Giuda a Milano
Nella postfazione, esauriente excursus su tutta la sua opera, Perutz è definito un maestro della tradizione del romanzo storico ma al tempo stesso in grado di avvalersi di “una realtà interiore che sfugge a ogni controllo logico e vive per riflesso in una scrittura che accetta la sfida dell’inconscio e del surreale”.
Con piacere ho colto la pregevole fattura del romanzo storico nella descrizione accurata ed evocativa della vita nel Ducato di Milano del 1498, la corte di Ludovico il Moro ma soprattutto le bettole, osterie, locande, botteghe artigianali, le chiese e le stradine del popolo che conferiscono all’insieme una dimensione quasi paesana, dove tutti si conoscono e lo straniero, viandante o commerciante che sia, non passa inosservato.
In questo quadro brulicante di vita quotidiana come in un dipinto di Bruegel, albergano amori, commerci, liti per interesse o usura, accorate discussioni artistiche soprattutto quando vi partecipano Leonardo e i suoi seguaci, un Leonardo già nella sua piena maturità e dalla fama crescente, impegnato nella ricerca delle soluzioni pittoriche e dei soggetti per ultimare finalmente la lunga creazione dell’Ultima Cena nel convento di Santa Maria delle Grazie.
Per contro, durante tutta la lettura, ho atteso vanamente il sopravvenire del secondo elemento portante della particolare atmosfera e dello stile caratteristico delle più significative opere di Perutz; ma “l’inconscio e il surreale” (per citare la postfazione), il tono a tratti ironico e grottesco, la dimensione misteriosa e sospesa che costituisce una parte essenziale del fascino esercitato dalla narrativa di Perutz, risultano pressoché assenti. La trama di “Il Giuda di Leonardo” risulta molto più lineare e consequenziale rispetto ai romanzi precedenti, le zone d’ombra e l’intervento dell’elemento soprannaturale o della follia che anima alcuni de i suoi personaggi più indimenticabili, qui latitano.
Si tratta certo di un buon romanzo ben leggibile (pure troppo…), un suggestivo viaggio nel tempo che proietta il lettore nella Milano di mezzo millennio fa con la consueta efficacia e naturalezza, ma personalmente mi è rimasto un retrogusto di insoddisfazione, e un po’ mi sorprende che questo ultimo romanzo postumo del maestro praghese venga annoverato, anche dai perutziani d.o.c., fra i capolavori indiscussi della sua bibliografia.