È solo un triangolo di terra delimitato dal fiume Adda, lo si può abbracciare con uno sguardo. Ma, nel 1877, agli occhi di Cristoforo Crespi rappresenta il futuro. Lui, figlio di un tengitt, di un tintore, lì farà sorgere un cotonificio all’avanguardia e, soprattutto, un villaggio per gli operai come mai si è visto in Italia, con la sua chiesa, la sua scuola, case accoglienti con giardino. Si giocherà tutto quello che ha, Cristoforo, per realizzare quel sogno. I soldi, la reputazione e anche il rapporto col fratello Benigno, ammaliato dalle sirene della nobiltà di Milano e dal prestigio di possedere un giornale. Per Cristoforo, invece, ciò che conta è produrre qualcosa di concreto e cambiare in meglio la vita dei suoi operai. E la vita della giovane Emilia cambia il giorno in cui si trasferisce nel nuovo villaggio. Figlia di uno dei più fedeli operai dei Crespi, e con una madre tormentata da cupe premonizioni del futuro, Emilia è spettatrice della creazione di un mondo autosufficiente al di qua del fiume, e la sua esistenza, nel corso degli anni, si legherà ineluttabilmente a quella degli altri abitanti di Crespi d’Adda. Come la famiglia Malberti, l’anima nera del villaggio, o gli Agazzi, idealisti e ribelli. Con loro, Emilia vive i piccoli e grandi stravolgimenti di quel microcosmo e affronta le tempeste della Storia: i moti per il pane del 1898, la prima guerra mondiale, le sollevazioni operaie… Tuttavia il destino farà incrociare la sua strada anche con quella di Silvio Crespi, erede dell’azienda e della visione del padre Cristoforo. Nonostante l’abisso sociale che li divide, tra i due s’instaura un rapporto speciale che resisterà nel tempo, e sarà Emilia il sostegno di Silvio nel momento in cui i Crespi - forse diventati troppo ricchi, troppo orgogliosi, troppo arroganti - rischieranno di perdere tutto. Fino all’avvento del fascismo, quando il villaggio Crespi, come il resto del Paese, non sarà più lo stesso.
Il racconto appassionato dell’intreccio di destini tra imprenditori visionari e coraggiosi e famiglie operaie: speranze, drammi, vendette e amori in un grandioso ed emozionante affresco storico.
Al di qua del fiume- A. Selmi 1877 Crespi d'Adda. "Quando questi uomini non ci saranno più, quando anche Cristoforo sarà morto, e così pure i suoi discendenti e i discendenti dei discendenti, il villaggio ci sarà ancora. E sarà lì per sempre, in quel triangolo di ottantacinque ettari incuneato tra il Brembo e l’Adda, a ricordare a tutti il nome dei Crespi." Mi ha trascinato nel suo quadro storico questo libro e siccome pecco di campanilismo (parla di luoghi a me cari), lo consiglio senza remore.
C’è un solo tipo di libri per cui piango: le saghe familiari italiane ambientate nel Novecento. Potrebbe sembrare un “genere” molto specifico, invece ultimamente spuntano come funghi: la storia del nostro Paese — lo dice anche Stefania Auci nel suo commento a questo libro — è una fonte inesauribile di sorprese.
Al di qua del fiume racconta di un triangolo di terra che inizia a esistere nei sogni di un pugno di idealisti che tutti considerano pazzi: i Malberti, rozzi e gran lavoratori, i malinconici Vitali (ognuno dei quali, a suo modo, è in grado di vedere oltre la realtà), gli Agazzi. E poi, ovviamente, i Crespi — i padroni della fabbrica e, in senso lato, del piccolo mondo che tirano su tra azzardi, dolorose rinunce e sacrifici.
È un libro ricco di dolore e di ingiustizie, in cui le differenze sociali si fanno sentire in tutta la loro devastante crudeltà: dalla separazione di Silvio ed Emilia, amici d’infanzia divisi dalle responsabilità di lui, al massacro ordinato da Bava Beccaris, alle crepe che s’insinuano nella famiglia Crespi. E poi ancora la prima guerra mondiale con il suo carico di orrori, l’ascesa del fascismo, i piccoli drammi familiari confinati “al di qua del fiume” che riflettono un mondo che cambia a velocità spaventosa.
