Quale motivazione abbia spinto Lazarus Averbuck, diciannovenne immigrato ebreo scampato al progrom di Chisnau in Moldavia, a suonare il 2 marzo del 1908 alla porta di George Shippy, comandante della polizia di Chicago, non è dato a sapersi. Michael Feldberg, direttore di ricerca del Research for the American Jewish Historical Society, riporta quanto affermato da Shippy: un giovane uomo, forse siciliano o armeno, bussò alla porta, chiese di lui e fu fatto entrare ”e percependo quello che ha descritto come odio negli occhi del suo visitatore, Shippy afferrò il giovane per i polsi”; Lazarus avrebbe estratto un coltello e pugnalato Shippy ad un braccio e poi avrebbe tirato fuori un revolver sparando al figlio del comandante e all’autista, prima che il comandante potesse esplodere sette colpi sul ragazzo con la sua pistola di ordinanza. Lazarus sarebbe deceduto durante il trasporto all’ospedale.
La versione di Shippy fu subito accettata, Lazarus fu identificato come anarchico e il suo gesto attribuito a una protesta per il divieto a organizzare manifestazioni a Chicago inflitto a Emma Goldman, attivista e anarchica di origine russa attiva negli Stati Uniti in quegli anni.
Ben presto, grazie a investigazioni indipendenti, emersero contraddizioni e incongruenze nella versione ufficiale dei fatti sostenuta dal mondo politico, dai giornali e anche dalla comunità ebraica.
Questa vicenda è lo spunto utilizzato da Aleksandar Hemon per la costruzione de Il progetto Lazarus, che non è una semplice ricostruzione storica dei fatti, ma un vero lavoro di costruzione su più piani che mette a fuoco, attraverso un lavoro di ricerca, il substrato di pregiudizio, razzismo, xenofobia, classismo, antisemitismo nel clima della battaglia politica in atto a cavallo tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900, con la repressione delle lotte dei lavoratori e delle loro associazioni e la demonizzazione dell’anarchismo, particolarmente attivo in quegli anni. Ma è anche lo spunto per le narrazioni parallele che tengono insieme il racconto, muovendosi tra spazi diversi e in tempi diversi. L’odio e la violenza non restano circoscritti, sono gli stessi che hanno recentemente devastato i Balcani tra pulizie etniche, separazioni e islamofobia e che avvelenano la nostra società.
Così Vladimir Brik, un aspirante scrittore di origine bosniaca riparato negli Stati Uniti durante la guerra nei Balcani ottiene una sovvenzione per il suo lavoro e si spinge in Europa, in compagnia di un amico bosniaco di gioventù, tra Ucraina e Moldavia e fino a Bucarest e poi a Sarajevo, sulle tracce di Lazarus Averbuch. La narrazione della vicenda di Lazarus si intreccia con quella dell’assedio e distruzione di Sarajevo, l’ordine freddo dell’eterno presente americano si confronta con la trasformazione dei territori e delle società dell’est europeo. Vladimir Brik non è americano, nonostante ormai viva negli Stati Uniti e abbia sposato un’americana, ma non è più bosniaco, è estraneo ai luoghi della sua gioventù e la ricerca delle radici è devastante; ad accompagnare Vladimir c’è Rora, un fotografo conterraneo amico di gioventù che ha vissuto la la disintegrazione dell’ex Yugoslavia dall’interno, ”All’epoca credeva in una Bosnia dove si potesse vivere tutti insieme; amava Sarajevo e voleva difenderla dai cetnici. Sarebbe potuto fuggire a Milano o a Stoccolma; invece si arruolò come volontario nell’unità di Rambo - all’nizio della guerra non esisteva un esercito bosniaco, e quindi coloro che possedevano delle armi si organizzavano per difendere le loro proprietà. Conosceva Rambo e Beno dai tempi del Čaršija. Ma prima di affrontare l’aggressore cetnico e versare il loro sangue in battaglia, Rambo e Beno approfittarono di tutto ciò che offriva la città, dove l’ordine pubblico si era improvvisamente dissolto. Rambo la chiamava requisizione, ma in realtà era devastazione e saccheggio. Qualche volta può capitarmi di rubare, disse Rora, ma sono una persona onesta: non derubo i miei vicini. Mi raccontò i primi giorni di guerra, gli intrighi e gli assassini e alcune storie toccanti di gente che conoscevamo entrambi: Aida era stato ammazzato da un cecchino cetnico; Lazo era stato condotto da Caco a Kazani dove gli avevano tagliato la gola; Mirsad si era fatto portar via il cervello da una scheggia di shrapnel…”
