Benché si senta la caratteristica voce della Tamaro, "Rispondimi" ha un tono asciutto, disincantato, quasi crudo. Le tre storie sono drammi provocati dall'assenza d'amore o, al contrario, da un amore troppo ossessivo e orientato al possesso e al controllo. Non c’è alcun happy ending, non c'è pace, non c’è redenzione. Almeno, non ancora.
Il primo racconto, che dà il titolo al romanzo, è la storia di Rosa, una ragazzina che a otto anni perde la madre, che cresce tra il collegio e la casa degli zii nella freddezza degli affetti, che si tramutano presto in odio. Riesce ad allontanarsi, ma anche in un ambiente più caloroso e familiare, l’adolescente scopre che il Male è sempre in agguato e le porterà via tutto.
L’Amore, la Morte, il Male, la Vita… Sono questi i grandi temi su cui si interroga Rosa durante la sua travagliata adolescenza, alla ricerca di un senso nel mondo e nella sua stessa esistenza; non sa rispondersi e pone le sue domande a un vecchio cane bianco – una presenza che appare dal nulla in tutti e tre i racconti – che non le risponde ma si ferma ad ascoltarla e farle compagnia, non chiedendo altro che una carezza.
"L’inferno non esiste" è il titolo del secondo racconto. Protagonista è una donna che ritorna alla casa dei suoi genitori e dialoga con il marito defunto, un padre-padrone che in vita ha sempre mortificato la moglie e il figlio maschio, ai suoi occhi malato e debole, ma in realtà provvisto di una grande sensibilità. E protagonista è anche l’odio della donna per il marito, che ha fatalmente provocato la morte del figlio. Per la donna non c’è pace, tranne forse quando trova le pagine di diario scritte dal figlio, ma l’improvvisa e criptica conclusione del racconto lascia il lettore nel dubbio.
Il terzo racconto si intitola "Il bosco in fiamme". Protagonista e io narrante è un uomo, botanico e marito benevolo e molto innamorato, che diventa geloso fino all'ossessione della riacquistata serenità della moglie. La crede un’adultera e in un raptus di follia la uccide. Sembra una storia, purtroppo, sentita e risentita, eppure non si può fare a meno di compatire tutti: la moglie, la figlia e perfino il marito uxoricida. La colpa non si può cancellare, ma all'uomo resta qualcosa a cui aggrapparsi: riprendere il dialogo con la figlia ormai adulta, che non riesce ancora a perdonarlo.
Questo racconto, più degli altri, mi ha colpito. Ho trovato azzeccato il paragone della folle ossessione che pian piano assale l’uomo con il bosco malato che infine prende fuoco, che oltre ad essere una potente immagine è anche una soluzione dinamica per un racconto molto breve che, dopo i primi due, avrebbe rischiato di perdere forza.
Per concludere, mi sento in dovere di spendere due righe per parlarvi del cane.
Come già avevo accennato prima, la figura del cane bianco (un cane vecchio e randagio su due racconti su tre, ma sempre bianco e di indole docile) ricompare verso la conclusione delle storie, in concomitanza dei momenti di maggiore crisi: è presente nel momento di massimo sconforto di Rosa, che non sa più dove andare né cosa fare della sua vita; è presente al momento dell’incidente, beccandosi anche un ingrato calcio dall'uomo tanto odiato dalla moglie; è presente prima dell’omicidio e ugualmente viene allontanato con cattiveria dal futuro assassino.
Ma cosa rappresenta davvero la figura del cane bianco?
In una visione cattolica o quantomeno spirituale come quella di Susanna Tamaro, il cane incarna un messaggero ultraterreno, emissario di quel Dio che sembra essere assente dalle esistenze dei tre protagonisti (e che solo nell’ultimo racconto offre uno spiraglio di redenzione).
La mia personale interpretazione però è più simbolica che religiosa: il cane rappresenta il momento di svolta, l’occasione mancata di agire secondo bontà e innocenza, la possibilità di cambiare all'ultimo momento il corso discendente degli eventi. Una sorta di avviso finale che dice: "Ehi, sei ancora in tempo! Fermati a riflettere!". Un avvertimento che i protagonisti non ascoltano.
L’umanità è quindi destinata a compiere il male?
Chissà.