«L’enfer c’est les autres» [A porte chiuse- Jean-Paul Sartre]
Questo testo recentemente pubblicato in Italia, raccoglie gli interventi di Toni Morrison ad un ciclo di conferenze tenute nel 2016 presso l’Università di Harvard.
L’edizione italiana è introdotta da Roberto Saviano che riflette sulle conseguenze dell'uso improprio e reiterato nel tempo, del termine “razzismo”.
Sfruttato e mal utilizzato tanto da arrivare oggi ad essere snobbato come attacco a chi vuole esprimere la propria opinione. Dichiarare il disprezzo per l'Altro, dunque, oggi è spesso difesa come atto di libertà. Questo è il punto a cui siamo arrivati...
Saviano è in errore, però, quando dice che:
” Toni Morrison in queste pagine rare, diverse da tutto ciò che ha scritto prima [sic!], mostra l’urgenza, dimostra l’imperativa necessità di occuparsi di razzismo.”
In realtà, chi conosce l’autrice sa bene che non solo tutta la sua opera letteraria e saggistica ma anche la sua stessa carriera accademica, si è sempre rivolta alla rappresentazione ed analisi delle barriere razziste.
Queste pagine sono un’integrazione al lavoro di una vita e un’utile bussola che guida alla lettura della sua opera per chi non l’ha mai frequentata.
La seconda prefazione (presente nell’edizione americana) è del giornalista Ta-Nehisi Coates.
Il taglio del suo intervento si concentra sui risultati elettorali del 2016 in cui il popolo americano ha decretato l’elezione di Donald Trump (il grottesco che diventa realtà!!) e ben riassume il testo della Morrison in questo modo:
”Questo testo conduce la propria indagine sul campo della storia americana, e dunque si occupa della forma più antica e più potente di politica identitaria in America: quella del razzismo. È un’opera sulla creazione degli estranei e la costruzione di barriere, che si affida alla critica letteraria, alla storia e alla memoria personale nel tentativo di comprendere come e perché siamo giunti ad associare queste barriere con il colore della pelle.”
La peculiarità statunitense è quella di trascinare. generazione dopo generazione, un patrimonio culturale fatto di steccati.
Molti sono stati abbattuti (ed anche a caro prezzo) ma rimane uno zoccolo duro che riperpetua e rimarca situazioni di forza e violenza reiterando il giudizio per cui un afroamericano è disumanizzato.
Sempre Coates dice:
” Morrison parla di schiavizzatori e schiavizzati, ma la sua osservazione sul rango è valida anche oggi. Negli ultimi anni abbiamo potuto vedere una sfilza di filmati in cui alcuni agenti di polizia statunitensi picchiavano, stordivano con pistole elettriche, soffocavano o ammazzavano a colpi di pistola dei neri per infrazioni relativamente lievi, o per nessuna infrazione. Gli afroamericani, e con loro molti altri americani, sono rimasti inorriditi. Eppure le giustificazioni addotte avevano sempre un che di familiare. […] La disumanizzazione razzista non è soltanto simbolica: delinea i confini del potere. […]l razzismo conta. Essere un Altro in America conta – e la sconfortante verità è che probabilmente continuerà a contare.”
Questo insieme di discorsi nasce da una precisa domanda a cui ne seguono altre:
posto che il concetto di razza sia inesistente (Siamo la razza umana: punto!!!) allora – si chiede Morrison- cos’è questa smania di ostilità, questa tendenza all’Alterizzazione?
”Che cosa rende così rassicurante l’Alterizzazione, e ne determina il fascino, il potere (sociale, psicologico o economico)? Si tratta forse dell’emozione dell’appartenenza – che comporta il far parte di qualcosa di più grande del proprio sé individuale, e dunque di più forte? La mia opinione iniziale propende per il bisogno sociale / psicologico di un «estraneo», un Altro, così da definire il proprio sé alienato (a cercare di unirsi alla folla è sempre chi si sente solo).
Le riflessioni e disamine della Morrison sono suddivise in sei capitoli che si concentrano sui diversi aspetti in merito a questo discorso dove la stora e la società statunitense si possono benissimo analizzare attraverso le pagine della letteratura.
Il primo capitolo s’intitola “Romantizzare la schiavitù “.
Se da un lato c’è chi degrada e guarda all’Altro con disgusto, dall’altro si schierano dei falsi opposti, ossia coloro che sbandierano un’accettazione che poi rivela essere un altro tipo di differenziazione.
Un esempio eclatante di romantizzazione in letteratura è “La capanna dello zio Tom” dove di fondo ci sono tra le righe messaggi tesi a rassicurare il lettore bianco (” Harriet Beecher Stowe non scrisse La capanna dello zio Tom perché lo leggessero lo stesso Tom, la zia Chloe o qualsiasi altro nero. Il pubblico a lei contemporaneo era fatto di bianchi che avevano bisogno della romantizzazione, la chiedevano e potevano apprezzarla.”) come a dirgli: «Tranquilli! I negri sanno controllarsi. Non abbiate paura; potete avvicinarvi e scoprirete che – a patto che voi non siate malvagi- in realtà loro non vogliono far altro che servirvi (!!!)»
