Un gran numero d’italiani avvertiranno aria di casa scorrendo queste pagine, dove ricorrono parecchi nomi che s’adunano anche in una pietra miliare della nostra saggistica, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica di Mario Praz; e Julian Barnes col Praz condivide anche la scarsa o punta stima per Oscar Wilde, soprattutto quello del Dorian Gray: ma le consonanze finiscono qui. Mentre quello del sommo anglista italiano è un saggio storico coi controfiocchi, quello di Barnes è… ecco, qui bisogna sgomberare il campo da un po’ d’equivoci. Ho l’impressione che qualche lettore sia rimasto deluso da quest’opera credendola una biografia romanzata e accorgendosi viceversa che non è romanzata, e qualcun altro credendola un saggio per poi accorgersi che un saggio serio non è; una biografia seria di Samuel Pozzi, l’uomo con la vestaglia del titolo, è stata d’altronde già scritta, e Barnes, come rammenta più volte, ne attinge in abbondanza. Il libro in realtà è un pezzo di prosa postmoderna ove s’intrecciano, si fondono e si confondono rievocazioni di varî personaggi della Belle Epoque, curiosità storiche, pareri dell’autore su questioni estetiche, letterarie, morali e politiche; ogni volta in cui Barnes comincia col parlare di qualcosa o di qualcuno si è certi che in capo a qualche riga divagherà per finire alla deriva, non si sa dove: salvo poi, ma non sempre, ripigliare in mano le fila del discorso chissà quante pagine più avanti: a volte pare che si sia divertito a fare un lavoro di taglio e centonatura d’un racconto steso prima in fogge più lineari. Il tutto è un po’ divertente, un po’ curioso, un po’ giocoso, un po’ coinvolgente, ma non è nulla di tutto ciò sino in fondo: c’è sempre di mezzo quel maledetto distacco albionico che, per quanto Barnes sia francofilo, non viene mai meno del tutto, e impedisce un pieno abbandono all’assaporamento di quelle vite, di quel mondo, di quella Stimmung. A un altro autore ho invece pensato vedendo l’abbondanza d’illustrazioni che formano parte integrande col testo: Sebald; ma dell’avventuroso e tragico Sebald il Nostro è a tutti gli effetti non un omologo, bensì un contraltare. Piuttosto, Barnes ha qualche affinità maggiore con Edmund de Waal: e siccome il mondo è piccolo qui appare menzionata anche una Madame Ephrussi, che appartiene ovviamente alla famiglia protagonista di Un’eredità d’avorio e d’ambra. Le illustrazioni costituiscono ad ogni modo uno dei maggiori pregi del libro: in ispecie le figurine della collezione Felix Potin, con fotografie d’illustri personaggi del tempo, che questa marca di cioccolato per alcuni lustri regalò allegate alle confezioni del suo prodotto, un po’ come sarebbe più tardi avvenuto da noi con le figurine della Perugina e della Miralanza, senz’altro meno interessanti di queste. All’inizio del testo pare che l’interesse si debba dividere fra tre personaggi, da principio amici tra loro: il principe di Polignac, il conte di Montesquiou e il dottor Pozzi, ritratto da John Singer Sargent con una splendida vestaglia rossa – ma era un uomo bellissimo anch’egli – che fu tra i maggiori chirurghi e ginecologi dell’epoca; il povero Polignac, al quale Barnes riserva un’attenzione assai modesta, esce però dalla scena ben presto, e l’attenzione si sposta prevalentemente sugli altri due; vi sono tuttavia molte altre presenze ricorrenti, come Jean Lorrain, Léon Daudet, Oscar Wilde appunto, Sarah Bernhardt, Edmond de Goncourt, più tutte le comparse, che sono legione. Se il lettore sente un forte aroma proustiano in tutto ciò, non si sbaglia: gran parte della gente menzionata qui fu amica o conoscente di Proust (d’altra parte, anche suo padre e suo fratello, medici, lavorarono con Pozzi), che se ne servì per giunta come modelli per tanti personaggi della Recherche, non sempre con esito fausto: ad esempio Montesquiou per un certo periodo ruppe con l’amico scrittore vedendosi ritratto in Charlus. Se però la struttura spezzata e divagante a tratti offre piacevolezza e a tratti viene a noia, quel che ho trovato sempre vagamente irritante sono i dubbi psicologici sui personaggi che vengono ripetutamente affrontati, a dir il vero non sempre con molto costrutto: ma forse ciò dipende dal fatto che i miei interessi e le mie curiosità differiscono da quelli di Barnes. Quanto alla traduzione, temo di dovermi rassegnare alla moda un po’ grulla di non mettere più l’articolo determinativo davanti ai cognomi femminili: per un lettore di mezza età come il sottoscritto, e quindi un po’ tardigrado di riflessi, riesce alquanto faticoso a volte capire al volo se ad esempio “Polignac” è un principe o una principessa. Davanti poi ad altre scelte, come quella di definire “leccaculo” il povero Proust per una sviolinata a favore del suo amico Montesquiou, o “moroso” il fidanzato di non so chi, come in una canzone del Duo di Piadena, sono incline a pensare che si tratti di scelte stilistiche per ricalcare qualche specialità lessicale britannica; sennonché quod licet Iovi non licet bovi; e insomma certa roba magari suona bene di là dalla Manica, ma suona molto meno bene sulla sponda di qua.