Il margine è la casa all’epoca della segregazione razziale, governata dalle donne nere come luogo di protezione dalla violenza razzista e di sviluppo di un senso del bello diverso dalla “grande arte” dei bianchi. La scelta di non dimenticare il margine una volta raggiunto il centro, come nella traiettoria dell’autrice che dal sud ghettizzato degli Stati Uniti è diventata un’importante teorica femminista, permette di continuare un percorso di lotta in campo estetico e politico, dando un nome allo sguardo delle spettatrici nere al cinema, promuovendo teorie estetiche che mettano in dialogo intellettuali e persone comuni oppure denunciando il sessismo interno alla stessa comunità nera.
Nei saggi di Elogio del margine, bell hooks ci mostra “scelte e luoghi” in cui si è svolta e si svolge la resistenza all’oppressione delle donne afroamericane in vista di una liberazione che coinvolge tutti, donne e uomini.
In Scrivere al buio, dialogo critico e allo stesso tempo intimo con Maria Nadotti, i temi chiave del pensiero di bell hooks, tra i quali la contestazione di quel femminismo bianco che rappresentando le donne come un’unica “casta” nega le differenze tra le donne stesse, vengono messi alla prova di argomenti ordinari: i rapporti familiari e di coppia, l’istruzione, l’uso del denaro, la pratica della scrittura. Il pensiero femminista nasce dall’esperienza personale di oppressione e deve perciò parlare alle donne di condizione meno agiata, non chiudersi in un linguaggio per pochi che consente il mantenimento dello status quo.
bell hooks (deliberately in lower-case; born Gloria Jean Watkins) was an African-American author, feminist, and social activist. Her writing focused on the interconnectivity of race, class, and gender and their ability to produce and perpetuate systems of oppression and domination. She published over thirty books and numerous scholarly and mainstream articles, appeared in several documentary films and participated in various public lectures. Primarily through a postmodern female perspective, she addressed race, class, and gender in education, art, history, sexuality, mass media and feminism.
Goodreads mi informa che ho impiegato più di un mese per finire questo volume. Ritengo che buona parte della causa di ciò - oltre, ovviamente, alla vita e alla spinta continua di altre letture - sia nella struttura della sua prima parte, "Elogio al margine". Raccolta di saggi variegata, se ne ho apprezzati alcuni, quali per esempio la descrizione della casa/rifugio della nonna e il testo che dà il titolo alla selezione, con altri ho faticato per la loro puntuale specificità. Mi sono mancati i riferimenti culturali, soprattutto nei frangenti in cui questi non rientravano nell'ambito letterario, e penso che questa possa essere una difficoltà propria di molti altri lettori non americani. In alcuni casi, poi, semplicemente la trattazione non rientrava nei miei interessi. Tutt'altra cosa si è verificata, invece, con l'intervista "Scrivere al buio". Pur con il filtro di Nadotti, che condusse il dialogo nel 1998, e con quello del tempo trascorso - oltre vent'anni in cui molto mi sembra siano cambiati la società e il rapportarsi ai temi femministi -, bell hooks emerge vertiginosa con l'affilatezza delle sue riflessioni. Capace di risposte ragionatissime ed esplicative, ne esce un suo ritratto completo, che spazia dalla vita privata alle convinzioni politiche. In diversi passaggi, poi, l'ho trovata molto rincuorante. Devo a hooks anche l'aver finalmente trovato parole per criticare quell'eccessivo "accademismo" che tante volte mi fa imprecare nei saggi a cui mi approccio: elitismo e patriarcato, ecco cos'è. Vendere il proprio intelletto per farsi un nome, guadagnare più soldi ed essere più stimati dai colleghi. Scrivere mancando il fine dell'insegnamento, per mera ostentazione fine a se stessa. E, Merlino, quanta rabbia mi fa ritrovare questi vani paroloni in tante autrici - e femministe - che al di là di questo ostacolo nella saggistica stimo moltissimo.
In merito alla questione "rinfrancare", this really hit home for me: "Oggi sappiamo meglio di quanto non sapevamo negli anni '70 che se non si ha una strategia, una strategia concreta e applicabile alla propria vita, diventare più coscienti non fa che aumentare la sofferenza individuale. Ci si ritrova, infatti, in possesso di una più acuta capacità critica, di una maggiore capacità di interpretare la propria vita, ma senza la minima possibilità di modificarla. Il che può farti sentire ancor più depressa". Che poi, se sto diventando più consapevole davvero, è tutto da discutere.