L’ultima pagina, come sempre accade, mi ha steso: Enea, solido e silenzioso come una quercia, è di gran lunga il mio personaggio preferito e la fine di lui ed Emilia fa male, malissimo.
Se non gli ho dato un voto pieno è perché ormai ho letto diversi libri come questo e c’è un errore fatale in cui molti incappano, tra cui «Al di qua del fiume»: nel tentativo di abbracciare un lasso di tempo molto ampio (copre ben tre generazioni) qualcosa inevitabilmente si perde. La narrazione al presente smussa un po’ i salti temporali, ma soprattutto verso la fine si ha la sensazione che questo romanzo sia una serie di episodi legati assieme. Il che non è un male, ma avrei volentieri letto qualcosa di più approfondito.
E pensare che stavo quasi per perdermelo, perche' non amo molto leggere in italiano e meno che mai di autori italiani (una grave mancanza da parte mia, lo ammetto) e così quando il gruppo di lettura della mia cittadina l'ha scelto come "libro delle vacanze" confesso che avevo pensato di addurre una scusa e di non leggerlo affatto. E avrei sbagliato, perché è una saga familiare bellissima, ambientata in Lombardia negli anni che vanno dalla fine dell' Ottocento al 1930 e al centro della quale ci sono le vicende della famiglia Crespi, che fondò il villaggio di Crespi d'Adda sulle rive dell'omonimo fiume. Qui fecero costruire un cotonificio e attorno ad esso edificarono case, una scuola, una chiesa, una locanda e perfino un cimitero in modo tale che gli operai potessero vivere vicino al posto di lavoro con le proprie famiglie. Un sogno, quello di Cristoforo Crespi, che all'inizio appare una mera utopia anche a suo padre, detto Toni Tengitt, dalle umili origini. Ma Cristoforo ambisce a farsi un nome e ad entrare nella cerchia degli aristocratici e quindi farà di tutto per portare avanti il suo progetto e, successivamente, passarlo al figlio Silvio. Accanto a queste figure, l'autrice affianca le storie dell'Agazzi, il locandiere, del Vitali con la moglie Amalia e la figlia Emilia, dei Malberti, le "anime nere" della storia. Un'epica vicenda di amori, sogni, rinunce e morti sullo sfondo di grandi avvenimenti storici. La prosa è davvero scorrevole, mai noiosa e l'autrice tocca con scioltezza anche gli argomenti più duri. Davvero un'ottima lettura.
Una piacevole lettura, una scrittura semplice ma curata e molto scorrevole. Mi piace leggere di queste Storie italiane che in qualche modo hanno lasciato il segno.
Muy buen libro. Lleno de matices humanos, muchos personajes. Esperaba un final más concreto. Buena descripción de paisajes, de pueblos, costumbres, de épocas y de añoranzas. De un mundo rural, de una clase obrera y del sueño de un empresario. Quizás el final sea asi porque habrá una 2a parte 😉
Certe cose si scoprono vivendole. Uno pensa di essere predestinato a un ruolo, oppure desidera con tutto se stesso percorrere una determinata strada, o magari non conosce l'esistenza di altro... e poi il destino all'improvviso spariglia le carte. Talvolta va male, ma può anche succedere che un imprevisto, quello che sul momento ci appare come una piccola tragedia, sia lo spunto per qualcosa di migliore. Per questo quando si entra in una stanza, bisognerebbe sempre lasciarsi aperta almeno una porta. Per poterne uscire, senza dubbio. Ma soprattutto per consentire all'incertezza, al dubbio, alla casualità di entrare e, come una folata di vento, scompigliare tutto.
De historische roman 'Aan deze kant van de rivier' is een meeslepend verhaal vol liefde, jaloezie, ambitie, hoop en vriendschap. Een echte aanrader en absoluut vijf sterren waard.
Het verhaal speelt zich af rond 1900. We volgen onder andere Cristoforo Crespi en zijn familie, die een fabriek laten bouwen met een bijbehorend dorp, zodat de arbeiders dicht bij hun werk kunnen wonen. Daarnaast maken we kennis met de mensen die in dienst zijn van de familie Crespi, zoals Carlo Votali, een van de hardwerkende mannen die Cristoforo helpt om de fabriek te realiseren.
