne protagonista in uno degli scritti migliori del libro ("Guida a una città che ha cambiato nome"), una narrazione intima e particolareggiata che solamente Belij con "Pietroburgo" ha potuto eguagliare. Ma non è solo Pietroburgo la protagonista dei saggi biografici di Brodskij: un ruolo importante lo svolgono anche i genitori, protagonisti di un secondo saggio ("In una stanza e mezzo") in cui lo scrittore ci racconta la lontananza vissuta nel suo ultimo periodo di vita. Anche in questo caso un senso di nostalgia e di malinconia traspare dal saggio brodskijano, che si dilunga sulle condizioni di vita in una Russia ostile e difficile, segnata da miseri alloggi popolari (quella stanza e mezzo del titolo, ovvero lo spazio assegnato a una famiglia di tre persone) e dalle difficoltà accentuate per chi, come Brodskij, aveva dalla sua anche l'essere ebreo.
Dall'altra parte abbiamo i saggi relativi a due figure chiave della formazione dello scrittore, ovvero i poeti Mandel'štam e Auden. Se verso il primo Brodskij proverà un rispetto dovuto anche dal suo essere poeta russo, quindi vicino per esperienza personale e, soprattutto, nel suo essere tanto difficile da tradurre per il "mercato" letterario mondiale, verso il secondo avrà una sorta di devozione legata puramente alle sue opere. La figura di Auden, che Brodskij avrà modo di conoscere e frequentare brevemente durante il suo esilio, viene lungamente trattata in un saggio che, ancora una volta, unisce l'esperienza personale con una trattazione rigorosa e attenta: Brodskij non veste i panni del professore di letteratura in questi saggi (anche se lui, professore, lo è stato per lunghi anni e in diverse università americane), ma preferisce presentarci questi poeti come persone non troppo distanti da noi, con brevi aneddoti e un interesse spiccato verso la loro personalità. È forse questo uno degli insegnamenti che anche chi non ha un interesse particolare verso Mandel'štam o Auden potrà trovare in questo libro.
Per concludere, di questi sette saggi a mio parere almeno due o tre raggiungono vette veramente alte, e sono quelli legati alla vita di Brodskij e alla sua Pietroburgo. Quelli sui poeti sono molto buoni, seppur con qualche riserva dovuta al fatto che chi di Auden o di Mandel'štam conosce poco o niente (nel mio caso il secondo è ancora un perfetto sconosciuto) potrebbe trovarli un po' troppo lunghi. Infine, a sorpresa, il saggio che dà il titolo alla raccolta italiana, "Fuga da Bisanzio" (da notare che l'originale prende invece il titolo dal primo saggio biografico, "Meno di uno"), è quello che mi è risultato più indigesto, a causa di una narrazione confusa dai tanti salti temporali e su una città, Istanbul, che non conosco e di cui non ho sinceramente interesse.
April 9, 2020
"Gli piaceva stare vicino all'acqua, adorava il mare. In quel Paese, è il massimo di approssimazione alla libertà. A volte può addirittura bastare un'occhiata, e lui guardò il mare, e lo fotografò, per la maggior parte della sua vita."
September 8, 2019
A noi è occorsa quasi una vita per imparare ciò che essi avevano l’aria di aver sempre saputo: che il mondo è un posto molto crudo e non merita niente di meglio; che il “sì” e il “no” abbracciano egregiamente, senza lasciar fuori nulla, tutta quella complessità che noi andavamo scoprendo e componendo con tanto gusto, e che per poco non ci è costata la nostra forza di volontà.
Sottolineerei quell’egregiamente.
Sottolineerei quell’egregiamente.
February 23, 2018
Alcuni pezzi sono veramente belli, come i ricordi su Leningrado o dei genitori, altri mi sono rimasti un po' pesanti, tipo "Fuga da Bisanzio". Non so, non sarò stato sulla sintonia giusta, ma sinceramente quest'ultimo mi è sembrato eccessivo, ridondante...
April 13, 2023
pag.13 _______________________________
Fallimento per fallimento, cercare di rievocare il passato è come tentare di afferrare il significato dell'esistenza. In entrambi i casi ci si sente come un bambino che voglia stringere un pallone da basket: le palme continuano a scivolar via.
