Jump to ratings and reviews
Rate this book

Les Choses

Rate this book
L.F: " Les choses " ? C'est un titre qui intrigue, qui alimente les malentendus. Plutôt qu'un livre sur les choses, au fond n'avez-vous pas écrit un livre sur le bonheur ? G. P: C'est qu'il y a, je pense, entre les choses du monde moderne et le bonheur, un rapport obligé. Une certaine richesse de notre civilisation rend un type de bonheur possible : on peut parler, en ce sens, comme d'un bonheur d'0rly, des moquettes profondes, d'une figure actuelle du bonheur qui fait, je crois, que pour être heureux, il faut être absolument moderne. Ceux qui se sont imaginé que je condamnais la société de consommation n'ont vraiment rien compris à mon livre. Mais ce bonheur demeure un possible ; car, dans notre société capitaliste, c'est : choses promises ne sont pas choses dues. --Ce texte fait référence à une édition épuisée ou non disponible de ce titre.

157 pages, Paperback

First published January 1, 1965

Loading...
Loading...

About the author

Georges Perec

147 books1,732 followers
Georges Perec was a highly-regarded French novelist, filmmaker, and essayist. He was a member of the Oulipo group. Many of his novels and essays abound with experimental wordplay, lists, and attempts at classification, and they are usually tinged with melancholy.

Born in a working-class district of Paris, Perec was the only son of Icek Judko and Cyrla (Schulewicz) Peretz, Polish Jews who had emigrated to France in the 1920s. He was a distant relative of the Yiddish writer Isaac Leib Peretz.

Perec's first novel, Les Choses (Things: A Story of the Sixties) was awarded the Prix Renaudot in 1965.

In 1978, Perec won the prix Médicis for Life: A User's Manual (French title, La Vie mode d'emploi), possibly his best-known work. The 99 chapters of this 600 page piece move like a knight's tour of a chessboard around the room plan of a Paris apartment building, describing the rooms and stairwell and telling the stories of the inhabitants.

Cantatrix Sopranica L. is a spoof scientific paper detailing experiments on the "yelling reaction" provoked in sopranos by pelting them with rotten tomatoes. All the references in the paper are multi-lingual puns and jokes, e.g. "(Karybb et Scyla, 1973)".

Perec is also noted for his constrained writing: his 300-page novel La disparition (1969) is a lipogram, written without ever using the letter "e". It has been translated into English by Gilbert Adair under the title A Void (1994). The silent disappearance of the letter might be considered a metaphor for the Jewish experience during the Second World War. Since the name 'Georges Perec' is full of 'e's, the disappearance of the letter also ensures the author's own 'disappearance'.

His novella Les revenentes (1972) is a complementary univocalic piece in which the letter "e" is the only vowel used. This constraint affects even the title, which would conventionally be spelt Revenantes. An English translation by Ian Monk was published in 1996 as The Exeter Text: Jewels, Secrets, Sex in the collection Three.

It has been remarked by Jacques Roubaud that these two novels draw words from two disjoint sets of the French language, and that a third novel would be possible, made from the words not used so far (those containing both "e" and a vowel other than "e").

W ou le souvenir d'enfance, (W, or, the Memory of Childhood, 1975) is a semi-autobiographical work which is hard to classify. Two alternating narratives make up the volume: one, a fictional outline of a totalitarian island country called "W", patterned partly on life in a concentration camp; and the second, descriptions of childhood. Both merge towards the end when the common theme of the Holocaust is explained.

Perec was a heavy smoker throughout his life, and was diagnosed with lung cancer in 1981. He died the following year in Ivry-sur-Seine at only forty-five-years old. His ashes are held at the columbarium of the Père Lachaise Cemetery.

David Bellos wrote an extensive biography of Perec: Georges Perec: A Life in Words, which won the Académie Goncourt's bourse for biography in 1994.

Ratings & Reviews

What do you think?
Rate this book

Friends & Following

Create a free account to discover what your friends think of this book!

Community Reviews

5 stars
1,743 (24%)
4 stars
2,955 (41%)
3 stars
1,790 (25%)
2 stars
480 (6%)
1 star
126 (1%)
Displaying 1 - 30 of 47 reviews
Profile Image for Orsodimondo.
2,539 reviews2,561 followers
December 6, 2025
LA VITA, ISTRUZIONI PER L’USO



Come trasformare un trattatello di sociologia in letteratura, una specie di sondaggio demografico in narrativa. E fare scuola, restare nella storia della letteratura.
I figli della piccola borghesia che diventano classe media. I desideri che si trasformano in bisogni. “Le cose” che diventano necessità, passaporto per una qual forma di felicità, o, se non altro, di realizzazione.
Il ventesimo secolo che diventa finalmente il nuovo secolo, la modernità (ma rimane quello breve):
Erano infatuati di libertà. Gli pareva che il mondo intero fosse fatto a loro guisa; vivevano al ritmo esatto della loro sete, e la loro esuberanza era inestinguibile; il loro entusiasmo non conosceva più limiti: avrebbero potuto camminare, correre, ballare, cantare tutta la notte…La loro vita sarebbe stata solo l’inesauribile somma di quei momenti propizi e che sarebbero stati sempre felici, perché meritavano di esserlo, perché la felicità era in loro.



Quando fu pubblicato, Perec aveva pochi anni più dei suoi ipotetici protagonisti: lui ventiquattro, lei ventuno, il nostro autore ventinove: il romanzo li segue per qualche anno e nell’epilogo sono diventati coetanei di chi li ha creati.
Ho scritto “ipotetici” nel senso di presunti in quanto Jérôme e Sylvie sono i due campioni demografici scelti da Perec per rappresentare la loro generazione, più che essere davvero protagonisti, sono rappresentativi di un gruppo sociale. E loro stessi si guadagnano da vivere facendo ricerche di mercato.
Provano a raggiungere ricchezza e felicità senza impegnarsi a tempo pieno, restando in qualche modo bohémien. Solo che chi non lavora non mangia, ma chi lavora non vive più.
Quando il tran tran parigino, per quanto all’insegna di libertà e tempo libero e amicizie coltivate con persone loro simili in aspirazioni e attività, si rivela a fondo perduto – non raggiungeranno mai il benessere cui ambiscono – decidono di abbracciare l’avventura all’estero. Paese nuovo e nuova vita: la Tunisia, purtroppo però la provincialissima Sfax non la capitale.
Ma anche questo capitolo della loro giovane vita si rivela senza sbocco. E quindi, dopo men di un anno, fanno bagagli e tornano a casa a Parigi. Pronti ad accettare il posto fisso in provincia. Ma una provincia meno provincia di quella tunisina, e un salario che garantisce agio e sicurezza.