Vanaf het begin word je in het verhaal gezogen. De alwetende verteller laat je meekijken in zowel de hogere als de lagere klasse, waardoor je een compleet beeld krijgt van de sociale verhoudingen in die tijd. Selmi’s schrijfstijl is beeldend en meeslepend, waardoor je de sfeer van het dorp en de fabriek bijna kunt voelen. De beschrijvingen van de omgeving en de sociale verhoudingen maken het verhaal levensecht. Bovendien weet de auteur de emoties van de personages overtuigend over te brengen, wat ervoor zorgt dat je met hen meeleeft.
Er komen veel personages in het verhaal voor, wat even wennen is. Toch krijg je snel door wie bij wie hoort, waardoor dit niet storend is. De personages zijn goed uitgewerkt en hun gedachten en drijfveren worden helder neergezet.
Daarnaast biedt het boek een interessant inkijkje in de opkomst van de Italiaanse industrialisatie en de veranderingen die dit met zich meebracht.
Het verhaal is opgedeeld in twaalf delen, met steeds een tijdsprong tussen de delen. De jaartallen worden duidelijk aangegeven, waardoor de tijdsprongen geen verwarring opleveren. De korte hoofdstukken zorgen bovendien voor een prettige leeservaring.
De oorspronkelijke titel van 'Aan deze kant van de rivier' is 'Al di qua del fiume'. Het boek is geschreven door Alessandra Selmi en vertaald door Saskia Peterzon-Kotte.
Bedankt, A.W. Bruna Uitgevers, voor dit recensie-exemplaar.
Un altro tassello d'Italia raccontato in modo leggero e avvincente attraverso la storia di una famiglia, i Crespi, che hanno segnato il Novecento italiano. Tra l'altro, a questo punto una gita a Crespi d'Adda è doverosa.
Uno stile scorrevole che però mi ha lasciata un po' fredda. Forse volendo percorrere la strada già imboccata da Stefania Auci con I leoni di Sicilia, l'autrice decide di narrare la storia in prima persona, ma in questo modo il romanzo diventa una mera cronaca dei fatti, senza un grande approfondimento dei personaggi. Non saprei, forse sono io che mi aspettavo di più perché mi è capitato di vedere le immagini di Crespi d'Adda e la sua peculiarità e magari speravo di leggere di più proprio sulla nascita del villaggio vero e proprio e non solo sui personaggi che lo affollarono in seguito (forse così sarebbe stato ancora di più una cronaca? Boh, non saprei, ma così mi sono sentita un po' insoddisfatta). Tuttavia ho apprezzato che Selmi abbia scelto di farne un romanzo autoconclusivo e non una serie. Nonostante tutto, però mi sono affezionata a un paio di personaggi, soprattutto a Emilia, forse la vera protagonista della storia.
«Questo villaggio l’ho visto venire su, letteralmente. Prima ancora che esistesse, mio padre me lo descriveva con parole tanto accurate che, quando ci sono venuta a stare, già lo conoscevo. Sono cresciuta con gli alberi del viale, ho bevuto l’acqua del fiume, ho bagnato di lacrime la terra. Ho vissuto altrove, altrove sono stata felice e triste, ma in nessun altro posto sono stata felice e triste come qui. Questo posto ce l’ho sotto la pelle, nel sangue, dentro lo stomaco.» «E allora perché? Perché vuoi andare via?» «Perché non è più la stessa cosa. [...] Non voglio assistere a ciò che ne faranno quelli che verranno dopo. Questo posto lo conoscono solo quelli che ci sono nati: gli altri non ne avranno lo stesso rispetto, perché non possono capirlo, perché non ce l’hanno sotto la pelle.» Già si vocifera di cambiare nome alla frazione – Tessilia, la vorrebbero chiamare –, così degli antichi padroni non resterà più niente [...] Non starò qui a guardare mentre altri si prendono la mia casa, i miei ricordi, la mia famiglia, la mia vita.»