Io ricordo piuttosto poco della mia vita, e ciò che ricordo non ha questo gran valore. Quasi tutti i pensieri che ricordo di aver trovato interessanti devono il loro significato al periodo particolare in cui si presentarono. Negli altri casi si tratta senza dubbio di pensieri che qualcun altro ha espresso molto meglio.
pag.17 _______________________________
Ricordo queste cose non già perché ritenga che siano le chiavi del subconscio, e non certamente per nostalgia della mia infanzia. Le ricordo perché non l'ho mai fatto prima, perché vorrei che alcune rimanessero - almeno sulla carta. E anche perché c'è più soddisfazione a guardare indietro che avanti. Il domani è meno attraente dell'ieri. Per una ragione o per l'altra il passato non irradia l'immensa monotonia che il futuro promette. Di futuro ce n'è tanto, e a causa della sua abbondanza è propaganda. Come l'erba.
pag.31 _______________________________
In breve, non ci lasciavamo prendere la mano dalle nostre fantasie - c'era troppa realtà con cui fare i conti. Ho già detto, da qualche altra parte, che i russi - almeno quelli della mia generazione - non ricorrono mai agli psicoanalisti. Intanto, non ce n'è molti in giro. E poi, la psichiatria è proprietà dello Stato.
Si sa che avere precedenti psichiatrici non è poi questa gran cosa. Potrebbe diventare un boomerang da un momento all'altro. Ma noi, in ogni caso, eravamo abituati a sbrigarcela da soli con i nostri problemi, a tener conto di quel che succedeva dentro le nostre teste senza bisogno di aiuto dall'esterno. Un vantaggio del totalitarismo è che suggerisce all'individuo una sorta di gerarchia personale che ha al vertice la coscienza. Così teniamo d'occhio quel che sta succedendo dentro noi stessi; e si può dire che denunciamo alla nostra coscienza il comportamento dei nostri istinti. E poi ci puniamo con le nostre mani. Quando ci rendiamo conto che questa punizione non è commisurata al porco che abbiamo scoperto dentro, ricorriamo all'alcol e affoghiamo i nostri ghiribizzi.
pag.143 _______________________________
Figlio del suo tempo - cioè del quarto secolo d.C. o, meglio, d.V. (dopo Virgilio) - Costantino, uomo d'azione, non foss'altro perché era Imperatore, poteva vedere in se stesso non solamente l'incarnazione ma anche lo strumento del principio lineare dell'esi-stenza. Per lui Bisanzio era una croce in senso simbolico ma anche in senso letterale, un'intersezione di rotte commerciali, di strade carovaniere, eccetera - sia da est a ovest, sia da nord a sud. Sarebbe potuto bastare questo ad attirare la sua attenzione sul luogo che aveva dato al mondo (nel settimo secolo a.C.)
qualcosa che in tutte le lingue significa la stessa cosa: il denaro.
Non c'è dubbio che a Costantino il denaro interessava enormemente. È molto probabile che per lui la misura di grandezza, se ne possedeva una, fosse finanziaria. Pupillo di Diocleziano, non seppe imparare dal suo tutore la nobile arte di delegare l'autorità, ma fece un'ottima riuscita in un'arte certamente non inferiore: per usare il termine moderno, stabilizzò la moneta. Il solidus romano, introdotto sotto il suo regno, ebbe per oltre sette secoli la funzione del nostro dollaro. In questo senso, il trasferimento della capitale a Bisanzio fu un ricorso della banca al tesoro.
Forse sarà bene ricordare che a quel tempo la filantropia della Chiesa cristiana era, se non un'alternativa all'economia di Stato, almeno una bella risorsa per una fascia considerevole della popolazione, i non abbienti. La popolarità del Cristianesimo si fondava in larga parte non tanto sull'idea dell'uguaglianza delle anime davanti al Signore quanto sui frutti - tangibili per i non abbienti - di un organizzato sistema di mutua assistenza. Era a suo modo una combinazione tra i buoni-pasto e la Croce Rossa. Né il neoplatonismo né il culto di Iside misero in piedi qualcosa di simile. E questo, francamente, fu il loro errore.