È la prima generazione cresciuta a pane e celluloide, col cinema, immersa nei film:
C’era, soprattutto, il cinema. Ed era probabilmente il solo campo nel quale la loro sensibilità aveva imparato tutto. Qui, non dovevano niente a modelli. Appartenevano, per età, per formazione, a quella prima generazione per la quale il cinema fu, più che un’arte, un’evidenza; l’avevano conosciuto da sempre…Quel film che avrebbero voluto fare, o, più segretamente certo, avrebbero voluto vivere.

Pura delizia è la scelta dei tempi e modi verbali: il condizionale nel primo capitolo, quello dove viene immaginato l’appartamento modello; l’imperfetto nella parte centrale del romanzo, quando si racconta la continua frustrazione del desiderio; il futuro per l’ultima parte, quella dell’accettazione delle regole sociali e del “godimento insipido”.



P.S.
È chiaro e palese, e dichiarato, il debito di Vincenzo Latronico e del suo Le perfezioni: i suoi due protagonisti sono in pratica gli stessi di Perec ma declinati al Terzo Millennio, mezzo secolo dopo.
Come è chiaro e palese, e dichiarato, che Perec si genufletta a Flaubert non solo per la cura della sua lingua, per quella consistente vena di bovarismo presente nei suoi due protagonisti, per l’altra consistente vena che innesta Bouvard e Pécuchet, o meglio, il Dizionario dei luoghi comuni e il Catalogo delle idee chic nella società dei consumi e nelle agenzie pubblicitarie, ma anche per la costante ironia che frustra ma non condanna, giudica ma non sentenzia, per la “distanza ironica” che Perec adotta verso la sua ‘materia’.

PP.SS.
Perec è morto all’età di quarantasei anni: suo padre a trentuno, in guerra, quando il piccolo George ha solo quattro anni; la madre a trentadue muore ad Auschwitz, quando George ne ha pochi di più, nove. Entrambi i genitori erano ebrei (polacchi).


George Perec: 7 marzo 1936 – 3 marzo 1982.
Profile Image for Dagio_maya .
1,173 reviews377 followers
January 29, 2019
Essere è avere

Parigi, anni ’60.
Jérome e Sylvie, poco più che ventenni, vivono in un piccolo e disordinato appartamento e per campare si dichiarano psicosociologi in realtà si occupano di sondaggi.
I due viaggiano s’un comune binario che li ossessiona: il desiderio (irrazionale) di una ricchezza improvvisa, caduta dal cielo.
Possedere cose è il pensiero fisso che li tormenta ma non li sprona ad andare oltre l’immaginazione, il sogno ad occhi aperti.
Le giornate si trascinano e si consolida una routine che li vede arenarsi in un lavoro consono più a due universitari che ad una coppia intenzionata a raggiungere un obiettivo materiale.
I mesi diventano anni e si arenano nell’inadeguatezza; come intestarditi a voler indossare sempre lo stesso vestito mentre la taglia non è più la stessa.
Le loro frustrazioni si rifugiano e si condividono nel gruppo di amici con cui si passano serate al cinema, cene in stanze fumose e con i quali ci si annebbia e anestetizza nell’alcool.
Sono anni della guerra franco- algerina; anni in cui cominciano movimenti politico- sociali importanti.
Jérome e Sylvie partecipano ai cortei, gridano slogan ma le loro voci sono più un uniformarsi alla massa che un vero sentire:

” Milioni di uomini si sono battuti, e si stanno ancora battendo, per il pane. Jérome e Sylvie non credevano certo che si potesse lottare per i divani Chesterfield. Eppure sarebbe stata proprio questa la parola d’ordine che li avrebbe più facilmente mobilitati. Nulla li riguardava -così pensavano -nei programmi, nei piani: s’infischiavano delle pensioni anticipate, delle vacanze più lunghe, dei pasti di mezzogiorno gratuiti, delle settimane di trenta ore. Volevano la sovrabbondanza (…)”

La verità è che la ricchezza si calcifica al centro di ogni cosa tanto d'amarla più che la loro vita stessa.

Non un pamphlet anticapitalista ma un fermo immagine s’una generazione che si ritrova immersa in quell’improvvisa abbondanza che appare sempre più accessibile:
basterebbe allungare una mano.

Non un romanzo in senso stretto ma quasi una cronaca sociologica romanzata.

Cose, cose, cose, cose, cose…e tanto, tanto vuoto.