Mi scuso da subito per lunghezza di questo commento ma poteva andare peggio: mi sono trattenuta...
Grande emozione nel rileggere bell hooks dopo più di vent’anni. Emozione rafforzata dalla recente scomparsa (15 dicembre 2021).
Questa rilettura non ha il sapore della riscoperta poiché nulla di ciò che è scritto tra queste pagine non è stato rimosso dalla mia memoria come accade, invece, per moltissime letture.
Questo succede con le riflessioni per cui sentiamo l’affinità di pensiero e non fatichiamo a farle proprie, Il tempo non ha scolorito, anzi, se proprio si vogliono trovare cambiamenti sono di tipo aggiuntivo perché arricchiti dal bagaglio di esperienze personali che ci si porta appresso assieme alle molte letture. Rileggere bell hooks oggi ha, dunque, per me, il valore intrinseco della riconferma.
bell hooks è il nome scelto da Gloria Jean Watkins: poetessa, scrittrice, saggista, attivista.
Due nomi che non hanno maiuscole: bell che riprende il nome materno; hooks il cognome della nonna materna.
In questa scelta di rinominarsi c’è già tantissimo del suo pensiero. In primo luogo, rappresenta la sua (ri) nascita come soggetto politico. Nata nel profondo sud statunitense, cresce in un contesto di segregazione; basti dire che vide per la prima volta un bianco all’età di sedici anni!
Donna con una spiccata intelligenza, entrò ben presto nel mondo accademico dimostrandosi, tuttavia, da subito ostile alle chiusure tipiche di quell’ambiente e cercando di ristabilire il contatto con la gente comune. In questo senso, va interpretata la sua assidua partecipazione ai talk show della tv americana rendendola un volto noto.
Questo volume riunisce due pubblicazioni del 1998 corrispondenti a due tentativi di far conoscere bell hooks in Italia. Il primo è una raccolta dei saggi più significativi titolata Elogio del margine. Il secondo, Scrivere al buio è un’intervista di Maria Nadotti.
Il fulcro del pensiero di bell hooks in particolar modo, si concentra nelle connessioni tra razzismo, sessismo e classe sociale. hooks, ci spiega, come il movimento femminista degli anni ’60, ad esempio, fu frenato, da un razzismo costante che, seppure non abbia assunto forme di odio esplicito è stato più subdolo in quanto ha negato l’esistenza e l’importanza di altre donne.
In “Elogio del margine” ritroviamo i temi “caldi” che l'autrice ha affrontato negli anni: dal concetto di “casa” come luogo di resistenza, attraverso tutta una carrellata di immagini che nel pensiero comune la cinematografia e la letteratura hanno rafforzato calcificando tutto il perimetro degli stereotipi.
La forza di questo pensiero sta ne suo aspetto propositivo. Partendo dal palese riconoscimento della marginalità della donna afroamericana senza potere economico, bell hooks propone di far sì che lo spazio marginale si trasformi in un laboratorio attivo di decostruzione:
” Non si tratta di una nozione mistica di marginalità. È frutto di esperienze vissute. Voglio chiarire, tuttavia, che cosa significhi lottare per mantenere questo tipo di marginalità quando si lavora, si produce, si scrive «dal centro». È da tempo che non vivo più in quel mondo segregato al di là dei binari della ferrovia. Per vivere in quel mondo era fondamentale una consapevolezza sempre maggiore del bisogno di opposizione. Quando Bob Marley canta «We refuse to be what you want us to be, we are what we are, and that’s the way it’s going to be» (rifiutiamo di essere ciò che voi volete farci essere, siamo quel che siamo e voi non ci potete fare proprio niente), lo spazio del rifiuto da cui si può dire no al colonizzatore, a chi ti opprime, sta sui margini. E si può solo dire no, far parlare la voce della resistenza, perché è lì che esiste un contro-linguaggio.”
Con il riconoscimento della convivenza della pluralità femminile con la peculiarità di ognuno, bell hooks, fa convergere e riconciliare le parti di un movimento da sempre frazionato.
Così, a mio avviso, nel panorama italiano, le sue riflessioni sono altrettanto preziose e per un duplice motivo. Il primo è per me fondamentale e si riferisce al fatto che ogni pensiero sociale che si tramuta in politica del cambiamento deve necessariamente essere transculturale e transnazionale. Il secondo si palesa nelle trasformazioni della società stessa italiana degli ultimi vent’anni che nella sua mutazione non può più negare l’urgenza di riflessioni sulla questione razziale.