pag.145 _______________________________
Polvere! Questa sinistra sostanza che ti investe in pieno viso! Merita attenzione; e sarebbe meglio non occultarla dietro la parola « polvere ». È soltanto sporcizia in movimento, sudiciume che non riesce a trovare il suo ubi consistam e tuttavia costituisce l'essenza stessa di questa parte del mondo? O è la terra che anela a levarsi nell'aria, che si stacca da se stessa, come la mente dal corpo, come il corpo che si abbandona al calore? La pioggia tradisce la natura di questa sostanza quando rigagnoli bruni o nerastri vanno serpeggiando sotto i tuoi piedi, si rifrangono contro i ciottoli e fuggono giù per le arterie ondeggianti di questo kislak primordiale, senza però riuscire a coagularsi in pozzanghere perché dappertutto sguazza una quantità incalcolabile di ruote, numericamente superiore alle facce degli abitanti, che trascina via questa sostanza, tra un clangore assordante di clacson, oltre il ponte, via verso l'Asia, l'Anatolia, la Ionia, verso Trebisonda e Smirne.
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FROM BOOK: Dall'esilio (Joseph Brodsky)
Fallimento per fallimento, cercare di rievocare il passato è come tentare di afferrare il significato dell'esistenza. In entrambi i casi ci si sente come un bambino che voglia stringere un pallone da basket: le palme continuano a scivolar via.
Io ricordo piuttosto poco della mia vita, e ciò che ricordo non ha questo gran valore. Quasi tutti i pensieri che ricordo di aver trovato interessanti devono il loro significato al periodo particolare in cui si presentarono. Negli altri casi si tratta senza dubbio di pensieri che qualcun altro ha espresso molto meglio.
pag.17 _______________________________
Ricordo queste cose non già perché ritenga che siano le chiavi del subconscio, e non certamente per nostalgia della mia infanzia. Le ricordo perché non l'ho mai fatto prima, perché vorrei che alcune rimanessero - almeno sulla carta. E anche perché c'è più soddisfazione a guardare indietro che avanti. Il domani è meno attraente dell'ieri. Per una ragione o per l'altra il passato non irradia l'immensa monotonia che il futuro promette. Di futuro ce n'è tanto, e a causa della sua abbondanza è propaganda. Come l'erba.
pag.31 _______________________________
In breve, non ci lasciavamo prendere la mano dalle nostre fantasie - c'era troppa realtà con cui fare i conti. Ho già detto, da qualche altra parte, che i russi - almeno quelli della mia generazione - non ricorrono mai agli psicoanalisti. Intanto, non ce n'è molti in giro. E poi, la psichiatria è proprietà dello Stato.
Si sa che avere precedenti psichiatrici non è poi questa gran cosa. Potrebbe diventare un boomerang da un momento all'altro. Ma noi, in ogni caso, eravamo abituati a sbrigarcela da soli con i nostri problemi, a tener conto di quel che succedeva dentro le nostre teste senza bisogno di aiuto dall'esterno. Un vantaggio del totalitarismo è che suggerisce all'individuo una sorta di gerarchia personale che ha al vertice la coscienza. Così teniamo d'occhio quel che sta succedendo dentro noi stessi; e si può dire che denunciamo alla nostra coscienza il comportamento dei nostri istinti. E poi ci puniamo con le nostre mani. Quando ci rendiamo conto che questa punizione non è commisurata al porco che abbiamo scoperto dentro, ricorriamo all'alcol e affoghiamo i nostri ghiribizzi.
pag.143 _______________________________
Figlio del suo tempo - cioè del quarto secolo d.C. o, meglio, d.V. (dopo Virgilio) - Costantino, uomo d'azione, non foss'altro perché era Imperatore, poteva vedere in se stesso non solamente l'incarnazione ma anche lo strumento del principio lineare dell'esi-stenza. Per lui Bisanzio era una croce in senso simbolico ma anche in senso letterale, un'intersezione di rotte commerciali, di strade carovaniere, eccetera - sia da est a ovest, sia da nord a sud. Sarebbe potuto bastare questo ad attirare la sua attenzione sul luogo che aveva dato al mondo (nel settimo secolo a.C.)
qualcosa che in tutte le lingue significa la stessa cosa: il denaro.
Non c'è dubbio che a Costantino il denaro interessava enormemente. È molto probabile che per lui la misura di grandezza, se ne possedeva una, fosse finanziaria. Pupillo di Diocleziano, non seppe imparare dal suo tutore la nobile arte di delegare l'autorità, ma fece un'ottima riuscita in un'arte certamente non inferiore: per usare il termine moderno, stabilizzò la moneta. Il solidus romano, introdotto sotto il suo regno, ebbe per oltre sette secoli la funzione del nostro dollaro. In questo senso, il trasferimento della capitale a Bisanzio fu un ricorso della banca al tesoro.