” Così fantasticavano, i felici imbecilli: eredità, lotterie, vincite alle corse. La banca di Montecarlo saltava in aria; in un vagone deserto, una sacca dimenticata nella reticella: risme di bigliettoni; in una dozzina di ostriche, una collana di perle. Oppure un paio di poltrone Boulle da un contadino analfabeta del Poitou.
Grandi slanci li esaltavano. Talvolta per ore intere, per giorni e giorni, una voglia frenetica di esser ricchi, subito, immensamente, per sempre, si impadroniva di loro e non li abbandonava più. Era un desiderio folle, morboso, opprimente, che sembrava governare i loro minimi gesti. La fortuna diventava il loro oppio. Se ne inebriavano. Si abbandonavano senza ritegno ai deliri dell’immaginazione. Dovunque andassero, ormai badavano solo al denaro. Avevano incubi di milioni, di gioielli.”
Profile Image for Sarinys.
466 reviews176 followers
July 28, 2016
Viaggio nell’insoddisfazione esistenziale di una giovane coppia nella Francia degli anni Sessanta. Incapaci di rassegnarsi al posto fisso e alla vita borghese, ma allo stesso tempo troppo bisognosi di denaro per rifiutarne in toto i ricatti, i due protagonisti non sono né carne né pesce; non trovano la loro dimensione in un mondo urbano e consumista, ma non riescono ad essere felici in tempi e luoghi diversi. Georges Perec pone una domanda senza voler dare per forza la risposta: nella sua storia non c’è giusto o sbagliato, e i personaggi che dipinge sono frivoli e umani come tutti noi. Non siamo davanti a un trattato di sociologia o a un atto di accusa al consumismo, ma piuttosto a un viaggio psicologico dentro al capitalismo; il suo scopo primario non è la contestazione; Perec cerca di definire una condizione esistenziale le cui circostanze sembrano annidarsi nell’animo della contemporaneità; ma esse forse giacciono nella nostra società da tempo immemorabile.
Opera prima dello scrittore francese, il romanzo è sprovvisto di dialoghi, viene quasi interamente narrato all’imperfetto ed è infarcito dei tradizionali elenchi cari al suo autore. Perec procede per accumulazione, asfissiando il lettore fino al climax del racconto, quando improvvisamente l’atmosfera diventa rarefatta. I capitoli conclusivi sono sospesi su trasognati deserti e città invisibili, che svuotano melanconicamente la narrazione congestionata, rivelando che le idee di Perec si appoggiano sempre su di un degno talento letterario.
L’edizione Einaudi, del 2011, si apre con una corposa e interessante prefazione di Andrea Canobbio, dove si parla della genesi di Le cose e dello stile con cui è scritto – stando allo stesso Perec, l’ispirazione è Gustave Flaubert, di cui cita esplicitamente L’educazione sentimentale.
Profile Image for Ubik 2.0.
1,110 reviews317 followers
October 27, 2025
«Una storia sulla povertà mescolata inestricabilmente all'immagine della ricchezza” (Roland Barthes)

In poco più di cento pagine Perec, qui al suo esordio, coglie lo spirito di una realtà radicata nella Parigi del boom economico degli anni ’60, con le sue intrinseche contraddizioni e con le ripercussioni che determina in Jerome e Sylvie, una coppia qualunque di universitari di estrazione piccolo borghese.

Per dipingere questo quadro, l’autore si avvale della sua straordinaria capacità di osservazione, i famosi “elenchi”, frutto del suo interesse per le liste e la classificazione delle cose circostanti, che costituiranno un elemento essenziale della sua opera più ambiziosa e, in tutti i sensi, più grande: “La vita: istruzioni per l’uso”.

“Le cose” è un testo che affronta molti temi d’interesse ma si concentra soprattutto sul contrasto fra l’eccesso dei desideri indotti dalla cosiddetta società dei consumi, la pubblicità, le vetrine, le riviste patinate, le suggestioni dei mass media e le conseguenti fantasticherie di accumulazione, e d’altra parte la penuria e il senso di vuoto e insoddisfazione che domina i due protagonisti.

Nel corso della narrazione Perec mette in atto alcuni virtuosismi stilistici, come l’adozione di tre diversi modi verbali per descrivere, minuziosamente come suo solito, tre appartamenti con le rispettive stanze, mobili e accessori, il condizionale nell’incipit che disegna quella che si può definire “l’abitazione dei sogni”, l’imperfetto a descrivere l’alloggio reale, angusto e confusionario, di Jerome e Sylvie e nel finale il futuro immaginato sul treno che li porta definitivamente verso la vita borghese.

Quest’ultimo sembra rappresentare in qualche modo la resa rispetto alle velleitarie aspirazioni coltivate nel periodo cruciale dai due universitari nel loro bozzolo di amicizie che vedono avvicinarsi il momento dell’assunzione delle responsabilità o, come unica alternativa, la rassegnazione a un’esistenza di emarginazione e indigenza.

Ma, come evidenzia il titolo, in confronto alla passività e opacità degli individui, sono “Le cose” a dominare la scena, ad orientare le scelte di vita della coppia, a riempire gli spazi (che altrimenti, come nella parentesi tunisina, restano tristemente vuoti), a sancire col loro possesso un’illusoria sensazione di appagamento.

“Le cose” descrive un processo crudele la cui spietata fatalità, pur mitigata dalla sapiente ironia dell’autore, consacra la reificazione dell’esistenza, configurando l’incombente trionfo del capitalismo avanzato, ma anche, in un numero crescente di individui, l’accumulo di una frustrazione sul punto di esplodere.
Profile Image for mela✨.
428 reviews85 followers
April 6, 2024
*4.5

Alzando il voto perché non c'è singolo giorno in cui non pensi a questo libro.
Veramente un capolavoro sia a livello contenutistico (rappresentazione cinica e brillante della vita della borghesia francese, che può benissimo essere applicata anche ad altri contesti), sia a livello stilistico, una prosa veramente elegante e scorrevolissima, un "classico" del Novecento invecchiato benissimo.
Non do 5 stelle solo perché aspetto di leggere altro di Perec, perché se questo è il suo esordio, mi aspetto veramente molto dagli altri suoi romanzi.
Profile Image for Marcello S.
665 reviews294 followers
October 17, 2024
Negli anni Sessanta due giovani parigini si occupano, per necessità, di ricerche di mercato e sognano di diventare ricchi per potersi permettere tutto quello che la società capitalista gli propone. Ci sono i film che guardano, le passeggiate notturne, le cene e le discussioni con gli amici. Forse però questa specie di felicità è solo un’illusione: le amicizie iniziano a sfilacciarsi e l’avere o non avere soldi condiziona anche la loro vita affettiva. Strutturato in tre capitoli con tre tempi verbali diversi: condizionale, imperfetto, futuro. Non ha dialoghi, compensati da una quantità di descrizioni dettagliate. Ha più del sociologico che del romanzato. Breve, diretto, stilisticamente portentoso. Bella e lunga introduzione di Andrea Canobbio. Omaggiato nel 2022 da Le Perfezioni di Vincenzo Latronico.

[80/100]
Profile Image for Arwen56.
1,218 reviews345 followers
October 29, 2014
Ingegnoso, con il suo tempo condizionale per il “desiderio”, il suo tempo imperfetto per la “disillusione” e il suo tempo futuro per “l’adeguamento”.

