Premesso che l'edizione che ho letto collaziona varie edizioni originali appesantendo il testo di note sulle discordanze e sulle ipotesi testuali dubbie, è una ben strana lettura questa: come se ci fossero quattro libri, tutti qui dentro.
Intanto: scopriamo subito che il viaggio è sì in Italia, ma preceduta da parte della Germania.
Poi, i libri nel libro.
Il primo viene redatto in francese (sotto dettatura, probabilmente) da uno scrivano pagato per accompagnare monsieur de Montaigne, il cui padre riteneva che un signore non debba mai scrivere in proprio ma lasciare tale servile mansione a qualcuno pagato per farlo. Lo scrivano scrive, ma si fa una gran fatica a capire chi è "io" e chi è "lui", e ci si annoia con interminabili liste di nuove città, miglia percorse e altri dati spesso alla rinfusa.
Nella seconda parte, essendosi stufato dello scrivano o viceversa, con suo lieve fastidio Montaigne si costringe a continuare in prima persona e in lingua francese, e finalmente vediamo venir fuori il suo stile, la sua personalità, il suo humour. Peccato che si sveli in tal modo che molta noia e pedanteria che avevamo attribuito al suo dipendente, sono invece sua responsabilità.
Nella terza parte (orrore!) essendo ormai da molti mesi in Italia, pur essendo stato quasi sempre in compagnia di connazionali e non avendo preso lezioni di italiano (che d'altronde era una pluralità di lingue, come lui stesso osserva a un certo punto) ma ritenendosi abbastanza sveglio e "portato per le lingue" Montaigne si convince di poter continuare la redazione del diario di viaggio in italiano, per cui il testo si fa maccheronico, qua e là simile all'italiano trecentesco, colmo di francesismi lessicali e sintattici, di lemmi inventati in quanto orecchiati, di scemenze insomma, ma pazienza.
Per poi tornare, una volta varcato il confine linguistico della Savoia sulla strada di ritorno, all'idioma materno (e sentiamo il sollievo, ma anche il divertimento di chi ci ha provato ben sapendo di non essere completamente all'altezza).
Il contenuto, più che un diario di viaggio come lo avrebbero inteso i viaggiatori dall'Ottocento in poi, è un pot-pourri di osservazioni casuali e intenzionali su bontà o meno delle locande, dei letti, del cibo, disonestà presunte o reali degli osti, dimensioni delle città, bellezza delle donne (le italiane non gli paiono quasi mai granché di aspetto, e invano cercheremo notizie su un suo incontro con la cortigiana Veronica Franco, che a Venezia gli manda un suo libro di poesie sperando forse in un incontro).
Ci lascia quasi sempre disorientati, affaticati quasi.
Ma il grande, il pressante, il supremo argomento del volume, quello che a buon diritto potrebbe collocarlo tra le guide turistiche (in questo caso alla sezione "Terme e vacanze termali") è la visita e conseguente approfondita recensione del maggior numero possibile di fonti termali di Germania e d'Italia.
Saremmo ingiusti verso Montaigne nel giudicarlo un ipocondriaco: se parla con tanti medici (quasi sempre inutili, e viene in mente Proust), se si ferma, a volte tornandoci anche, in tutte le località termali del suo viaggio, anzi programma il viaggio in modo da passarne quante più possibili, non è certo perché malato immaginario.
Va inoltre a suo merito la capacità di osservazione oggettiva, empirica, quasi distaccata, con cui parla del suo corpo, valuta cure ed effetti, diagnosi e loro realismo, senza indulgere se non di rado a considerazioni religiose o magiche (stiamo pur sempre parlando di un uomo nato nel 1533) sulle patologie di cui soffre.
Sarebbe stato un ottimo medico, in altri tempi.
Siamo anzi solidali con lui, specie chi abbia sofferto anche solo una volta nella vita di calcoli, coliche renali, o anche solo cistiti, immaginandolo a cavallo, meno spesso in portantina, vagabondare da una spa all'altra, bevendo tot bicchieri al giorno, osservando quanto sudore, quanta acqua espelle, riscontrando i cambiamenti di colore delle urine, il sangue, l'espulsione di calcoli, i dolori - non senza qualche altro acciacco che si sovrappone, come un terribile mal di denti che non viene neppure identificato come tale - , solidarizziamo con quest'uomo vissuto prima del bombardamento laser dei calcoli, prima degli antibiotici, dei trapianti renali, di qualsivoglia cura efficace per i suoi mali. E immaginiamo quanti, come lui, sopportavano e pazientavano, magari illudendosi che a Baden o a Bagni di +Lucca avrebbero trovato sollievo e, finalmente, un miracolo.
Montaigne muore a 59 anni. Spero non abbia sofferto troppo.