“Certamente! Penso che non ho fatto che aprirmi agli altri sempre di più, partendo da un atteggiamento iniziale molto chiuso che, d’altra parte, coincide, credo, in molte donne in tutti i casi, ma può darsi anche in molti uomini - con la necessità di battersi per riuscire intellettualmente, per uscire dalla famiglia, per affermarsi. C’è un momento, a mio parere, in cui è moralmente e praticamente giusto chiudersi; in me, questo bisogno di chiusura era particolarmente forte. Mi ricordo certe discussioni, a vent’anni, con un amico: si deve amare tutti, diceva, e io rispondevo con furore che bisognava amare pochissime persone, odiarne molte, e che questo odio era la condizione di quell’amore. Questo si manifestava in me attraverso una certa ironia, un modo di eludere, di prendere le distanze, di non voler capire, e anche con una sorta di moralismo con il quale tagliavo corro, imponevo le mie scelte. Un po’ dopo la guerra questo atteggiamento inizio a cambiare, e in seguito sempre di più.”