Ma non disperate, suvvia. Niente musi lunghi. Esistono pur sempre anche i Bartleby, non credete? E i Bartleby, semplicemente, preferiscono di no. Volendo, ce la possiamo ancora fare.

;-)
Profile Image for Pino Sabatelli.
616 reviews68 followers
December 1, 2019
I realisti vivono nel presente, i nostalgici nel passato, i visionari nel futuro, i falliti nel condizionale.
Profile Image for Andrea Fiore.
297 reviews81 followers
March 23, 2021
La parte più interessante del romanzo non mi sembra tanto il finale, con la prevedibile (fisiologica?) resa alla società dei consumi, quanto tutta la prima parte. Con la precisione di un saggio di sociologia Perec mostra lo stato d’animo dei futuri sessantottini, piccolo-borghesi impazienti e bramosi (“che non erano ricchi, ma che desideravano esserlo solo perché non erano poveri”), che in un caso emblematico di falsa coscienza hanno nascosto il loro desiderio (parola chiave) di nuovi beni posizionali con parole d’ordine rivoluzionarie.

Ma l’orizzonte dei loro desideri era spietatamente chiuso. Le loro grandi fantasticherie possibili appartenevano solo all’utopia.” (pg. 12)

L’immensità dei desideri li paralizzava.” (pg. 16)

[…] incantati e quasi sommersi già dalla vastità dei loro bisogni, delle ricchezze esibite, dall’abbondanza offerta.” (pg. 28)

Avevano bisogno, forse, che la loro libertà, la loro intelligenza, la loro allegria, la loro gioventù fossero, in ogni tempo, in ogni luogo, convenientemente espresse.” (pg. 33)

Provenivano quasi tutti dalla piccola borghesia, e i suoi valori, pensavano, non gli bastavano più; sbirciavano con desiderio, con disperazione, verso il benessere evidente, il lusso, la perfezione dei ricchi borghesi. Non avevano passato, né tradizione. Non aspettavano un’eredità.” (pg. 37)

Erano infatuati di libertà. Gli pareva che il mondo intero fosse fatto a loro guisa; vivevano al ritmo esatto della loro sete, e la loro esuberanza era inestinguibile; il loro entusiasmo non conosceva più limiti: avrebbero potuto camminare, correre, ballare, cantare tutta la notte." (pg. 40)

Tutto infatti dava loro torto, e in primo luogo la vita stessa. Volevano godere la vita, ma, ovunque intorno ad essi, il godimento si confondeva con la proprietà.” (pg. 54)

Avevano l’impressione, a volte, di non aver ancora cominciato a vivere. Ma sempre più la loro vita gli pareva fragile, effimera, e si sentivano senza forze, come se l’attesa, l’imbarazzo, le ristrettezze li avessero logorati, come se tutto fosse stato naturale: i desideri insoddisfatti, le gioie imperfette, il tempo perso. […] Altre volte non ne potevano più. Volevano battersi e vincere. Volevano lottare, conquistare la felicità. Ma come lottare? Contro chi? Contro che cosa? Vivevano in un mondo strano e cangiante, l’universo variopinto della civiltà mercantile, le prigioni dell’abbondanza, gli affascinanti tranelli della felicità. […] Jérôme e Sylvie non credevano certo che si potesse lottare per i divani Chesterfield. Eppure sarebbe stata proprio questa la parola d’ordine che li avrebbe più facilmente mobilitati. Nulla li riguardava, così pensavano, nei programmi, nei piani: s’infischiavano delle pensioni anticipate, delle vacanze più lunghe, dei pasti gratuiti, delle settimane di trenta ore. Volevano la sovrabbondanza, sognavano lo stereo Clément, le spiagge deserte solo per loro, i giri del mondo, gli alberghi di lusso.” (pg. 67-68)

Un compagno perfetto per questo romanzo è il saggio I tartufi della rivoluzione (Néo-fascisme et idéologie du désir, 1973) di Michel Clouscard, che a differenza di altri intellettuali (Foucault, Deleuze, Derrida, Lacan) innamorati degli studenti in rivolta, aveva capito perfettamente cosa stesse succedendo:

La strategia neocapitalistica, sul piano ideologico dei principi, della morale, dei comportamenti, del consumo, deve dunque - per conquistare i suoi mercati - infrangere, liquidare, frantumare questi valori etici: la «società opulenta» deve promuovere i valori opposti del consumo, dello spreco, della festa, della libidinalità. Il freudo-marxismo adempie questa funzione: esso deve liquidare l'etica (proposta come moralismo repressivo di papà!... che furbi!). Deve liquidare la privazione, l'economia (dell'accumulazione), l'inibizione, i valori tradizionalisti.
Perciò il modello del nuovo consumo sarà l'emancipazione attraverso la trasgressione. Il modello di consumo della merce del neocapitalismo sarà immanente alla merce. Il capitalismo ha così potuto immettere nel prodotto stesso l'espressione ideologica. Esso vende ideologia, modo di vita, stile di vita. La modernità del suo prodotto è la liquidazione delle virtù dei modi di produzione anteriori. Consumare equivale ad emanciparsi! trasgredire ad essere liberi! godere ad essere rivoluzionari!!! In altre parole, la strategia neocapitalista di seduzione delle popolazioni votate alla nuova produzione (verso la nuova società) si oggettiva nella merce. Quest'ultima è innanzitutto una forma di rapporto che svia dalla lotta di classe e propone come liberazione la modalità dell’alienazione.
"
Profile Image for Remo.
6 reviews2 followers
August 5, 2012
a me m'ha rovinato la malattia, diceva alberto sordi.
santi bailor.
hush! (ammoràmmazzato)

che una settimana fa (moreless) leggevo sul corriere di uno studio di una università americana (àmmeregana. del kaaansassìti, hawanagài?) secondo il quale (la faccio breve)
a esser troppo intelligenti c'è da rimanere scemi.
(nel kansassiti siamo spicci, assalawassa).
'st' articolo qua, sul corrierone, era a nome di una che:
o doveva esser stata troppo intelligente da piccola,
o per altri meriti non correva di questi rischi.

