Raccolta di storie brevi che Rumiko Takahashi produce tra il 1999 e il 2014 che supera a stento la sufficienza solo per la presenza di un paio di storie che mi sono sembrate molto gradevoli (con l’eccezione di With cat, la più vecchia in ordine temporale, che ho amato alla follia con le sue atmosfere demenziali e il ritorno alla fobia dei gatti di ranmiana memoria).
La Takahashi e le storie cupe non vanno molto d’accordo spesso e volentieri, ma non per una questione di stile grafico: i suoi personaggi sono sì molto morbidi e delicati, le sue ragazze delle bamboline dal viso tondo e grandi occhioni ma il problema non sta lì quanto piuttosto nella sua quasi totale incapacità nel creare in poche pagine l’atmosfera di una storia horror o quantomeno dalle tinte mistery (o sei un dannato genio o è dura, e la Takahashi è senz’altro un genio in altre tipologie di storie, ma non in questa).
La saga della sirena funzionava perché c’era una lenta costruzione dell’atmosfera data dal prologo, e poi la storia si dipanava in diversi episodi più o meno autoconclusivi, ma comunque il primo capitolo della saga aveva adempiuto alla sua funzione di creare un clima discretamente ansiogeno.
Se invece prendiamo in esame una storia come Lo Specchio, dove pretendi che io in una spiegazione di due facciate scarse didascaliche al vomito mi faccia andar bene una roba inutilmente arzigogolata il rischio cacatone è immenso.
E qua in questo primo racconto la montagna di sterco quasi ci inonda come uno Tsunami: nel mondo, ci racconta la Takahashi de Lo specchio, esistono persone che possiedono uno specchio sul palmo della mano, oggetto che li rende in grado di vedere i mostri che albergano nel corpo di certe persone dai desideri malvagi o semplicemente infelici e di esorcizzarli: chi sono? Come vengono scelte? Come fanno a tornare in vita e perché tornano in vita solo se muoiono da minorenni? Da dove arrivano esattamente quelle entità che catturano? Perché lo specchio li attira e basta ma loro devono schiacciarli col piede come il serpente della Genesi? Come perdono il loro potere? Mistero lalalala lalalala per dirla con Renato Zero.
Revenge doll ha come particolare interessante, per me che amo questa tipologia di personaggi, quello di avere come protagonista un mangaka davvero pessimo, uno stronzo pigro e invidioso del successo altrui e totalmente incurante dei guai che causa a chi gli sta intorno, che ottiene quello che si merita in un crescendo di moralismo abbastanza meh. L’elemento mistery e inquietante datoci da questa bambola maledetta che causerebbe sofferenza ai nemici di chi la possiede risulta, come nel caso de Lo specchio, una fesseria forzatissima di cui non ci viene mai spiegato nulla nel dettaglio.
Con Le mille facce di una stella e Un fiore carino la Takahashi prova a buttarsi su una specie di giallo, ma entrambe le storie risultano raffazzonate e dal finale a dir poco confuso (specie l’ultima, dove il “cattivo” è davvero imbarazzante oltre ogni possibile sopportazione). Tuttavia Le mille facce di una stella si è quantomeno guadagnata una piena sufficienza grazie a quell’ambientazione ridicola ed eccessiva dataci dal mondo effimero delle star della tv ma soprattutto grazie a due vignette in particolare che mi hanno fatto rotolare dalle risate: in una si vede la protagonista Kana Hoshino, un’attrice trasformista, interpretare vari personaggi tra cui spiccano le takahashane suor Angela di One pound gospel e Kikyo di Inuyasha (che io ho interpretato come un’autocritica al fatto che i suoi personaggi femminili hanno tutti la stessa faccia); nell’altra Hikari (il personaggio interpretato da Kana nel teleromanzo) scappa dal fascinoso poliziotto che vuole arrestarla volando su un deltaplano e indossando la calzamaglia attillata delle Cat’s Eye di Tsukasa Hojo.
With Cat, ribadisco, è stata la mia storia preferita: è una storia condita di umorismo e ragazzotti scemi che si amano ma non se lo confesseranno mai se non in punto di morte, o quando è il gatto della protagonista ad essere in punto di morte in questo caso. L’ho trovato davvero un raccontino simpatico e buffo, che non voleva creare nessuna atmosfera particolarmente inquietante (Rumiko, non ti riesce in poche pagine, basta provarci) ma solo raccontare una storia di quell’amore goffo e ridicolo da ragazzini delle medie in cui la Takahashi regna incontrastata. L’elemento mistery/sovrannaturale viene qui usato in chiave comica, e l’effetto è delizioso.
L’ultima storia è My sweet Sunday, un omaggio reciproco, una storia a quattro mani in cui i due autori, Rumiko Takahashi e quel delicatissimo poeta di Mitsuru Adachi raccontano la loro esperienza come mangaka, come si sono avvicinati al mondo dei manga ma soprattutto cosa li ha portati a lavorare per tanti anni come colleghi (e poi amici) presso Shonen Sunday (la storia infatti celebra il cinquantenario della rivista).
E’ stata una finestra intrigante sul mondo privato e la personalità di due autori che mi hanno accompagnato a lungo nel corso della mia infanzia e della mia adolescenza, e l’ho letta non senza provare una sottile nostalgia. Non è una storia vera e propria, non segue un percorso lineare ma in qualche modo cattura, specie quelle atmosfere ironiche ma sempre un po’ dolci e nostalgiche del maestro Adachi.
Insomma, un volume a dir poco altalenante che viene salvato dal baratro dell’insufficienza solo grazie ad alcune storie sopra la media ma che nel complesso non è un granchè.