Forse sarà bene ricordare che a quel tempo la filantropia della Chiesa cristiana era, se non un'alternativa all'economia di Stato, almeno una bella risorsa per una fascia considerevole della popolazione, i non abbienti. La popolarità del Cristianesimo si fondava in larga parte non tanto sull'idea dell'uguaglianza delle anime davanti al Signore quanto sui frutti - tangibili per i non abbienti - di un organizzato sistema di mutua assistenza. Era a suo modo una combinazione tra i buoni-pasto e la Croce Rossa. Né il neoplatonismo né il culto di Iside misero in piedi qualcosa di simile. E questo, francamente, fu il loro errore.
pag.145 _______________________________
Polvere! Questa sinistra sostanza che ti investe in pieno viso! Merita attenzione; e sarebbe meglio non occultarla dietro la parola « polvere ». È soltanto sporcizia in movimento, sudiciume che non riesce a trovare il suo ubi consistam e tuttavia costituisce l'essenza stessa di questa parte del mondo? O è la terra che anela a levarsi nell'aria, che si stacca da se stessa, come la mente dal corpo, come il corpo che si abbandona al calore? La pioggia tradisce la natura di questa sostanza quando rigagnoli bruni o nerastri vanno serpeggiando sotto i tuoi piedi, si rifrangono contro i ciottoli e fuggono giù per le arterie ondeggianti di questo kislak primordiale, senza però riuscire a coagularsi in pozzanghere perché dappertutto sguazza una quantità incalcolabile di ruote, numericamente superiore alle facce degli abitanti, che trascina via questa sostanza, tra un clangore assordante di clacson, oltre il ponte, via verso l'Asia, l'Anatolia, la Ionia, verso Trebisonda e Smirne.
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FROM BOOK: Dall'esilio (Joseph Brodsky)
December 30, 2016
Da leggere e rileggere e rileggere.
August 2, 2017
Meditazioni sul Bosforo
strane pagine di prosa di Brodskij: pensieri che si affollano mentre passa per Istanbul e suda tra le sue mura e la polvere delle sue strade. Le sue riflessioni culturali sono condensate, ma molto originali e l'idea di inframezzarle con le sensazioni e i pensieri che lo prendono mentre - figlio della Terza Roma- respira l'aria della seconda Roma, dalla quale tanto la Russia ha acquisito (almeno dal punto di vista religioso...)
strane pagine di prosa di Brodskij: pensieri che si affollano mentre passa per Istanbul e suda tra le sue mura e la polvere delle sue strade. Le sue riflessioni culturali sono condensate, ma molto originali e l'idea di inframezzarle con le sensazioni e i pensieri che lo prendono mentre - figlio della Terza Roma- respira l'aria della seconda Roma, dalla quale tanto la Russia ha acquisito (almeno dal punto di vista religioso...)
September 14, 2024
una collezione di scritti che spazia dalla poesia di Mandel’štam e Auden, al viaggio dell’autore a Instanbul e la descrizione di San Pietroburgo, la sua città che ha cambiato nome, fino a raccontare della sua vita in Unione Sovietica, il suo disprezzo per questo Stato divoratore e crudele che negherà per 12 anni ai suoi genitori il visto per incontrarsi con lui e poi gli vieterà di presenziare al loro funerale. Tagliente, poetico, filosofico, commovente.
October 2, 2017
"L’arte non è un’esistenza migliore, ma è una esistenza alternativa; non è un tentativo di sfuggire alla realtà, ma il contrario, un tentativo di animarla." (Il figlio della civiltà, p. 72)
October 20, 2023
"... sono nato (...) a Leningrado, per quanto mi ripugni questo nome dato alla città" .
Un libro particolarmente bello e interessantissimo.
Intanto un omaggio a San Pietroburgo, tanto diversa dalle altre città russe, luogo eletto di letteratura, che relativamente "sfuggì al massacro rivoluzionario".
Poi un commosso ricordo del grande poeta Mandel'stam e della consorte Nadezda che "affidò alla memoria quello che non poteva essere affidato alla carta (...) imparando a memoria i versi del marito". E Anna Achmatowa e M. Cvetaeva, insigni scrittrici.