Questa lettura del classico dell’abolizionista Harriet Beecher Stowe è chiaramente esemplificata dalla Morrison riportandone alcuni passaggi che sono illuminanti di un pensiero che nel XIX ricorreva ad una parte di popolazione bianca che cercava di rifiutare la brutalità ma non metteva in discussione la legittimità di un rapporto asimmetrico.
Il secondo capitolo s’intitola: Essere o diventare l’estraneo e si sofferma sull’importanza dell’educazione: la percezione di un altro da sé è naturale ma il giudizio di un’alterità da disprezzare e con cui contrapporsi in modo ostile è un induzione ambientale.
Morrison a tale proposito parla di un racconto dove:
” Flannery O’Connor mostra con schiettezza e profonda sensibilità la propria comprensione dell’estraneo, dell’emarginato, dell’Altro. Oltre l’aspetto comico, spesso rilevato dai recensori, si trova una lettura acuta e precisa della costruzione dell’estraneo e dei suoi benefici. Rappresentativo di questa deliberata educazione a sfuggire piuttosto che a diventare l’estraneo, il perenne Altro, è il suo racconto «Il negro artificiale»”
Storicamente non si può non risalire alla schiavitù per determinare un momento di nascita collettiva dell’Alterizzazione: le mostruosità commesse necessitavano di una giustificazione morale per cui disumanizzando (e quindi dando innanzitutto un valore di assoluto primato al colore bianco della pelle) si acquisiva già una legittimazione di potere; creando, poi, l’idea dell’Altro si rafforzava l’idea del Sé che va difeso ad ogni costo.
Quindi l’altro non solo è tenuto a distanza ma va brutalizzato perché il Sé non ne sia contaminato.
La tentazione di dominare l’Altro oggi è rafforzata dalla diffusione del linguaggio e delle immagini per cui si crea inconsciamente tutto un gioco di specchi che determina il rapporto tra le persone.
”Il feticcio del colore” è il terzo capitolo dove Morrison spiega come abbia dedicato tutta la sua Opera all’esplorazione di questi concetti.
La sua è una letteratura che parla di nicchie ma anche di confini.
” Il mio sforzo potrà non essere ammirato da altri autori neri, o nemmeno suscitare il loro interesse. Dopo che per decenni mi sono adoperata a scrivere storie potenti che ritraessero personaggi inequivocabilmente neri, forse si chiederanno se non sia impegnata in una forma di whitewashingh letterario. Non è così. E non chiedo a nessuno di unirsi a questa impresa. Tuttavia sono decisa a stroncare il razzismo a buon mercato, ad annientare e screditare il quotidiano, facile, disponibile feticcio del colore, che riporta alla mente la schiavitù stessa.”
Ne ”Le configurazioni della nerezza” ci si chiede:
Come si definisce il nero? Quali significati vi si associano?
M. qui parla della genesi e il significato del suo romanzo ”Paradiso” e sulle discriminazioni in base alla sfumatura della pelle anche nella stessa comunità afroamericana.
Prosegue, poi, nel quinto capitolo (”Narrare l’altro”) parlando della genesi dell’opera per cui è più conosciuta, ossia ”Beloved” (“Amatissima”) il cui spunto è una triste storia vera di una madre fuggita alla schiavitù che uccide i suoi figli all’avvicinarsi dei cacciatori come estremo atto d’amore.
L’ultimo capitolo è ”La patria dello straniero.
Parlare di Alterità oggi significa confrontarsi con i vasti movimenti migratori mondiali che stanno palesemente realizzando un viaggio storico all’inverso: i colonizzati vanno dai colonizzatori.
Morrison dice:
”Lo spettacolo del movimento delle masse attira inevitabilmente l’attenzione sui confini, i luoghi porosi, i punti vulnerabili in cui il concetto di patria è percepito come minacciato dagli stranieri. A mio parere, l’allarme che aleggia ai confini, alle porte, è amplificato principalmente da due fattori: 1) la minaccia e insieme la promessa della globalizzazione, e 2) un rapporto difficile con la nostra stessa estraneità, il rapido disgregarsi del nostro senso di appartenenza”
Un libricino esiguo per numero di pagine ma evidentemente con uno spessore importante per lo stimolo a riflessioni così pressanti nel loro accadere.
Il momento storico mondiale che stiamo vivendo coincide politicamente con un’avanzata generale delle destre che hanno saputo rielaborare e plasmare i disagi di un crollo economico su larga scala e le ansie generate rispetto ad un futuro incerto per le conseguenze climatiche. Deviare, pertanto, sfiducia, malcontento e paure su binari che indicano L’altro come capro espiatorio.
Io ritengo che non si possa più parlare di razzismo e di fascismo ma delle declinazioni di questi pensieri volte ad un plurale che riflette quanto l’infiltrazione nei pensieri ed atteggiamenti quotidiani sia penetrata profondamente.
C’è una discrepanza tra un muoversi concreto di questi fascismi e, per contro, una risposta anti- razzista che non solo rimane chiusa in un compatto singolare ma si si nutre di parole volatili.
Risposte deboli, insomma, ad attacchi che sono sempre più visibili e violenti…
Quello che il presente richiede a tutti i cittadini del mondo è uno sforzo: un impegno a non negare il sé straniero, una sollecitazione a trovare una zona di confine in cui ci si possa rispecchiare negli elementi di umanità comune anziché erigere muri