anyway (so' padrone de la lingua. che mi guardi, con quella faccia intrèpida?) troppo non lo so, ma quando incontri uno che ci vede lungo lo riconosci e se è parecchio intelligente lui ti senti scemo tu.
e in quella circostanza posso puro esse d'accordo col kàaansas siti. olràit? olràit.

seguimi nel ragionamento a cicalo':
adesso, co una connessione internet, una televisione, una radio due giornali, una terza media e duecentoventigrammi di cervello lo capisci da te che c'è in giro la gente che si pensano di essere di più.
e che, anzi: se lo meritano.

vado a dimostrare (èvéro): aprite un social network.
trovate nei primi 50 post un campionario siffatto (l'immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto):

- sciampiste che si mettono la foto di audrey hepburn (di fisso)
- persone diplomate che argomentano citando a supporto vanity fair
- shoore che commentano con schadefreude preterintenzionale le smagliature di scarlett johansson
- giovani adulte che con la scusa di sex&the city invece sono semplicemente un po' zoccole
- lamentazioni (sul coinquilino, sul vicino, il postino, il sindaco, monti la merkel obama il papa che dovrebbero solo fare come dico io e il mondo sarebbe un paradiso)
- l'amico cronista per diporto che dice nosocomio invece di ospedale
- indignàti
- quelli che mettono le frasi di fabio volo
- ricchioni che si credono gay

insomma, gente che vive al di sopra delle proprie possibilità.
e che ha l'impressione di poterlo fare perchè queste possibilità (di essere se non audrey hepburn almeno pretty woman, di essere non dico flajano ma magari un gramellini, di essere almanco degne di legare i calzari alla wintour, e via così fino ad ammettere di essere proprio ricchioni -per completezza) queste possibilità -dicevamo- sembrano davvero a portata di mano.
e non è così.
si capisce.

perec, questa cosa dell'aspirazione allo status alto, sofisticato, di prestigio e del riconoscimento intellettuale necessariamente collegato al benessere materiale e -soprattutto- da esso testimoniato e dimostrato, la coglie nel 1965.

cinquant'anni fa -non so se mi spiego- descrive una miseranda coppia di focozzoni che, per il solo fatto di essere a conoscenza di certe cose (cose proprio), di certi segni di raffinatezza, riconosciuti da un po' più della ristrettissima cerchia che se li può davvero permettere (in tutti i sensi dico: comprarli e capirli), crede di esser destinata a goderne, non fa niente -davvero- per ottenerli e si abbrutisce nel sognarli con la pretesa che li saprebbe apprezzare meglio di chi invece ne può (per qualsiasi ragione o merito) fare uso.

il mondo dell'attesa del superenalotto, dell'eredità dello zio d'america; il mondo che improvvisamente domani mi trovo nel consiglio di amministrazione di fincantieri, che mi faranno scrivere un best seller e sarò finalmente ricco come merito, ma resterò sempre il ragazzo semplice di un tempo, venuto dal nulla (e che nulla è).

con questo, perec si dimostra di una prodigiosa lungimiranza fissando un carattere sociologico persistente e pernicioso (principalmente per sè, ma capace di contagio) con una precisione di dettaglio da far rimanere scemi.

"e si vede che era troppo intelligente!"
chioserebbe quella del corriere.

(questo lo dàmo ar gàtto
questo ar sòrcio
co questo c'ammazzàmo le cimice...
macaròne: io ti dishtrùggo)

Profile Image for Simone.
6 reviews1 follower
January 18, 2025
Un libro che mi ha colpito per la sua capacità di esplorare con precisione e profondità un dilemma universale: vivere una vita semplice e autentica, da “sedentario”, oppure sacrificarsi per inseguire il successo e il benessere materiale? La storia dei due protagonisti, Jérôme e Sylvie mi ha portato a riflettere sul sottile equilibrio tra ambizioni e felicità, lavoro e piacere.
Ho apprezzato lo stile ricco di dettagli di Perec, capace di descrivere con maestria il fascino e il peso degli oggetti che invadono le loro vite. Mi sono ritrovato, almeno in parte, nei loro dubbi, chiedendomi cosa significhi davvero vivere bene: trovare la gioia nelle piccole cose o conquistare un futuro ideale e senza gerarchie?

“Allora vivevano, talvolta, momenti di intensa disperazione: sognavano gli uffici, i posti fissi, le giornate regolari, una sistemazione definita. Ma queste immagini rovesciate li disperavano forse ancora di più: non riuscivano, o credevano di non riuscire, a riconoscersi nel volto, magari splendente, di un sedentario; decidevano che odiavano le gerarchie, e che le soluzioni, miracolose o no, sarebbero venute da altrove, dal mondo, dalla Storia. Continuavano la vita caotica: essa corrispondeva alla loro inclinazione naturale. In un mondo pieno di imperfezioni, essa non era - non faticavano a rendersene conto - la più imperfetta.”
Profile Image for Carla (_carlibri_) .
282 reviews
February 7, 2023
L'attualità di questo libro è disarmante.
Ed è disarmante sapere anche che è un esordio.
Molto interessante è la prefazione di Andrea Canobbio, che spiega le influenze del Barthes di Miti d'oggi e del Flaubert de L'educazione sentimentale, due testi che mi è venuta voglia di leggere e che, fortunatamente, ho già in libreria.
Il volume non è neanche da considerarsi un vero e proprio romanzo: infatti, molti critici lo hanno contrassegnato come testo sociologico.
E a ragione.
In generale, ho apprezzato tantissimo il pensiero di Perec, il suo modo di leggere il mondo in cui viveva e in cui viviamo. In questo caso, indagando l'attaccamento alle cose, il desiderio viscerale di essere ricchi senza sforzo, il perenne senso di insoddisfazione che caratterizza i due protagonisti, e un po' anche tutti noi.
Chapeau.
Profile Image for Silvia.
30 reviews
February 2, 2025
Mi aveva incuriosito una recensione, ma non posso dire di averlo amato molto. Gli elenchi infiniti di oggetti, sicuramente funzionali allo scopo dell'autore, mi hanno annoiata molto. Poco emerge della psicologia dei personaggi, cosa che probabilmente non era negli scopi dell'autore. Comunque interessante il rapporto dei personaggi con la società dei consumi, sebbene le conclusioni restino, mi pare, completamente in capo al lettore. Scelta legittima, per carità.
Nel complesso non mi ha entusiasmata. Forse per comprenderlo appieno occorre una certa conoscenza del dibattito filosofico e sociale del tempo.
6 reviews
January 1, 2026
Ad un primo livello, il più immediato, Le Cose può essere visto come una semplice per quanto efficace critica al mondo del consumismo. I “protagonisti” (le virgolette sono intenzionali), una giovane coppia di Parigi, vedono il senso della loro vita unicamente nell'acquisto di oggetti di lusso, abiti alla moda, arredamenti per la casa, vacanze in luoghi esotici... Tutta la loro esistenza si riduce a questo, il loro passatempo preferito è passare ore e ore a vagare tra le botteghe del centro, a guardare le vetrine, a immaginare cosa starebbe bene con quel cappotto.