Un messaggio chiaro quello di bell hooks basta con i bla bla bla che non portano a nessun cambiamento:
Non mi limiterò a guardare, voglio che il mio sguardo cambi la realtà”
Il corso di letteratura anglo-americana che frequento in quest’ultimo semestre universitario è interamente focalizzato sulla rappresentazione della maternità nera, sui rapporti in letteratura tra madri e figlie. bell hooks è un’intellettuale che volevo approfondire da tempo, nlella bibliografia in programma c’è proprio il suo saggio Homeplace (a place of Resistence), e con l’uscita di @tamuedizioni c’è stato un allineamento fortunato.
Oltre alla seconda parte del volume, Scrivere al buio, in conversazione con Maria Nadotti, Elogio al Margine e più in generale il pensiero critico di bell hooks nascono da un sentimento oppositivo contro l’ambiente accademico che tradizionalmente rifiuta la coniugazione tra teoria e prassi, una fortezza che dialoga e scrive in un codice criptico riservato solo ad altri attori della ricerca, e che esclude anziché includere in un dialogo più ampio le forze sociali fuori dal suo reame.
In questi saggi acuti e taglienti bell hooks analizza la casa della nonna come luogo di resistenza e protezione e il sacrificio delle madri nere dai tempi dello schiavismo statunitense fino alla contemporaneità (includendo una legittima critica a Frederick Douglass su questo argomento), sessismo e razzismo come sistemi interconnessi di dominio che si infondono forza e sostegno a vicenda, il rapporto tra arte radicale e ideologia, l’esclusività bianca della teoria femminista cinematografica, l’importanza dello sguardo, di come si è oggetto del guardare ma anche di come attraverso lo sguardo si possa cambiare la realtà.
bell hooks in questo volume ci insegna l’importanza del vedere, lezione impartitatela dalla nonna Baba, del decostruire, demistificare e sfidare, di stare sempre in guardia e soprattutto di sviluppare uno sguardo oppositivo.
La riedizione di questi due importanti contributi di bell hooks, una delle prime fatiche di Tamu come collettivo editoriale, è provvidenziale: qui ci sono le teorie più importanti della teorica afroamericana. Sono così forti, dirompenti proprio per il loro essere così immediate e “popolari”, declinate in una discorsività che si fa di tutt*, non solo del mondo accademico. Soprattutto per quanto riguarda Elogio del margine le idee di hooks vanno lette e rilette per farle pienamente proprie, in nome di una lotta radicale contro patriarcato e dominio maschile e capitalistico/liberale, nel segno di un aggregarsi intersezionale.
Scrivere al buio, la parte che ho preferito. Diventare femministi, "resistenti", con una pratica di decostruzione continua della quotidianità, del passato familiare e così via. Una grande lezione di vita. Elogio del margine, raccolta di saggi non sempre agevoli, ma ben argomentati e privi di linguaggio accademico.
Cos'è il margine? È quello spazio proprio sull'orlo del baratro che ci permette infinite possibilità. Fatevi tutti un grosso favore, leggete questo libro.
Difficile descrivere in poche righe la portata politica del lavoro di bell hooks, donna nera nata ai margini degli USA e diventata una delle intellettuali e scrittrici più influenti del panorama femminista internazionale. Il suo approccio alla liberazione delle donne è pervaso dall’urgenza di intrecciare istanze di genere, razza e classe, comprenderne i legami e instaurare processi di creazione, di ascolto e di costruzione.
Che sia una casa (reale o politica) come luogo di resistenza, un linguaggio libero da gerarchie o uno sguardo oppositivo al sistema bianco suprematista capitalista patriarcale, bell hooks riporta l’attenzione verso il bisogno di un fronte comune che vada oltre le politiche identitarie e si adoperi per sostituire una società poggiata sul dominio con una liberata dalle gerarchie capitaliste. E questo può accadere grazie alla memoria e sul margine, linee di confine spazio-temporali, mentali e strategiche dove resistere è sinonimo di sopravvivere, dove l’intersezione delle lotte produce pratiche quotidiane e narrazioni controegemoniche.