Essendo stata di recente in visita al Villaggio Crespi, aver trovato un romanzo storico di riferimento per puro caso in libreria mi sembrava un segno del destino. Purtroppo, dopo un inizio molto buono (anche se con i suoi momenti soap-poperistici: la storia tra il signorino ricco e la cameriera povera era telefonatissima) secondo me la storia si perde nei vari salti temporali. Capisco che l'idea di base fosse quella di un romanzo familiare e contemporaneamente di tracciare vari ritratti dei personaggi "al di qua dal fiume" ma a mio parere il risultato è stato un po' superficiale e, alla fine della fiera, inconcludente. Tutti i salti temporali mi hanno lasciato l'amaro in bocca e ho trovato che abbiano tolto molto alle relazioni fra i personaggi, che a volte vengono date per scontate. Avrei anche voluto mettere di più al centro della storia il villaggio Crespi, che invece è molto di più sullo sfondo - sembra quasi che l'autore abbia voluto a tutti i costi mettere dentro tutti i tipi di personaggi possibili dell'epoca (c'è la quota prostituta, la quota gay, la quota sindacalista-comunista, la quota fascista, la quota diversamente abile ecc) e il concentrarsi su quello ha tolto specificità alla storia, che meritava più attenzione.
Una novela ambientada en gran parte de Italia que recorre mas de medio siglo de la historia de la familia Crespi, una familia de empresarios algodoneros que hicieron una gran labor a finales del siglo XIX. Una historia que esta basada en hechos reales, que comienza bastante bien aunque quizá algo lento, no tiene un ritmo brusco aunque tuve la sensación de que los años pasaban demasiado rápido de un capitulo a otro. Según avanzaba la historia es verdad que se me hacia mas pesado, había partes en las que pasaban muchas cosas de golpe y otras muy lentas. La trama en sí es bastante buena y es interesante, y aunque hay una gran cantidad de personajes tampoco logre que me gustaran muchos de ellos… Y llegando al final… creo que es lo que menos me ha gustado… esperaba un buen final, pero ha sido bastante decepcionante y algo surrealista. Ha sido una Lectura Conjunta y creo que eso ha sido lo mejor de este libro.
Le saghe familiari hanno un potere su di me che ancora non comprendo, quando ne inizio una è come fosse un bel viaggio assicurato. Infondo il viaggio è la metafora della vita per eccellenza no? Le leggo sempre volentieri, carica di aspettative. Le sento intime, le sento mie come ne fossi partecipe, per cui sono spesso di parte nel giudizio. Leggere di tutte queste vite compiute, di tutte queste esperienze, mi affascina, mi commuove, quasi mi onora. Questo romanzo non è stato da meno.
Una saga familiar ambientada a una colònia tèxtil a Itàlia durant 50 anys. M'han faltat una mica més de vida de colònia i els últims anys més precipitats però es llegeix molt bé, té intriga, amors, traïcions i és força entretinguda.
Un bel romanzone familiare italiano piacevolissimo da leggere e ascoltare.
La struttura è quella classica che va tanto di moda ultimamente (stile Leoni di Sicilia, per capirci) e ho trovato la storia veramente appassionante. Molti colpi di scena, trama veloce e finalmente tanto spazio anche alle figure femminili.
Hype alto, ma non sono rimasta delusa. Trama avvincente e ben articolata. Sei incollata alle pagine e non te ne rendi neanche conto. Personaggi molto diversi tra loro, ma nessuno stona. Finale non mi ha convito del tutto, sembrava voler mettere per forza un punto, Una realtà italiana che pochi conoscono.
Storia del villaggio di Crespi d'Adda raccontato attraverso gli occhi delle persone e famiglie che lo hanno vissuto dalla posa del primo mattone fino al suo declino Ricorda I leoni di Sicilia di Stefania Auci ma in versione bergamasca Consigliato!
4 stelle e mezzo (non gli do 5 stelle perché comunque non rimane il mio genere prediletto).
Consigliato da parecchie mie conoscenze che già lo avevano letto, ho iniziato anche io questo libro avendo alte aspettative…devo dire per nulla deluse!!! Mi è piaciuto molto il fatto che si raccontassero le vite dei vari personaggi e che queste si intrecciassero…mi ha ricordato un po’ i libri di Ken Follet, anche se ovviamente il periodo storico è un altro.
Ora sono curiosa di vedere con i miei occhi quello che resta del villaggio, avendo organizzato una gita con il mio club del libro.
Ho avuto il piacere di visitare Crespi d'Adda qualche anno fa. Quando ci entri hai proprio la sensazione di essere arrivato in un mondo a parte. Quasi una magica sensazione. In fondo anche questo libro rispecchia un po' quella sensazione, non puoi descriverla, ma solo provarla, e goderne. Ben scritto. Molto romanzato, forse più di quanto non mi aspettassi, ma nonostante ciò riesce a farsi sentire vero, forte. Molto consigliato.