Il bellissimo pezzo che chiude la raccolta "Fuga da Bisanzio" è dedicato alle figure dei genitori. Un testo scritto in America dopo la loro morte. E' nel contempo una pregnante testimonianza della durezza del regime sovietico. "Nessun Paese è arrivato al virtuosismo della Russia nell'arte di distruggere le anime dei suoi sudditi".
Assai acute le osservazioni sul ruolo del poeta, soprattutto in situazione di regime, ma estendibili anche a società libere come le nostre, dove il rischio 'totalitario' viene insinuato dalle mode e dagli stili di vita che giungono dai 'media' .
"Se mai un poeta ha un obbligo verso la società, è quello di scrivere bene. Essendo in minoranza, non ha altra scelta" ; "i versi di un poeta hanno il dono di esulare dal contesto per assumere un significato universale" .
Un libro particolarmente bello e interessantissimo.
Intanto un omaggio a San Pietroburgo, tanto diversa dalle altre città russe, luogo eletto di letteratura, che relativamente "sfuggì al massacro rivoluzionario".
Poi un commosso ricordo del grande poeta Mandel'stam e della consorte Nadezda che "affidò alla memoria quello che non poteva essere affidato alla carta (...) imparando a memoria i versi del marito". E Anna Achmatowa e M. Cvetaeva, insigni scrittrici.
Il bellissimo pezzo che chiude la raccolta "Fuga da Bisanzio" è dedicato alle figure dei genitori. Un testo scritto in America dopo la loro morte. E' nel contempo una pregnante testimonianza della durezza del regime sovietico. "Nessun Paese è arrivato al virtuosismo della Russia nell'arte di distruggere le anime dei suoi sudditi".
Assai acute le osservazioni sul ruolo del poeta, soprattutto in situazione di regime, ma estendibili anche a società libere come le nostre, dove il rischio 'totalitario' viene insinuato dalle mode e dagli stili di vita che giungono dai 'media' .
"Se mai un poeta ha un obbligo verso la società, è quello di scrivere bene. Essendo in minoranza, non ha altra scelta" ; "i versi di un poeta hanno il dono di esulare dal contesto per assumere un significato universale" .
July 7, 2026
MENO DI UNO:
<< e tu avevi assorbito col latte di tua madre l’idea che la maggioranza ha ragione>>
<< il volto [della città] di un superstite; e un superstite non può chiamarsi col nome di Lenin>>
GUIDA A UNA CITTÀ CHE HA CAMBIATO NOME:
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NADEŽDA MANDEL’ŠTAM
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FUGA DA BISANZIO
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IN UNA STANZA E MEZZO
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<< e tu avevi assorbito col latte di tua madre l’idea che la maggioranza ha ragione>>
<< il volto [della città] di un superstite; e un superstite non può chiamarsi col nome di Lenin>>
GUIDA A UNA CITTÀ CHE HA CAMBIATO NOME:
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NADEŽDA MANDEL’ŠTAM
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FUGA DA BISANZIO
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IN UNA STANZA E MEZZO
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August 24, 2024
Tralasciando l’ineccepibile stile letterario e la sua illuminante critica alla produzione di Auden e Mandel’štam(marito e moglie), d’altronde ha vinto il Nobel, di Fuga da Bisanzio non resta che criticare e recensire l’uomo.
Brodskij appare per tutta la durata della lettura in ogni singolo saggio una figura insofferente e contraddittoria: ama la Russia ma la detesta; che sia perché osteggiato come ebreo, per credo politico, per punto o perché come lo definisce Nori uomo alienato dal presente(uno Zivago 2.0) non si riesce a venirne a capo e solo lui sarebbe stato in grado di dirlo.
È sicuramente un figlio amato e che ha amato i suoi genitori, “Una stanza e mezzo” è un tributo alla memoria e testamento al suo amore di figlio che non puoi fare a meno di commuoverti e desiderare di averli conosciuti anche tu.
Una sola cosa fa storcere il naso in questi saggi: la per niente velata islamofobia e il suo sapiente e cosciente Orientalismo.