Nella seconda parte, Scrivere al buio, bell hooks continua ad esplicitare il suo pensiero teorico ma tramite il confronto diretto con Maria Nadotti scopre una parte più intima di sé, raccontando stralci di vita affettiva e sentimentale, ricordi e aneddoti sul privilegio del presente che non cancellerà mai la sua nerezza. Ciò che colpisce è la lucidità con cui riporta sempre il discorso all’analisi tra personale e politico, su come teoria e prassi siano troppo spesso scisse e quindi depotenziate, su come il femminismo rischi di diventare uno stile di vita e non un programma concreto e organizzato di trasformazione culturale. Come fare per essere tuttə femministə? Mettere in discussione ogni convinzione costruita dal sistema manipolatorio ma restare fedeli agli insegnamenti delle donne del passato, fiere femministe combattenti a loro insaputa. E ascoltare, guardarsi negli occhi, lasciarsi contaminare dal potere rivoluzionario dell’altrə.
Questo libro contiene diversi scritti originariamente pubblicati negli anni '90: la prima parte "elogio del margine" è una raccolta di saggi molto interessante ma che francamente ho faticato a leggere, un po' per la mia ignoranza sui temi trattati (la discussione sul postmodernismo mi ha lasciato con dei grandi punti interrogativi stampati in faccia), un po' perché la brevità della forma ha reso per me ancora più difficile entrare in sintonia con quegli stessi temi. Mi ha comunque lasciato una gran voglia di sapere di più, di capire di più, di continuare a leggere e ad informarmi, che penso sia poi quello che la saggistica dovrebbe sempre fare. La seconda parte, "scrivere al buio", è la trascrizione di una lunga conversazione avvenuta a New York nell'arco di tre lunghi pomeriggi del 1997. Maria Nadotti conduce l'intervista con abilità, non solo facendo domande sempre pertinenti e interessanti, e a sua volta offrendo molti spunti di riflessione, ma incoraggiando hooks ad elaborare il proprio pensiero sui temi più difficili e da sempre controversi. Il risultato è a dir poco esplosivo, le pagine scorrono con una leggiadria rara e al tempo stesso sono talmente cariche di spunti di riflessione da essere fondamentali per chiunque voglia imparare ad avere un pensiero critico autonomo e autoriflessivo: tant'è che non su tutti gli argomenti trattati mi sono ritrovata d'accordo con quanto scritto, eppure mai come in questa occasione ho provato una spinta a continuare quelle riflessioni in privato, nel pubblico, con le mie amiche, la mia famiglia, con le perone che amo. Per farla breve: è un libro che ti invoglia a pensare. Che ti ricorda che l'attivismo non è solo azione, così come non è solo teoria. Che il femminismo è prima di tutto cambiare sé stessi. Hai detto niente.
Diviso in due parti differenti - i saggi della raccolta "Elogio del margine" e l'intervista con Maria Nadotti, il libro trova anche due respiri diversi. La prima parte è interessante e ricca di possibilità di introspezione a approfondimento, ma indubbiamente delicata e complessa. Nella seconda parte dell'intervista maggiormente discorsiva si viene facilmente trasportati dal racconto di una vita di una donna che si intreccia con in risultati dei suoi studi. Cominciare quest'anno con un libro di questa meravigliosa scrittrice che, purtroppo, ci ha appena lasciato, mi sembra un grande augurio di riflessione e introspezione per questo inizio anno.
Iniziare il mio percorso con bell hooks da scritti degli anni ‘80-‘90-inizio 2000 che fossero così potenti per l’epoca, era esattamente quello che desideravo e che reputo un privilegio aver letto🙏🏻❤️🩹🤎
bell hooks è una delle femministe, scrittrici e militanti politiche più importanti del femminismo nero e di calotta di classe, è venuta a mancare solo recentemente, a fine 2021, ma già da decenni fa era in grado di analizzare il movimento femminista e immaginarlo in modi che -pur avendo letto pochi testi rispetto ad altre persone-, poche altre donne hanno saputo fare. Questi saggi + intervista faccio tra da Maria Nadotti in una bellissima edizione di Tamu Edizioni, attraversano tantissimi temi che tengono sempre a mente il sintagma ancora attuale, “patriarcato suprematista capitalista bianco”, le diverse oppressioni, il modo in cui il movimento per combatterlo negli Stati Uniti d’America è passato dagli albori di esclusione del concetto i razza, a una maggiore collettività, a poi un nocivo individualismo e consumismo dato dal cambiamento di spazi di discussione, dai diversi punti di vista delle battaglie tra conflittualità e solidarietà.
