È una specie di lungo reportage narrativo di "Carlino" sulla vita del padre Giangiacomo. In tutta la prima parte, ovviamente, può basarsi soltanto su documenti e racconti altrui; ma dagli anni Sessanta, si aggiungono anche i ricordi personali, a partire dall'infanzia passata tra il curioso "castello" di Villadeati e il “mausoleo bavarese” di famiglia a Gargnano, in riva al Garda.
L'ho letto sempre con molto interesse, e a volte mi sono anche stupito di non conoscere, nonostante il mio interesse per la letteratura, l'editoria e la storia politica del Novecento, molte cose legate a Giangiacomo, alla casa editrice e alla Biblioteca (poi Istituto) Feltrinelli.
Però ha i problemi di quei libri, che sono troppo personali (e senza note, con ampie citazioni di documenti ma senza indicazioni puntuali, senza confronto con gli studi di altri) per essere di riferimento, di studio; e non abbastanza personali e impegnati stilisticamente per coinvolgere come un saggio nel senso pienamente letterario del termine.
A volte sembra una lunga conversazione alla buona con il lettore, con frasi brevi, colloquiali, ricordi e aneddoti di famiglia, riferimenti a conversazioni con persone che hanno conosciuto il padre; e anche, ogni tanto, rapide informazioni su cosa hanno fatto dopo. In altre zone invece si accavallano documenti: lettere, appunti del padre, relazioni di partito, interviste pubblicate.
Ad esempio, sui due legami fondamentali, con Boris Pasternak per la prima edizione mondiale del Dottor Živago e con Fidel Castro per un progetto di autobiografia che diventa un dialogo a tutto campo, abbiamo fin troppi particolari, documenti, pagine e pagine di lettere, problemi di contratti, di diritti, di eredità, di intermediari, appunti che riassumono interminabili conversazioni.
Mentre magari per altri libri o altri incontri, si vorrebbe sapere qualcosa di più.
Rimane insomma utile e interessante, benché non sia pienamente citabile come libro di studio né pienamente convincente come saggio personale.