Le opere dei nativi americani rappresentano bene, in generale, l’essenza della cosiddetta nature writing, non solo perché ne rispecchiano le caratteristiche, ma perché la cultura e la società di questi popoli sono parte integrante della natura stessa e non da un punto di vista antropocentrico. Ciò significa che l’uomo è parte consapevole della rete ecologica che connette gli organismi tra loro e con l’ambiente fisico.
“Sono un anziano, e custodisco la terra. Da ragazzo iniziai a essere consapevole della bellezza del mondo in cui vivevo. Era un mondo di colori intensi - canyon scarlatti e mese turchine, distese verdi e sabbie giallo-ocra, nuvole argentee, montagne che cambiavano dal nero all’antracite, dal porpora al grigio ferro. Era un mondo di enormi distanze. Il cielo era così profondo da non avere confini, e l’aria era attraversata da uno sfavillio di luce. Era un mondo in cui io ero vivo con tutto me stesso. Anche allora sapevo che mi apparteneva e che lo avrei custodito per sempre nel cuore. Era essenziale per il mio essere. Mi porto il polline al viso. Mi passo volute di fumo sul corpo. Io sono un Kiowa. Il mio nome kiowa è Tsoai-talee, ‘Ragazzo dell’albero di roccia’. Sono queste le parole per Tsoai-talee.
La consapevolezza fa sì che non vi sia rassegnazione alle forze della natura, né prevaricazione degli equilibri da parte dell’uomo. È un alto esempio di etica ambientale. Qualsiasi abitante della terra merita rispetto e considerazione.
“Sulla prateria a erba corta dove sono nato, e prima di me generazioni della mia famiglia, in estate c’è un numero immenso di cavallette. Nelle onde scintillanti della calura d’agosto formano una nuvola densa giallo-verdastra sopra la terra rossa. Il loro è un moto lento, talvolta esitante, come di sciame che si alza, ed è irresistibile. Passeggiando, si è costantemente colpiti da queste creature scattanti. Ne prendi una e l’avvicini agli occhi, e vedi che sembra molto vecchia, vecchia come la terra stessa, forse, e che il suo diritto di permanenza risale alle origini come il tuo.
In un’intervista, Scott Momaday sottolinea che ”I nativi americani hanno sempre avuto una profonda comprensione e apprezzamento del paesaggio e della natura. I nativi americani sono presenti sul continente nordamericano da, non lo sappiamo, forse 30.000 anni. In questo arco di tempo, ha imparato a essere un conservazionista che fa un uso multiplo e ha acquisito una grande comprensione del mondo naturale e di come vivere in armonia con esso e proteggerlo. E questo, oggi, è un aspetto che mi interessa molto. Voglio fare il possibile per preservare la Terra perché la Terra è in pericolo. Penso che la mia scrittura contribuisca a questo compito, e ne sono orgoglioso e voglio continuare a farlo.”
”C’era un albero a Rainy Mountain. Era l’albero di Dragonfly. Sotto quell’albero mi parlò a Daw-kee, il Grande Mistero. E lì l’uomo santo fu fatto santo. Gli fu detto che doveva pregare ogni giorno non solo per dare testimonianza dell’apparizione del sole, ma proprio per far sorgere il sole, per assicurarsi della nascita del sole in cielo, che ogni giorno originasse dalla grazia delle parole di Dragonfly. Era una grande responsabilità, e Dragonfly la prese tutta su di sé. E sotto quell’albero sacro gli fu detto della terra.
Noi umani dobbiamo venerare la terra, per il nostro benessere. La terra ci garantisce sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Se la trattiamo con gentilezza, ci tratterà gentilmente. Se crediamo nella terra, lei crederà in noi. Non c’è benedizione più grande che essere creduti. Ci son quelli che credono che la terra sia morta. S’ingannano. La terra è viva, è dotata di spirito. Riflettiamo sull’albero sacro. Possiamo fargli conoscere la sete. Possiamo abbatterlo.
Peggio di tutto, possiamo negargli la nostra fede, non credere in lui. Ma se gli parliamo, se preghiamo, crescerà rigoglioso.”
Così declinata, l’etica ambientale è un’assunzione di responsabilità, anche nei confronti delle generazioni future ("Penso che mi abbiano immaginato prima che nascessi, e abbiano preparato la via davanti a me, riposto fede e speranza in me e nelle generazioni che seguirono e seguiranno ancora. Consegnerò ai miei figli un’eredità della terra? O gli consegnerò meno di quanto io abbia avuto?”) e appare in tutta la
sua portata a contatto con quella distruttiva della società e della
cultura dell’uomo bianco.
”Quando le grandi mandrie di bisonti vagavano come una vasta marea di acqua piovana per le verdi pianure, era una cosa magnifica a vedersi. Ma arrivò il giorno in cui il territorio fu disseminato dei resti scuoiati e in putrefazione di quegli innumerevoli animali, massacrati per sport o solo per le loro pelli. I Kiowa ne soffrirono molto e patirono la fame, ma fu lo spirito umano a essere maggiormente colpito. Fu un tempo di profonda vergogna e, cosa ancora peggiore, gli assassini non provarono alcuna vergogna. Incuranti andarono per la loro strada dopo aver inferto una grave ferita alla terra.
Noi provammo vergogna, ma la terra non vuole vergogna. Vuole amore.”
[...]
”C’era una cosa assai peculiare a lato dell’autostrada, un cartellone pubblicitario senza neanche una parola. Era un dipinto, un’ampia e precisa replica del paesaggio dietro di esso. Sulla superficie del dipinto si scorgeva ciò che si sarebbe visto se non ci fosse stato, non la somiglianza, ma la realtà. Iniziai a pensarci. Era un buono spunto di conversazione, una messinscena intelligente, ma comunque una messinscena. Se vogliamo, un segno dei tempi.
Quante cose senza vita vengono poste ogni giorno tra noi e la terra che invece è viva? Un amico di Brooklyn mi ha detto che il figlioletto era uscito a osservare gli operai che facevano a pezzi un marciapiedi. Era affascinato nel vedere la terra sotto il cemento. Non l’aveva mai vista prima.”