bell parte dalle sue origini e dall’importanza dell’esperienza per poi aderire a una politica femminista, dal concetto da lei conosciuto di lavoro, casa, regole, dominazione maschile in una famiglia nera, arte e cultura, rappresentazione nei prodotti artistici -che le persone e soprattutto donne nere hanno sempre avuto subordinata al male e white gaze-, e da qui alla sua idea completamente anti-accademica e di critica alle gerarchie universitarie e del sapere; e poi in quanti modi attuare la percezione dell’Altro bianco, anche riflessioni complesse come l’attivismo in un’era di post modernismo, l’eccessivo o meno essenzialismo, il significato di identità, genere e radici, il linguaggio (che da sempre forgia la mente e, nel caso di lei e tutte le persone razzializzate, cosa significa parlare “la lingua dell’oppressore”), l’ambiente e l’educazione originaria soprattutto in famiglia.
Persino il suo pseudonimo, un nome d’arte rigorosamente scritto in minuscolo e che unisce il secondo nome di sua madre e il cognome della bisnonna materna, è originale e insegna a prendere le redini del proprio “io” e di come ci si vuole presentare alla collettività, nel suo amore per la scrittura e per la condivisione a un ampio pubblico -senza rinnegare il nome all’anagrafe “Gloria Watkins”, con cui ammette che la chiama la maggior parte delle persone e che è comunque una persona presente-.
Il suo stile non convenzionalmente saggista (senza bibliografia né note a piè di pagina ad esempio) è in grado di far percepire forza e convinzione anche in sintassi non esattamente lineari, poiché ricche di spiegazioni, alternative, un pensiero che si estende in vari modi tra esempi, immaginazione, vissuto personale, una quantità di spunti ben focalizzata pur nel suo spaziare. Non vuole rendere le cose facili, ma è questo il bello di quanto la sua voce sia brava nell’argomentazione, che sembra di sentire un oratore davanti a noi con una scelta così precisa di parole che, invece, sono su carta.
E poi la sezione “Scrivere al buio”, cioè l’intervista finale con la traduttrice, che ci rivela la crescita della coscienza di bell tra insegnamento di women’s studies agli studenti, scoperte e promozioni della black women literature (La cattedra di “distinguished professor” a Stanford per parlare di femminismo e donne nere è una rivoluzione negli USA in quegli anni), le sue connessioni nei collettivi, e anche i conflitti -specie con donne bianche che la criticano o hanno opinioni diversissime dalla sua-, l’alleanza con le donne lesbiche più propense al cambiamento -in quanto coscienti della visione del mondo diversa da quella delle eterosessuali-; il suo preziosissimo rapporto con la scrittura, la volontà di non voler essere inscatolata in un’etichetta e produrre svariati progetti che abbiano i suoi valori e battaglie all’interno (= la denuncia contro il ridurre una persona marginalizzata al solo fatto di essere oppressa), il miglioramento della sua salute mentale e l’apertura a una nuova strada di amore per sé stessa e potenzialmente per qualcun altro in una relazione, tutto di pari passo alla militanza politica in continua costruzione, interrogazione e confronto con gli altri, perché il supporto ma anche opposizione reciproca è la chiave per assemblare strategie (teoria + pratica, secondo una sua impronta socialista importante) per il movimento femminista, di classe e anti-razzista, mai ridotto a slogan o poche parole.
Apprezzamento anche per il lavoro della traduttrice, che ha lasciato i termini inglesi dove servivano, tradotto in modo molto appropriato e vivace invece le parole necessarie dando loro impatto in italiano (anche dettagli come il “un/a” aggiunto affianco alla parola partner, che non dà per scontato l’orientamento della scrittrice, ed è necessario e inclusivo per la lingua italiana che è purtroppo “gendered” in tutto), rimanendo sicuramente fedele al tono di bell tanto che dall’intervista la sua personalità e attitudine nella voce si sente benissimo (e interessanti anche alcuni cambiamenti quale per esempio “poeta” che rimane anche al femminile e che potrebbe far riferimento al fatto che la parola “poetessa” per il femminile avesse, agli inizi della sua diffusione, un senso e contesto dispregiativo, e che usando la stessa al maschile semplicemente con l’articolo femminile sia dia -forse- più dignità). Inoltre, il libro si conclude con un estratto dal testo “Bone Black” -con cui era d’accordo con l’autrice nel pubblicare- che è ancora inedito in Italia, e sembra un po’ un ultimo saluto con atto di amore verso la donna che ha risposto alle sue domande con tale fermezza ma anche amicizia e spontaneità.