È sempre bello leggere un libro ambientato in luoghi che si possono riconoscere. E questo non fa eccezione. È infatti la storia della nascita e degli anni d’oro del Villaggio Crespi, a Crespi d’Adda, raggiungibile da Lecco anche percorrendo una pittoresca pista ciclabile che si snoda lungo il lago prima e il fiume Adda poi. Villaggio che è diventato nel 1995 anche sito patrimonio dell’Unesco, e che rappresenta uno dei pochi esempi italiani di quel che è stato definito “paternalismo industriale”, cioè la gestione e il controllo, da parte del proprietario della fabbrica, di ogni aspetto della vita dei “suoi” operai: dalle abitazioni, all’educazione, al tempo libero, alla religione. Sono le saghe a conquistare il cuore della gente, al di là della bandiera che sventola sulla famiglia protagonista. A differenza però delle saghe che provengono dall’estero qui in Italia prende il sopravvento la base storica ed il racconto diventa l’occasione per riscoprire il passato del nostro paese e una parte della nostra identità. Cristoforo Crespi ebbe questa idea nel 1877, animato certamente da ambizione, ma per la verità anche da una idea filantropica, secondo la quale gli operai venivano considerati una sorta di famiglia allargata. Fu sua l’idea di costruire, attorno alla fabbrica appena sorta, un villaggio con le abitazioni, in modo che gli operai non dovessero sobbarcarsi lunghi percorsi a piedi prima di giungere in fabbrica. Fu il suo successore, il figlio Silvioa volgere questa idea benevola in qualcosa di più rigidamente controllato, insieme con l’ampliamento della fabbrica e il progressivo controllo di tutta la filiera di produzione, giungendo ad ottenere dal governo del Regno il controllo totale di quella parte d’Africa dove veniva prodotto il cotone, il Benadir (in Somalia). La Selmi però nonostante intitoli il libro “il sogno della famiglia Crespi” sceglie di dar vita ad un racconto corale. Perché non sono solo gli imprenditori a scrivere la storia, ma anche le persone che per gli imprenditori lavorano. Tutto questo è narrato nel romanzo attraverso le vicende personali di alcune famiglie. La famiglia Crespi, naturalmente, e quelle di alcuni degli operai che con il loro lavoro, e spesso il sacrificio della loro vita, hanno reso possibile questo piccolo miracolo italiano. Leggendo queste pagine ci sembra di conoscere personalmente il capostipite Cristoforo, con il suo legame anche affettivo con i primi operai. Ci appassioniamo alle vicende delle famiglie dei Vitali e dei Malberti, e di altri personaggi che gravitano attorno ad essi. E, soprattutto, ci sentiamo legati al personaggio di Emilia Vitali, che incontriamo bambina nelle prime pagine del romanzo, e vediamo crescere, forte e determinata nonostante le difficoltà di una vita che non le regala mai nulla, eroina moderna che sa mantenere dignità e coraggio pur in una società che la condiziona fortemente. E Silvio Crespi, anch’egli bambino nei primi capitoli, poi adolescente in lotta contro un destino segnato che lo fa sentire prigioniero della gabbia dorata della famiglia, al quale non sa o non vuole opporsi, e che lo trasforma pian piano in un adulto freddo e determinato, spietato negli affari. È proprio sulle persone che Alessandra Selmi costruisce il suo racconto di oltre cinquant’anni di vita del Villaggio Crespi: non solo una storia di imprenditoria, ma una storia umana, che incrocia universi sociali accomunati da un solo progetto. Su tutta la narrazione risuona, da un lato, l'etica della fatica, unica via legittimata per raggiungere un successo meritato. Più immediata da comprendere è la fatica fisica degli operai, sottoposti a turni da dodici, quattordici o anche sedici ore. Tuttavia, anche i padroni sono sottoposti a una tensione continua, che li porta da un lato a curare gli interessi di famiglia, dall'altro a sentire sulle proprie spalle tutto il peso di un'enorme responsabilità. Ne consegue che i sacrifici sono frequenti e spesso onerosi per tutti i personaggi del romanzo: c'è chi rinuncerà a un amore, chi a un percorso di studi tanto sperato, chi al denaro, chi alla rispettabilità, chi addirittura alla