Purtroppo, la loro condizione economica non è delle migliori e si pone davanti loro un bivio: dedicarsi anima e corpo nel proprio lavoro al fine di elevarsi socialmente o sperare in un miracolo; per buona parte dell’opera scelgono la seconda ipotesi.

Infatti, per quanto aspettarsi che una possibilità così remota possa avverarsi sia sciocco, rinunciare alla propria libertà in cambio della stabilità offerta da un posto di lavoro fisso sarebbe una privazione troppo pesante da sopportare:

"Si vedevano senza lavoro per mesi interi, accettando per sopravvivere lavoretti irrisori, chiedendo prestiti, elemosinando. Allora vivevano, talvolta, momenti di intensa disperazione: sognavano gli uffici, i posti fissi, le giornate regolari, una sistemazione definita. Ma queste immagini rovesciate li disperavano forse ancora di più: non riuscivano, o credevano di non riuscire, a riconoscersi nel volto, magari splendente, di un sedentario; decidevano che odiavano le gerarchie, e che le soluzioni, miracolose o no, sarebbero venute da altrove, dal mondo, dalla Storia. "

Eppure, la libertà non garantiva loro di che vivere:

"Avevano tempo libero, ma anche il tempo lavorava contro di loro. Bisognava pagare il gas, l’energia elettrica, il telefono. Bisognava mangiare tutti i giorni. Bisognava vestirsi, bisognava far rimbiancare i muri, cambiare le lenzuola, dare a lavare la biancheria, far stirare le camicie, acquistare le scarpe, prendere il treno, comperare i mobili. Talvolta la sfera economica li divorava completamente. "

Vivono, come tutti del resto, in un mondo dominato dall’economia: desideri futili, ma anche necessità primarie, e denaro si mischiano tra loro al punto da essere indistinguibili. Per quanto urti la loro sensibilità estetica, se così si può chiamare, la coppia capisce di non poter continuare a sopravvivere di un lavoro part-time arrivando a un punto di rottura: decidono, pur pentendosene poco dopo ma essendo ormai impossibilitati a tirarsi indietro, di trasferirsi in Tunisia e cambiare vita. Si aspettavano le spiagge e la storia di Tunisi, il cosmopolitismo di una colonia francese, uno stile di vita diverso, solo per ritrovarsi stanziati nella molto più umile Sfax. Giorni interminabili passati in quella che a loro sembra una città vuota, priva di qualsivoglia attrattiva, senza nessuna delle possibilità offerte dalla capitale parigina.

Ma la verità, lo sappiamo, è che non avrebbe importato dove si sarebbero trasferiti, il tipo di vita da cui tentavano di fuggire li avrebbe raggiunti ovunque:

"Neoliberalism and globalization have in fact accelerated to the point that an escape to Tunisia for a simpler life might be futile; the line between the developing and developed world is fading — and with this comes a degree of cultural homogenization and almost universal access to goods and services that makes it harder for people to truly experience radical culture shocks. The 9-to-5 life is draining and soul-sucking in Paris or Sfax, in New York City or in Buenos Aires, in Lagos or in Melbourne.(1)"

Consci di questa verità, una volta tornati in patria non passa molto tempo prima che la coppia si “arrenda” al lavoro sedentario.
Può essere dunque che Perec ci stesse mettendo in guardia dai pericoli del lavoro d’ufficio e della globalizzazione? Potrebbe costituire un’altra chiave di lettura, ma sul serio se i due avessero vinto la lotteria come sperato, sarebbero stati soddisfatti?
In verità, nessuna somma avrebbe ottenuto un simile risultato:

"Ma il denaro -un simile rilievo è per forza banale -suscitava nuovi bisogni. Sarebbero rimasti stupiti nel constatare, se ci avessero riflettuto un istante -ma in quegli anni non rifletterono affatto fino a che punto si era trasformata la visione che avevano del proprio corpo, e di conseguenza di tutto quanto li concerneva, di tutto quanto era per loro importante, di tutto quanto stava diventando il loro mondo."

Niente li coinvolgeva veramente: di sicuro non il loro lavoro, per quanto ammettessero di desiderare una vocazione cui dedicarvisi, neppure le amicizie, superficiali e accomunate solo dalla comune passione per le cose, neanche la breve e insignificante esperienza di attivismo politico risveglia in loro qualche sentimento, e anzi ne restituisce un’immagine quanto mai patetica:

"Scalpicciavano, tenendosi per mano, madidi di sudore; osavano appena urlare, si disperdevano di corsa al primo segnale. Non era gran che. Erano i primi a saperlo e si chiedevano spesso, in mezzo alla ressa, che ci stessero a fare, li, con quel freddo, sotto la pioggia, in quei quartieri sinistri (...) Sarebbero stati contenti che qualcosa provasse loro l’importanza, la necessità, l’insostituibilità di quel che facevano, che i loro pavidi sforzi avessero un senso per loro, fossero qualcosa di cui avevano bisogno, qualcosa che poteva aiutarli a conoscersi, a trasformarsi, a vivere. Macché: la loro vera vita era altrove, in un avvenire prossimo o lontano, anch’esso pieno di minacce, ma di minacce più sottili. "

Difatti, gli unici momenti in cui si sente il loro fervore sono durante le descrizioni più che dettagliate della loro vita dei sogni: la casa arredata in un certo modo, uscite nei locali più esclusivi, vacanze nei luoghi più gettonati...
Il lessico dell’opera eccelle nel tramettere un simile aspetto, come fa notare Ewing(2): l’uso del condizionale durante i sogni ad occhi aperti dei protagonisti, il linguaggio neutro, la mancata differenziazione tra i due membri della coppia, il riferimento a pubblicità e riviste che offrono modelli da imitare. Ancor più che esprimendo un giudizio sulla loro situazione (nell’opera l’autore non li condanna mai esplicitamente) il compito di trasmettere il vuoto che provano è affidato al linguaggio dell’opera che imita la forma di un pensiero desiderante, sempre proiettato verso altro, senza tuttavia fare niente per realizzarlo(3).

