Ho finalmente letto il romanzo da cui Tiziano Scalvi si auto ispirò nel 1986, quindi tre anni dopo la stesura del romanzo, per creare il personaggio e le atmosfere di Dylan Dog.
Fa strano leggere l'opera, nonché prototipo, di un fumetto che mi ha accompagnato fin dall'infanzia.
Il romanzo è un bel mix di prosa narrativa, sceneggiatura cinematografica, abbozzo di un possibile fumetto e indicazioni tecniche di riprese e inquadrature cinematografiche. Insomma, un bel pugno agli occhi a chiunque lavori nel campo della scrittura. Ma ovviamente il tutto è voluto.
Francesco Dellamorte è una sorta di Dante della commedia. Solo che al posto di vedere il Paradiso e l'Inferno come un estraneo diffidente, lui assiste esternamente alla vita e alla morte; a volte può essere che i morti siano più vivi che i vivi e viceversa.
Uno può pensare che l'evento scatenante dell'opera siano proprio i non morti che ritornano in vita. Mente in realtà è l'arrivo proprio della donna che fa innamorare il diffidente-da-tutto Dellamorte, che nel romanzo la ritroviamo varie volte in più forme, umane e da non-morta.
Voi non avete idea di quale gioia sia stata ritrovare lo stesso Tiziano Sclavi che scrive questo decadentissimo d'ambiente e di situazioni farcite di romanticismo, erotismo, gore e allo stesso tempo di un costante umorismo. Cose che ho sempre trovato nelle pagine che ho sempre letto nel suo Dylan Dog.
Il fatto che Dellamorte non abbia un pene, almeno nella prima parte solo per diceria, lo porta ad essere più interessato al mondo dei vivi, infatti dopo la comparsa della donna, anche alcuni morti iniziano a comportarsi da vivi. Sembra come se la morte si prendesse gioco di Dellamorte, che lo voglia portare ad essere più umano, vincendo e fallendo allo stesso tempo. Il non avere un pene, porta Dellamorte ad essere un estraneo verso la popolazione di Buffalora (paese dove si svolgono i fatti). Ed è proprio qui dove lui inizia ad entrare così tanto nel mondo del vivi da sdoppiarsi. Dellamorte si sdoppia, abbiamo il suo ying e l'altro che è tipo il suo yang. Nel confronto finale non abbiamo più un idea chiara di chi sia chi, questo perché Dellamorte resta totalmente attonito e sconfitto con il confronto con i vivi e con l'esperienza d'amore. Ciò lo porta a chiudersi nel suo cimitero, luogo dove tutto ha inizio. La scena finale, dove ormai i morti provano ad entrare nella sua baracca e lui che continua a sparargli nonostante lui stesso sa che non finiranno mai. Nel mentre a Buffarola ogni persona viene trasformata in non-morta per esser stato uccisa dal Dellamorte "Ying", continua a svolgere le stesse attività che faceva da viva. In pratica alla fine vince ciò che è morte. Tutto questo perché Dellamorte ha avuto un contatto con l'amore e la vita.
Il suo assistente, che qui non è Groucho, ma bensì Gnaghi, al posto da servire da spalla comica, è a tutti gli effetti un alter ego di Dellamorte. Anche lui fa un percorso simile al suo durante il romanzo.