vita. I Crespi, ad esempio, non potranno mai mostrarsi deboli o incerti sulla via da percorrere, perché devono essere un punto di riferimento per i loro dipendenti: E i sentimenti, allora, che fine fanno? Al di qua del fiume è colmo di sentimenti e legami, perché al centro pone la creazione di una comunità, e dunque l'autrice, Alessandra Selmi, si preoccupa di ricostruire relazioni, odi, gelosie, invidie, generosità, solitudine ed emarginazione. Encomiabile l’attenta ricostruzione storica fatta dall’autrice, che fa di questo libro una saga familiare che resterà nel tempo, diversamente da tante altre che cavalcano l’onda delle moda temporanea. Al di qua del fiume è un romanzo appassionante perché profondamente vero, e nella sua coralità di voci, semplici o privilegiate, riesce a restituire vita a un microcosmo che si ripopola di famiglie, di capannelli di donne al lavatoio, di bambini che giocano in strada, di uomini che varcano i cancelli della fabbrica, di treni diretti in ogni parte del mondo, del sciur Crespi che si aggira attento a tutto e a tutti. Il libro è avvincente e ben scritto, uno di quelli che non potete non leggere. Ne scaturisce, così, una bella storia reale ed attuale composta in primo luogo da persone umane, e poi da logiche economiche. Per chi ama le saghe familiari, ma non solo: anche tutte le tematiche legate al lavoro operaio, alle sue condizioni e ai suoi adattamenti nel corso dei secoli. Molto bello e frutto di una ricerca che si percepisce subito essere perigliosa e condotta con metodo di studio. Alla fine della lettura mi sono sentita un po' orfana del mondo di Crespi d'Adda e, oltre ad avere in programma di fare una gita in questo paese oggi patrimonio dell'UNESCO, ho il desiderio di ritrovare alcuni dei dialoghi che mi hanno fatto sentire profondamente immersa in questo mondo, teso tra impulso al progresso industriale e paura delle novità, sogno dell'emancipazione e centralità della famiglia, gratitudine verso il lavoro e il padrone e istanze di rivolte sindacali e rinegoziazione dei diritti. Un mondo complesso, sì, pieno di contraddizioni interne e di grandi incomprensioni, ma anche di profonda umanità.
Una regolare saga famigliare. Senza infamia e senza lode.
Sulla scia di romanzi molto simili a "I Leoni di Sicilia" che la casa editrice Nord pare collezionare e pare non lasciarsene sfuggire nemmeno uno, vengono narrate le vicende della famiglia Crespi. Il capostipite Cristoforo è un Malavoglia al contrario. Infatti è disposto a rischiare il tutto e per tutto pur di inseguire il proprio sogno... al di là del fiume Adda. Di sicuro non intende restare ancorato allo scoglio come un'ostrica!
E non è un caso che l'ambientazione sia proprio la Lombardia, quella regione dove scorre il fiume e che rappresenta il cuore economico del paese.
Lì troverà le radici il cotonificio Crespi, destinato a diventare una fabbrica all'avanguardia.
Il romanzo lombardo per eccellenza, il self made man che resiste attraverso i decenni di cambiamento che l'Italia si prepara ad affrontare.
Carino. Ci sta come lettura estiva. Occhio a non intossicarvi con il fumo delle ciminiere!
Sono un appassionato di romanzi storici e questo ne ha tutti i crismi. Innanzitutto è ben scritto. La prosa è elegante e chiara, senza ragionarsi sopra o appesantirsi, ma permettendo al lettore di farsi una chiara idea di fatti e personaggi direttamente dalla giusta commistione tra descrizioni e dialoghi. La storia dei Crespi e della nascita del villaggio operaio di Crespi d'Adda è coinvolgente. Fa impressione vedere come il mondo del lavoro sia evoluto sotto molti punti di vista ma anche involuto, se guardato da altra prospettiva. Mi è piaciuto molto seguire le vicende dei personaggi, padroni e operai, lungo tutto l'arco narrativo, constatando in definitiva come nessuno fosse solo positivo o solo negativo, proprio come le persone che popolano le nostre vite di tutti i giorni. I rimandi ai periodi storici attraversati in più di cinquant'anni, tra rivolte del pane, grande guerra, moti sindacali e periodo fascista, arricchiscono ulteriormente la narrazione dandole contesto e struttura.