Non era scontato, ma la traduttrice e curatrice Nadotti stessa sa perfettamente che per troppo tempo il nome di bell hooks non è stato preso di interesse dall’editoria italiana -e che solo ora sta girando un pochino all’attenzione mainstream, come troppo spesso accade in questo paese che non dà visibilità alle categorie marginalizzate💀- e che, nella sua forte volontà di raggiungerla fino a New York tramite amici in comune e farsi raccontare il suo cuore, il suo pensiero critico, il suo percorso, ci ha così regalato una biografia e riflessioni potentissime🙏🏻🤎👊🏻
L’edizione è veramente ben curata -carinissime anche le due foto in bianco e nero con i titoli che introducono e separano gli scritti !-, ma il contenuto ovviamente di più. Una mente come quella di bell hooks ha insegnamento e talento da vendere, e leggere di queste tesi dalla gioventù ai suoi 45 anni, e sapere anche che questo è solo una parte dell’enorme mappa di spunti che è riuscita a dare fino ad anni successivi, fino a quando non è morta solo due anni fa, me lo fa quasi sentire come una testimonianza da conservare con cura, una scatola cinese in regalo al cui interno ogni scomparto rivela qualcosa di nuovo. Anche quando si crede di sapere tutto sui diritti e le lotte dei neri, bell hooks trova il modo di aggiungere prospettive, concettualizzazioni intere guardando dall’alto e poi andando sempre più in precisione e fitti collegamenti. Una città di possibilità che ho amato esplorare ❤️🖤🤎⚧
"invece, se siamo sedute qui tra di noi, nella stessa stanza, e mia sorella mi dice che si sente una fallita perché a trentacinque anni la sua vita non è come l'aveva immaginata, io posso dirle a mia volta che neanche la mia vita è come l'avevo immaginata, che tra pochi mesi avrò quarantacinque anni e le cose sono adnate diversamente da come le avevo fantasticate. ma non per questo devo sentirmi un fallimento. ok, la mia vita è diversa da come l'avevo immaginata, ma adesso come voglio che sia? è questa la domanda che conta ed è quello che le chiedo: come vuoi che sia, oggi, la tua vita? l'autocoscienza è questo. idealmente, se la rivoluzione femminista a cui aspiravamo – e non può essere ridotta a qualche clinica dove abortire – fosse avvenuta, questa donna, mia sorella, avrebbe un luogo dove incontrare altre donne come lei, donne senza mezzi, in cerca di un lavoro, che non vedono dove trovare un/a partner, l'amore, il matrimonio. e insieme potrebbero forse cominciare a pensare ad altri modi di stare al mondo. queste "cliniche femministe" – così io le chiamo - dovrebbero esistere, dovrebbero avere uno spazio preciso in questo paese ricco e imperialista. e invece abbiamo cliniche per abortire, conquista di un femminismo miope e riformista. personalmente aspiro a molto di più: vorrei che si desse a tutti la possibilità di accedere a un pensiero e a una pratica davvero femministi. se lo si facesse, probabilmente molte donne non dovrebbero iniziarsi o approdare al cosiddetto femminismo da una clinica abortista o da una casa per donne maltrattate."
Pubblicato nel 2020 dalla scrittrice bell hooks. Nata Gloria Watkins, nel Sud rurale e segregato degli Stati Uniti, hooks definisce “patriarcato capitalista suprematista bianco” il sistema dominante contemporaneo, e nella sua opera lotta per l’analisi teorico di razzismo e sessismo, due espressioni di un’unica strategia del dominio che, nel suo pensiero, non si possono combattere separatamente.
Ci sono libri che ti toccano, libri che restano e libri che ti cambiano. Quelli di bell hooks sono tutti e tre i tipi e molto altro. I saggi sono molto belli, ma l'intervista di Nadotti resta la mia parte preferita. Straconsiglio a tutte le donne, in qualunque fase della vita.
Margine, come luogo in cui abitare, a cui restare attaccati e fedeli, perché di esso si nutre la nostra capacità di resistenza. Un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi.
Stupendo ✨ (Sarebbe forse il caso di aggiungere altro? Tipo che non è che sono per forza d'accordo su tutto con hooks ma che è uno stimolo continuo? Ma davvero serve?)