UNA STORIA MOLTO VASTASA
“La presa di Macallè” viene normalmente fatto rientrare nei romanzi storici di Andrea Camilleri, anche se è ambientato in un’epoca abbastanza recente, ossia il ventennio fascista. Sarà forse la minore distanza cronologica rispetto a “Il birraio di Preston” o “Il re di Girgenti”, oppure la netta contrapposizione ideologica dell’autore rispetto al regime di Mussolini, fatto sta che quella de “La presa di Macallè” risulta essere una storia torbida, truce, volgare e disturbante, quasi del tutto priva di quel distacco ironico che normalmente contraddistingue lo scrittore di Porto Empedocle. C’è tanta violenza e tanto sesso in questo romanzo, e se violenza e sesso non sono certo tematiche nuove nella bibliografia di Camilleri, quello che risulta davvero insolito è che esse coinvolgano qui il piccolo protagonista Michelino, un bambino di appena sette anni, il quale ha le sue prime erezioni ascoltando la voce stentorea del Duce, e in seguito viene fatto continuamente oggetto, in virtù delle dimensioni priapiche del suo membro, delle attenzioni sessuali di professori di scuola, vicine di casa e perfino cugine. La pedofilia così insistita è quasi intollerabile, ma non si può negare che essa sia voluta dall’autore, il quale la utilizza con un evidente, ancorché semplicistico, intento metaforico. Camilleri sembra infatti voler suggerire che quello che il professor Gorgerino, con la sua educazione “spartana”, fa all’inconsapevole Michelino non è poi così diverso da quello che Mussolini, con la sua feroce dittatura, ha fatto in quegli stessi anni all’altrettanto irresponsabile, e tristemente consenziente, popolo italiano. L’insopportabilità di tutti i personaggi (“La presa di Macallè” è forse l’unico romanzo di Camilleri in cui non compare neppure una figura positiva) è quindi palesemente funzionale alla denuncia di un’epoca fosca e immorale, in cui oltre alla tronfia retorica del regime viene messo alla berlina l’altrettanto, e fors’anche più pericoloso, indottrinamento cattolico. Oscillando come un pendolo tra gli opposti condizionamenti demagogici e populisti di Stato e Chiesa, “La presa di Macallè” è tanto un libro disincantato sulla perdita irrimediabile dell’innocenza, quanto uno spietato atto di accusa contro l’ossessione fanatica della purezza. Michelino aspira ad essere un buon cristiano, si confessa in continuazione ed è terrorizzato all’idea di far soffrire Gesù con i suoi peccati, ma poi, nella sua stolida presunzione, corroborata dalla spregiudicata etica imperante, di essere nel giusto, arriva a vandalizzare con la sua baionetta di balilla la statua di un santo dalla pelle colpevolmente scura come quella di un abissino, a progettare di uccidere il figlio del sarto del paese che, in quanto comunista, non è degno di stare al mondo (“Un comunista non è un omo, ma un armalo, e pirciò se s’ammazza non si fa piccato”), e via via, come percorrendo uno scivolosissimo piano inclinato, a commettere, nella più totale inconsapevolezza morale, i delitti più mostruosi, trasformandosi letteralmente (e non soltanto simbolicamente, secondo l’espressione di papa Pio X) in un invasato soldato di Cristo.
“La presa di Macallè” è forse il romanzo meno camilleriano che abbia mai letto, ed è paradossale che sia anche l’unico che non prenda spunto da un avvenimento storico, da un fatto di cronaca o da un documento trovato magari per caso tra le carte di casa, ma sia ascrivibile in toto alla pura fantasia dell’autore. Come già accennato più sopra, il romanzo appare quanto mai greve e soffocante, del tutto mancante della proverbiale leggerezza di Camilleri. L’ironia rimane sullo sfondo ed è sostituita dal grottesco, che a sua volta tracima nell’abnorme, nel perverso e nel morboso. La lingua di Camilleri è sempre la stessa, inconfondibilmente estrosa e inventiva, eppure qui, a differenza del precedente “Il re di Girgenti”, non c’è più nessun filo di aquilone a cui aggrapparsi per innalzarsi al di sopra del dolore e della sozzura del mondo, ma ogni pagina fa impaludare il lettore nelle bassezze e nelle atrocità più impensabili, che solo le fiamme di un rogo purificatore riescono alla fine finalmente a cancellare.