L'occidentalista riluttante
Due saggi brevi di Natsume Sōseki, il primo del 1914 e il secondo del 1907.
Le tre stelline sono più all'operazione editoriale che al contenuto dei due saggetti.
Un plauso al coraggio del piccolo editore.
Nonostante normalmente di Sōseki si parli soprattutto in termini di critica all'occidentalizzazione, i due saggi fanno toccare con mano quanto invece l'autore avesse assorbito in profondità quelle novità a cui il Giappone si era aperto solo da alcuni decennî.
Il primo saggio, Il mio individualismo, è una breve perorazione, molto semplice ma franca, per una sorta di liberalismo con qualche venatura progressista, moderato nei toni all'orecchio odierno, sicuramente meno nel Giappone d'inizio novecento: si percepisce sullo sfondo, verso gli ultimi paragrafi, la pressione montante di un nazionalismo che, specie nei decennî seguenti, sarebbe diventata asfissiante e tirannica.
Nel secondo saggio, I fondamenti filosofici della letteratura, Sōseki invece prende posizione nei confronti di un'eccessiva adesione, nella scrittura letteraria, alle norme venute da Occidente, che rischierebbero di dar troppo spazio al vero a scapito di altri valori (il bello, il giusto, l'eroico).
Qui, anche se espressa con una certa moderazione e disponibilità al compromesso, sembra quasi esplicita la contrapposizione tra moralità e integrità autoctona e corruzione che vien da fuori; emblematica in tal senso la breve polemica di Sōseki sull'uso del nudo nell'arte: "...i nudi vengono esposti candidamente in pubblico davanti agli occhi di tutti. Dal punto di vista del pubblico pudore, un nudo è uno spettacolo imbarazzante. Gli occidentali dicano quello che vogliono, ma è fuori di dubbio che sia così."
Righe interessanti anche solo perché minano quel nostro mito, oggigiorno ancora assai radicato, di un'Oriente libertino (in tal senso celebrato o deprecato) e in maggior sintonia con la fisicità del corpo rispetto a un Occidente castigato da secoli di morale cristiana e dualismo spirito-materia.
Ma soprattutto va notato come il secondo saggio, pur con tutta la sua critica alla cieca adesione all'occidentalismo, risulti un pastone incredibile, e a tratti anche un po' faticoso alla digestione, i cui ingredienti sono quasi integralmente (e disordinatamente) presi dalla tradizione filosofica occidentale.