Solo alle cose va la loro più cieca e immutabile devozione eppure, è già stato detto, per quanto ne accumulassero non sarebbe mai bastato, anzi era quasi un loro dovere non farsi mai bastare ciò che si potevano permettere e desiderare l’impossibile: “Nel loro ambiente, era quasi una regola desiderare sempre più di quanto fosse consentito acquistare. Non erano stati loro a deciderlo: era una legge della civiltà, un dato di fatto del quale la pubblicità in generale, le riviste, l’arte delle vetrine, lo spettacolo della strada (…)”.

Ed è a questo punto che ci si accorge che il vero culto cui si rivolgono non sono le cose in sé, quanto le loro immagini(4). Ci ricorda Bellos nell’introduzione:

"Things. A Story of the Sixties was read, in the 1960s, as a sociological novel, and, very often, as a denunciation of consumer capitalism(...) For Perec, however, it was not that at all, any more than it was a celebration of its characters' fascination with material wealth. Its main idea, he said, was to explore the way "the language of advertising is reflected in us", whilst describing simply, "in barely heightened terms", the particular social world which happened to be his."(5)

Non una critica al consumismo, almeno non solo e non principalmente.
Jerome e Silvie si dannano per assomigliare ai modelli che vengono loro offerti dalle riviste che leggono, dai film che guardano, dagli amici, con i quali entrano in una sorta di spirale di influenzamento reciproco, dal lavoro che svolgono e che li tiene costantemente aggiornati sulle ultime tendenze, pur senza permettere loro di accedervi.

Eppure tutti queste immagini sono intrinsecamente irraggiungibili, almeno per la maggior parte delle persone, in quanto richiedono sia risorse economiche per permettersi le spese che temporali per potersene godere i frutti. I modelli che indossano gli abiti tanto agognati nelle vetrine dei negozi non devono preoccuparsi di pagare le bollette (come potrebbero mai apparire così spensierati?), i protagonisti dei film non passano certo la maggior parte del loro tempo in un noioso ufficio (chi guarderebbe mai un film del genere?), gli arredi più trend non tengono certo conto del piccolo appartamento in cui la coppia vive (come potrebbero essere così sontuosi?).

Si apre quindi una spaccatura tra le immagini straordinarie che vengono promesse e l’insignificante quotidianità dei protagonisti che non permette di avvicinarsi a esse.
È la tragedia dell’epoca moderna, come diceva Baumann: non la povertà assoluta di chi deve preoccuparsi di trovare da mangiare, ma l’essere abbastanza benestanti da avere virtualmente accesso ai confort e lussi più sfrenati ma non abbastanza da poterseli permettere.

"Avevano soldi, non troppi, ma abbastanza per essere in deficit solo episodicamente, in seguito a qualche follia, della quale non avrebbero saputo dire se facesse parte del superfluo o del necessario. "

Consumati dal desiderio e inebriati dall’apparente illimitata libertà di cui dispongono non sono mai in pace ma in una costante lotta. Ma contro chi?

"Dov’erano i pericoli? Dove le minacce? Milioni di uomini si sono battuti, e si stanno ancora battendo, per il pane. Jérome e Sylvie non credevano certo che si potesse lottare per i divani Chesterfield."

Bibiografia
1 https://frenchlitforall.medium.com/ge...
2 cfr. David Ewing, The Everyday at the Limits of Representation. Georges Perec’s Things. A Story of the Sixties
3 Cfr. Ibidem
4 Cfr. Fernanda Mazzoli, http://blog.petiteplaisance.it/fernan....
5 David Bellos, Things: a story of the Sixties
Profile Image for Giacomo.
46 reviews1 follower
March 20, 2023
Un libro capace di descrivere una realtà sociale allora in formazione e poi maturata nella sua pienezza, e allo stesso tempo di farmi provare una forte angoscia fisica nella descrizione della perdita del "senso" della coppia protagonista.
Profile Image for Laura.
96 reviews1 follower
November 2, 2014
1965? Davvero? Sembra una storia d'oggi. Sono veramente colpita dall'attualità di questo breve romanzo. Eppoi è Perec. Mi piace sempre di più.
164 reviews92 followers
April 23, 2020
lo ricordavo bello, invece è bellissimo.

una scrittura meravigliosa, che sfiora la perfezione. delicatissimo e insieme feroce. e - soprattutto - spaventosamente attuale.

sempre vive la France.
Profile Image for Alessandra Ale.
439 reviews11 followers
February 2, 2025
Concordo con la definizione di denuncia sociale che ne fanno nelle varie sinossi e recensioni, o, più precisamente, denuncia di una parte di una certa generazione, afflitta dalla febbre di possedere cose. Febbre che permea la ricerca di una vita libera dalle costrizioni del lavoro e dell'incasellamento classico nella società: avere un lavoro, una carriera, una famiglia...Il risultato è invece una insoddisfazione dapprima percepita e poi evidente che li porta a cercare altrove un destino diverso che nemmeno riempie la loro esistenza per, infine, ritornare e decidersi a condurre una vita provinciale nella casella che tanto aborrivano.
Il tema è interessante ma la lettura mi è costata: il racconto si sviluppa in una serie di elenchi e liste: prima delle "cose" che possiedono o vorrebbero possedere, poi dei luoghi in cui si trovano, dei paesaggi, delle azioni quotidiane..
Insomma il libro è tutto un elenco. Originale certamente lo stile, non si può dire di no, ma non ha incontrato il mio gusto.
Non so se proverò a leggere Istruzioni per l'uso. Sicuramente, se ci proverò, sarà più in là.

