Ho molto amato e molto ammirato Denti bianchi, suo primo, unico e ineguagliato capolavoro. I romanzi che sono venuti dopo non erano altrettanto geniali e perfetti, ma erano interessanti. Questa sua prima raccolta di racconti per me è semplicemente illeggibile. Si tratta di cose estremamente diverse e slegate l’una dall’altra (alcuni più sperimentali, alcuni surreali, altri volutamente vecchio stile ma non per questo più comprensibili, per altri ancora mi mancano, semplicemente, gli aggettivi), ma tutti uniti da una caratteristica: non si capiscono. O meglio, io non li ho capiti. Ma nemmeno uno. Ho provato a concentrarmi meglio, a sforzarmi. Niente da fare. Spesso il racconto finisce proprio quando, dopo parecchie pagine, sto ancora cercando di capire chi sono i personaggi. Oppure, se riesco a capire tutto quello che succede, non capisco il senso del racconto.
Cito dalla recensione del Guardian: “È un susseguirsi di prove, come se l’autrice fosse in ritardo per una festa in maschera e non avesse ancora deciso quale costume indossare, o se andare in costume, o se invece andare al cinema. Nel libro ci sono l’autofiction, la sperimentazione formale, la fantascienza distopica, il surrealismo, la satira sociale, la parabola e anche una storia scritta dal punto di vista di Dio, riflessione sull’irrequietezza creativa. Cambiare idea: è così che la Smith si sente libera. (…) Smith sembra dire che cambiare idea va bene. Ma quando si parla di qualità letteraria l’incoerenza è un difetto più grave, e alcuni racconti non sono un granché”.
Ed è un vero peccato perché la Smith è sicuramente dotata di un’intelligenza acuta e lampante, che sarebbe apprezzatissima se imbrigliata in una forma leggibile. Già con il precedente Swing time avevo pensato che il romanzo era buono ma sovrabbondante di temi, così da causare disorientamento e una sorta di indigestione a chi lo legge.
La mia opinione è che Zadie dovrebbe sedersi, tirare un respiro profondo, darsi una calmata e scrivere, con maggiore semplicità e chiarezza, di una cosa alla volta.