Rora è un personaggio ambiguo, ma rappresenta anche la capacità di raccontare storie, seppur esagerate e non necessariamente vere, di affabulare, un’oralità che crea mondi nuovi e lega, ma che necessita di non essere messa in discussione,
”Non avevo mai sentito Rora parlare tanto; era come se muoversi attraverso quel paesaggio verdeggiante e spopolato alimentasse le sue storie; e infatti lui scattava foto, pigramente, senza interrompere la narrazione. Perfino Andrij sembrava ipnotizzato dalla sua voce, con quel flusso regolare di suoni morbidi, epici, slavi. Alcune di quelle storie avrei voluto scriverle, […] Un tempo anch’io raccontavo storie a Mary, storie della mia infanzia e avventure d’immigrati, storie sentite da altra gente. Ma ormai ero stufo di raccontarle, stufo di ascoltarle. A Chicago mi ero ritrovato a rimpiangere il modo in cui si usava farlo a Sarajevo - il sarajevino raccontava storie senza mai perdere la consapevolezza che l’attenzione degli ascoltatori sarebbe anche potuta venire meno, quindi calcava la mano e infiorava e a volte mentiva senza vergogna per mantenerla viva. Tu ascoltavi, rapito, disposto a ridere, impermeabile al dubbio o all’inverosimiglianza. C’era un codice di solidarietà del raccontare storie: non sabotavi il racconto di un altro se il pubblico era soddisfatto; diversamente dovevi aspettarti che un giorno una delle tue storie fosse sabotata a sua volta. L’incredulità era sospesa a tempo indeterminato perché nessuno pretendeva verità o informazioni, ma solamente il piacere di partecipare alla storia e, magari, spacciarla per propria. In America era diverso: l’incessante perpetuazione di fantasie collettive porta la gente ad agognare la verità e nient’altro che la verità è la realtà in America è il bene più sicuro.”
Un raccontare storie che stride con la presunta razionalità americana, ma che consente di proiettare il pensiero verso un futuro ipotetico, ”Se Lazarus fosse vissuto, sarebbe diventato Billy Averbuch? E i suoi figli, sarebbero diventati Avery o Averiman oppure, che so, Field? Avrebbe sfornato un’altra nidiata di Philip e Saul e Bernard ed Eleanor, che sarebbero diventati James e Jennifer e Jan e John? E le sue inclinazioni anarchiche, il mento sfuggente, le orecchie scimmiesche si sarebbero profondamente radicate nella storia familiare, nel glorioso sogno americano? Ci sarebbe un’infinità di storie da raccontare, ma tra queste soltanto alcune possono essere vere.”; non che il pensiero occidentale non inventi storie e realtà parallele, ma forse sono narrazioni più funzionali al potere e un articolo di giornale dell’epoca ci riporta improvvisamente a oggi;
”Perché il vicecapo Schuettler sa che questa città ha sofferto abbastanza. Ha sopportato la presenza contaminante di elementi stranieri approdati sui nostri accoglienti lidi con l’intento non già di dare il proprio contributo alla comunità, bensì di odiare e trasgredire. Non vede questa gente la grandezza del nostro paese? Non sfama forse le proprie famiglie con il pane, per quanto duro, guadagnato nelle officine e nelle fonderie di Chicago? Non è forse venuta qui per sfuggire alla follia omicida, alle continue persecuzioni nel vecchio mondo? E qui non ha forse trovato libertà che prima non immaginava nemmeno, non ultima quella di tornare da dove veniva, se mai l’avesse desiderato? Non può questa gente condividere i nostri nobili intenti? Non si accorge di avere una straordinaria occasione di far parte di un popolo naturalmente portato a lottare per la libertà e l’eccellenza, per una grandezza che offuscherebbe tutte le conquiste sanguinarie dei passati imperi?
Questa accogliente città ha sofferto molto, ma tutte le vite perdute saranno perdute invano se non le riscattiamo e non ricaviamo un valore dalla loro dipartita. Dalle spoglie dei morti risorgerà lo splendore. Dormi ora, amata Chicago, perchè i tuoi nemici sono domati e ormai i tuoi cittadini possono prosperare nel giardino della legalità.”
…. stranieri ingrati, quindi?