Quando inizi un romanzo della Basso sai già che ti condurrà lontano, nel senso che la bellezza che descrive, da qualunque parte sia andata a scovarla, fa sempre (e per fortuna!) parte di un progetto più ampio di un solo, misero, volume. In termini più strettamente temporali, ci conduce nei lontani (proprio così lontani?) anni ’30 di un’Italia fascista. Ed infine nel senso che la scrittura di Alice Basso, sia che si tratti di un volume o di una serie, di uno storico o di un contemporaneo, ha il potere, davvero il Potere, di portarti lontano e di estraniarti dal quotidiano.
Lo so bene io, visto che pur trovandomi in un momento di blocco del lettore, me lo sono divorata in due giorni, incapace di chiuderlo, di rimandare e di aspettare che arrivasse il momento giusto. Per i libri di questa autrice è sempre il momento giusto.
Premetto, anche se non ce ne sarebbe bisogno, che per quanto fossi affezionata a Vani Sarca, il primo mitico personaggio uscito dalla penna cinica e sorniona di Alice, e per quanto fossi preoccupata che mi sarei lasciata influenzare da questa mia delirante simpatia per Vani, mi sono in realtà posta di fronte a questa nuova serie in maniera neutra. Certo che, per una come me che odia la neutralità, questa sembra più un’offesa che un complimento, ma ciò che volevo dire è che ero pronta a saltare nel vuoto con Anita. A prendere da lei tutto ciò che avesse da offrire, a farmi parlare dalla sua voce, a farmi condurre in anni oscuri, seppur conosciuti, ad entrare, o almeno a cercare di farlo, nella testa di una giovane donna di Torino, nata in una famiglia borghese, alle prese con la sua eclatante bellezza, ma anche con sentimenti, sempre più ingombranti, che si sta, per la prima volta, apprestando a conoscere.
Io mi sono letteralmente lasciata incantare da questo personaggio femminile, e sì che per me non risulti affatto immediato provare simpatia per le donne, a meno che non rispondano alla precisa idea che abbia io di personaggio femminile, perché Anita è un miscuglio perfetto di bellezza, di genuinità, si possono quasi vedere gli ingranaggi della sua testa che si muovono alla scoperta di alcune cose che, magari per altre, le sue amiche ad esempio, sono scontate ed antiche e per lei, invece, rappresentano un’assoluta novità. Anita è una spugna, e forse non sarà una metafora letterariamente aulica, ma secondo me rende perfettamente l’idea di una giovane donna che per la prima volta si affaccia al mondo, alla letteratura, alla politica, alla giustizia, alla vita coniugale, al lavoro, all’amore. E lo fa con entusiasmo, con la mente aperta anche a delusioni, lo fa con trasporto, lo fa anche con l’ingenuità che spesso trapela in lei dietro quell’aria da donna vissuta che si atteggia a manifestare. Anita, che già nel primo volume, aveva subito un bellissimo processo di maturazione, in questo secondo fiorisce completamente, aggiunge sicurezza alla sua persona, diventa più audace, ha semplicemente più consapevolezza di sé e di ciò che fa girare il mondo.
Se Anita non avesse incontrato sul suo cammino Sebastiano Satta Ascona (per noi affezionate Satta Coso), avrebbe così radicalmente cambiato il suo modo di pensare, avrebbe cominciato ad interessarsi a cose, come la letteratura, per lei indegne anche di uno sguardo, avrebbe chiesto a se stessa di farsi tante domande e farsi prendere dalla smania di trovare risposte soddisfacenti? Forse sì, ma più probabilmente Sebastiano, nel suo ruolo di redattore e scrittore e contrario al regime a suo modo, è stato proprio l’elemento che l’ha spinta ad uscire dal guscio in cui la società dell’epoca (ricordo che siamo in piena epoca fascista) spingeva le donne, l’ha spinta a cercare qualcosa di più che un matrimonio ed una famiglia, l’ha spinta a guardarsi dentro e a chiedere di più a se stessa, pur non avendo lui mai, ma proprio mai, espresso a parole nessuna di queste cose.
In questo romanzo Alice Basso ha parlato tanto di donne, della loro condizione di silenzio ed oscurità, soprattutto quando si trovavano a vivere non una vita convenzionale di mogli e madri, donne che sceglievano di prostituirsi nella case chiuse, donne che restavano incinte, di padroni mascherati da benefattori, e cercavano una nuova dignità in case di accoglienza; ha parlato di amicizia, e non poteva scegliere modo migliore se non affidarsi alle amicizie storiche e fidate di Anita e Sebastiano.
Alice Basso oltre che un’ottima romanziera, dal talento fine ed ironico, si conferma essere un’ottima storica, dallo sguardo obiettivo e largo sugli eventi, con la rara capacità di parlare di grandi temi affidando le parole alle persone comuni, a quel popolo che la Storia l’ha fatta. Davvero. Con la vita e con la morte. Con battaglie e perdite e vittorie. Con gli ideali e la pancia vuota. Con le armi e con i sorrisi. Con le lacrime ed il sudore.