Chi lo sa cosa ho letto.
Non l’ho capito dopo aver dato un’occhiata alla trama, non l’ho capito ora che l’ho terminato.
Un gotico rurale ad ambientazione nostrana, un horror in salsa splatter, un romanzo di formazione con richiami ai due generi appena citati, oppure niente di tutto questo, o ancora al contrario un po’ di tutto questo, tutto insieme?
A Marco Peano va il merito di avermi fatto apprezzare un libro che non ho compreso fino in fondo, oserei dire una cosa più unica che rara, poiché è noto che per appezzare bisogna prima comprendere.
All’inizio, la narrazione ti afferra per la mano e ti trascina in un paesino fra le valli piemontesi, in un tempo che dovrebbe essere la metà degli anni 90 ma sembra molto prima: si respira infatti aria di chiusura, di semplicità, di antichità, di vecchie credenze sussurrate nel dialetto locale, mentre fuori scende la neve (sì, copertina azzeccatissima!). Eh, “fa” tutto molto il mio amato Eraldo Baldini!
La protagonista, una bambina di 10 anni di nome Sonia, trascorre le vacanze nella vecchia e cigolante casa della nonna Ada, la quale, in paese, ha la fama di essere una “guaritrice” (e sarà davvero così? E soprattutto, sarebbe appunto credibile negli anni ’90?). Poi, un fatto di sangue, incredibile, terrificante, che irrompe improvvisamente nella scuola del paese e getta Sonia (e il suo amico Matteo, rozzo figlio di contadini) nel panico più assoluto. Fino a quando i due, circondati da un orrore che prende una forma non ben definita ma sempre più gigantesca, si mettono in moto (per dove non si capisce bene) per superarlo.
E’ l’orrore, nudo e crudo, che irrompe nell’esistenza di un’adolescente e le fa capire che niente nella vita è ciò che sembra e che i mostri, ahimè, non esistono solo nelle favole.
Ma è un orrore in un quadro di fiaba bianca, un lago di sangue immerso nella neve.
Scopro che Marco Peano ha collaborato con Dario Argento e ne ha curato l’autobiografia “Paura” e qualcosa, forse, capisco. Forse. Ma alla fine mi sono comunque persa, fra quel bianco e quel rosso. Un romanzo-simbolo? Forse. Un romanzo che andrebbe riletto? Forse. Paradossalmente piaciuto, nonostante tutti questi “forse”.