Non posso negare che il libro della Selmi sia a tutti gli effetti una buona saga familiare. Ha tutti gli elementi che la rendono tale: la storia di una famiglia, in questo caso storicamente esistita, un tempo che vede più di due generazioni, il contesto storico e sociale in cui si svolge la vicenda, e un assetto corale in cui si svolgono gli avvenimenti. Ammetto che non si dovrebbero avere delle aspettative prima di leggere un libro e purtroppo io mi aspettavo qualcosa di diverso da questo lavoro: più storia vera e meno romanzo. Tuttavia concedo un giudizio positivo proprio sulla coralità del contesto. La classe lavoratrice con tutta la sua miseria sta alla pari con la classe padronale. I Crespi hanno finanziato sì la nascita delle fabbriche e del villaggio, ma gli operai l’hanno costruito e ci sono morti.
Forse avrei solo tagliato qualche pagina. Ma che bello che è stato. Intendo il viaggio. Perché questo non l'ho trovato un libro ma un perfetto compromesso tra un'idea, un racconto, un resoconto, un itinerario, una mappa, un cantiere architettonico. Politica, società, cultura, tutto si mescola, sostenuto da uno stile forse non emotivo ma sicuramente andante, non retorico, chiaro. È stata una lettura piacevole, che mi ha intrattenuto e mi ha interessato. Attraverso queste storie, perché la storia non è una, ho riconosciuto un pezzo della storia del mio Paese. Emilia, Silvio, Rino, Cristoforo, Elvira, Enea e la Benigno Crespi credo rimarranno molto a lungo nella mia memoria di lettrice ed appassionata di storia.
Ecco un bel romanzo che racconta la storia della famiglia Crespi, imprenditori italiani che costruiscono un vero e proprio villaggio. Le vite di padroni e operai si intrecciano tra loro e con la Storia di un’Italia che sogna, rischia, suda, combatte, vince, perde. Bellissimo quando si impara qualcosa di nuovo sul nostro Paese attraverso dei personaggi in grado di emozionare. Il tutto accompagnato dal gelido abbraccio di una cosa a me molto molto famigliare: la nebbia!
Per quanto molto affascinante la nascita, l'ascesa e la fine del sogno dei Crespi, per quanto riconosca il merito di averla ripresa dall'autrice, il racconto diventa sempre meno interessante, infarcito di perbenismi e scontatezze. Ho fatto veramente fatica a finirlo.
Bellissima storia romanzata ma reale della famiglia Crespi e del loro Villaggio Industriale. Avendolo recentemente visitato ho potuto calarmi ancora meglio nella storia. Uno spaccato di un’imprenditoria d’altri tempi, severa ma lungimirante
Che pesantezza... Evidentemente voleva imitare i leoni di Sicilia ma non ci è riuscita... Troppa confusione, non è avvincente! Abbandonato dalla disperazione
Libro splendido, splendida saga, splendida storia e naturalmente splendida ambientazione. La storia della famiglia Crespi, il sogno di Cristoforo Crespi, che dal nulla in un rettangolo di terra sul fiume Adda, nel 1877 costruisce un cotonificio, una fabbrica con intorno un vero e proprio villaggio per tutti gli operai della fabbrica, il Villaggio Crespi, patrimonio dell'Unesco. Un villaggio operaio in cui c'è tutto, dal medico alla farmacia a tutto quel che serve affinché chi lavora sia accanto alla sua famiglia e nello stesso tempo accanto al luogo di lavoro. E proprio come lo scorrere del fiume in questo libro le storie delle famiglie scorrono attraverso le pagine, storie di persone vere, realmente esistite e che hanno lasciato un segno indelebile nel territorio. Una storia romanzata con sullo sfondo le casette degli operai, le famiglie, il cotonificio, la ciminiera al di qua del fiume e, purtroppo, gli avvenimenti che al di la del fiume distruggeranno tutto, la guerra, il fascismo e tutto quel che ne è conseguito. Ascoltato in audiolibro e consigliatissimo, come pure consiglio una visita a questi luoghi che toccano il cuore.