Brodskij appare per tutta la durata della lettura in ogni singolo saggio una figura insofferente e contraddittoria: ama la Russia ma la detesta; che sia perché osteggiato come ebreo, per credo politico, per punto o perché come lo definisce Nori uomo alienato dal presente(uno Zivago 2.0) non si riesce a venirne a capo e solo lui sarebbe stato in grado di dirlo.
È sicuramente un figlio amato e che ha amato i suoi genitori, “Una stanza e mezzo” è un tributo alla memoria e testamento al suo amore di figlio che non puoi fare a meno di commuoverti e desiderare di averli conosciuti anche tu.
Una sola cosa fa storcere il naso in questi saggi: la per niente velata islamofobia e il suo sapiente e cosciente Orientalismo.
December 15, 2022
Ho preso in mano questo libro dopo averne trovato un passaggio che mi aveva colpito in “I russi sono matti” di Paolo Nori. Il passaggio era sui genitori, una linea telefonica e un indirizzo; ho scoperto essere nel capitolo “Una stanza e mezzo”. Quel passaggio e quel capitolo, insieme a quello iniziale “Meno di uno”, sono quelli più personali, memorialistici, ed erano quello che egoisticamente cercavo nel libro perché ricadono dentro un tema e un modo e pensieri miei per cui mi era rimasto impresso il passaggio trovato per primo. Bellissimi. Il resto è saggistico (menzione d’onore alla parte su Auden, molto bella anche quella) e dalla competenza che mi manca mi è risultato molto più formale e lontano, noioso a tratti, e non l’ho apprezzato. 3/5 mea culpa ignorante
August 14, 2023
Leggendo i saggi di Brodskij non si può che rimanere attoniti di fronte alla sua capacità intellettiva e alla sua alchimia linguistica. Ho assaporato le pagine relative alla poesia, che giudico - oltre che sincere - coraggiose e rivoluzionarie per l’epoca; tutt’al più diverso il tono utilizzato per le pagine relative alla vita nell’URSS di Stalin, di una chirurgica precisione volta a criticare in maniera asperrima il regime sovietico e alla sua esasperata burocratizzazione. Lo stile si cristallizza e si distende - ma senza abbandonare la sua punta tragica - nel parlare dei genitori, lentamente annientati dalla chiusura della Russia di quei tempi.
Niente da dire, se non che bisogna inchinarsi a tale mente.
Niente da dire, se non che bisogna inchinarsi a tale mente.
January 27, 2023
raccolta di saggi superlativa. ho letto qualche essay dalla raccolta originale, che ha scritto in inglese, tra cui c'è in aggiunta il pezzo su Anna Achmatova, per me, davvero meritevole di una lettura. ho apprezzato particolarmente gli scritti sulla poesia e poeti, qui W.H. Auden e Mandel'štam, ma le analisi storiche di San Pietroburgo e Istanbul (Leningrado e Bisanzio) sono probabilmente i punti di maggiore elevazione stilistica della raccolta.
November 28, 2025
Un libro che inonda il lettore con una dolce miscela di: cultura, stile, nobile intelligenza, smaccata arroganza e decadente provincialismo russo intriso dell’atavico loro senso di inferiorità rispetto all’avanzato occidente.
Il lettore apprezzerà e non dimenticherà mai il momento in cui la sua mente accenderà la lampadina facendo apparire il senso del titolo e il perché l’autore discerni così in profondità di Istanbul nonostante il suo breve viaggio, tutto ciò è geniale.
Il lettore apprezzerà e non dimenticherà mai il momento in cui la sua mente accenderà la lampadina facendo apparire il senso del titolo e il perché l’autore discerni così in profondità di Istanbul nonostante il suo breve viaggio, tutto ciò è geniale.
February 9, 2020
"Non sono uno storico, o un giornalista, o un etnografo. Tutt'al più sono un viaggiatore, una vittima della geografia. Non della storia, si noti, ma della geografia. È questa a legarmi ancora al Paese in cui era il mio destino nascere, alla nostra rinomata terza Roma".
Miagolare a se stessi, la somma di due passati.
Miagolare a se stessi, la somma di due passati.
July 10, 2023
Molto belli questi ritratti, ostentatamente dissacratori ma anche estremamente poetici. Il Fuga da Bisanzio e guida a una città che ha cambiato nome sono meravigliosi
March 22, 2025
"Meno di uno", "Guida a una città che ha cambiato nome" ma soprattutto "In una stanza e mezzo" sono superlativi.
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