Estoy de acuerdo con la definición de denuncia social que hacen de esta novela en las sinopsis y reseñas, o, más exactamente, denuncia de una parte de cierta generación, aquejada por la fiebre de poseer cosas. Una fiebre que impregna la búsqueda de una vida libre de las ataduras del trabajo y del clásico encasillamiento en la sociedad: tener un trabajo, una carrera, una familia... El resultado es, en cambio, una insatisfacción primero percibida y luego evidente que les lleva a buscar en otra parte un destino diferente que ni siquiera llena su existencia, para finalmente regresar y decidir llevar una vida provinciana en la casilla que tanto aborrecían.
El tema es interesante pero la lectura me costó: la historia se desarrolla en una serie de listas y enumeraciónes: primero, de las "cosas" que poseen o les gustaría poseer, luego de los lugares donde están, los paisajes, las acciones cotidianas...
En resumen, el libro es todo una lista. Original sin duda el estilo, no se puede decir que no, pero no ha encontrado a mi gusto.
No sé si intentaré leer Vida: Instrucciones de uso. Desde luego, si lo intentaré, será más adelante.
Profile Image for dv.
1,435 reviews61 followers
July 29, 2022
Una storia di speranza e rinuncia, di un sogno bohemienne che viene avvelenato dal desiderio delle cose, considerate come fine a loro stesse e non ammantate di fascino à la Huysmans, soccombendo nella spirale della normalità capitalistica. Una storia amara e spietata, perché raccontata con oggettività e senza ironia. Prova provata che Perec, qui al primo libro nel 1965, poteva scrivere di tutto.

“Sarebbe piaciuto loro essere ricchi. Credevano che avrebbero saputo esserlo. Avrebbero saputo vestirsi, guardare, sorridere come persone ricche. Avrebbero avuto il tatto, la discrezione necessari. Avrebbero dimenticato la loro ricchezza, avrebbero saputo non ostentarla. Non se ne sarebbero vantati. L'avrebbero respirata. I loro piaceri sarebbero stati intensi. Avrebbero conosciuto il piacere di camminare, bighellonare, scegliere, gustare. Avrebbero conosciuto la gioia di vivere. La loro vita sarebbe stata un'arte del vivere.
5 reviews
August 4, 2026
Le cose è un libro attualissimo, conciso e estremamente godibile. Evidente come Perec sia stato influenzato da Barthes, questo romanzo in realtà si rivela più un’analisi sociologica del presente (nei 60’) e del futuro piuttosto che una complessa storia tra due ragazzi parigini.
Questo ne giova la fruizione anche ai meno avvezzi e permette in un paio di ore di portarsi a casa una serie di concetti e domande sulla realtà che viviamo, se si hanno gli strumenti per ragionare (non per forza rispondere) ai quesiti che la vita di questi due giovani porta a farsi, lettura caldamente consigliata.
Ironico come questi giovani perennemente insoddisfatti riescano a trovare, nella loro indolenza, una vita stabile. Ad oggi questo risulta estremamente complicato, in un mondo che presenta un’effimerità e pigrizia fisico-mentale ancor più esacerbata rispetto al mondo sul quale Perec si poneva critico.
This entire review has been hidden because of spoilers.
Profile Image for Talrond.
17 reviews
August 16, 2020
Apparteniamo alle cose. Fin tanto che la società creerà esigenze e non ricchezze, non avremo la possibilità di trovare la felicità in ciò che siamo, ma solo in ciò che non abbiamo.

Perec mostra bene questo concetto, attraverso la nauseante descrizione di una raffica di oggetti e di desideri superficiali, quasi capricci. I protagonisti sono quasi da compatire, da osservare con tenerezza poiché non sono tanto lontani da noi.
Profile Image for Patrizio Daveri.
67 reviews1 follower
February 4, 2026
Letto doverosamente dopo Le Perfezioni (che è di fatto una riscrittura, e perde per forza di cose un po’ di considerazione). Sicuramente è un libro importante, di rottura, intelligente e attualissimo. Tanto cervello e tanta tecnica (molto utile l’introduzione di Canobbio), forse alla fine anche troppo perché non mi mi ha scaldato più di tanto.
Leggerò in ogni caso La Vita istruzioni per l’uso, che era in lista prima di questo.
Profile Image for interno storie.
137 reviews52 followers
August 20, 2018
Non so se definirlo romanzo – qui ci sarebbe da discutere per ore come per la storia stessa – in quanto l’occhio di Georges Perec appare come la macchina da presa di un regista di docu-fiction.
È un racconto che procede per accumulazione, sia come espediente narrativo, sia come intreccio.
Profile Image for Anna.
218 reviews
August 2, 2022
Letto dopo "Le Perfezioni", una sua versione italiana ambientata in questi anni.
Mi ha molto impressionata, per quante poche differenze di ragionamento, desideri e aspirazioni ci siano tra oggi e gli anni '60ò
565 reviews5 followers
November 25, 2025
Molto particolare: il ritratto di una generazione in forma di romanzo. Il linguaggio narrativo è originale, ma mi ha fatto percepire tutto con una certa distanza. È come guardare la storia dall’alto, senza riuscire a immergersi del tutto nel racconto.
Profile Image for clarissa.
112 reviews22 followers
August 21, 2020
Ordineranno due whisky. Si guarderanno ancora una volta con un sorriso complice.
Profile Image for Andrea Lerose.
30 reviews2 followers
September 13, 2020
“Le Cose” è in assoluto uno dei libri più belli che io abbia mai letto in vita mia.
Profile Image for Priscilla.
266 reviews6 followers
November 28, 2022
Ho amato le liste, il modo di saper raccontare senza seguire la classica struttura del racconto. La trama si svolge senza che accada nulla e scorre mentre osserviamo le cose.
Displaying 1 - 30 of 47 reviews