3.5
(Devo fare un "mea culpa", temo: oggettivamente, direi che il libro meriti almeno un 4 stelle; tuttavia qualcosa, forse il periodo, forse il genere, non so bene cosa, ha fatto scendere la valutazione a 3.5).
Kurt Gerron potrebbe essere un personaggio sofocleo, dinanzi al bivio di una (falsa) scelta: girare o meno un film per il Reich?
Un film che narra il paradiso all'inferno, la gioia nel dolore, la giustizia nei soprusi.
Kurt, e ancor di più la sua dolce moglie Olga, sa che un "no" equivale a un biglietto per Auschwitz; ma sa anche che un "sì" equivale a soffocare la sua coscienza.
Ma al Reich non si può dir di no, e Kurt, celebre regista e attore, accetta.
Accetta, nel tentativo di poter essere d'aiuto a più persone possibile, a Theresienstadt.
E un po' ritorna quella sorta di samaritanesimo già visto in "Schindler's list": Kurt tenta di proteggere uomini, donne e bambini nella città-lager, di salvarli dalla deportazione, dalla fame, dalla miseria, affidando loro incarichi spesso superflui, ideando scene inutili per un film ancora più inutile, così falso.
Lewinsky ci fa conoscere un pezzo importante della vita di Gerron, vita ricostruita attraverso numerosissimi flashback; e proprio per questi flashback il romanzo sembra quasi una matrioska, in cui si alternano diversi piani temporali, numerosi, certo, ma non per questo caotici o difficili da distinguere.
Noi lettori, poi, veniamo a conoscenza della "vita" a Theresienstadt, posto orrendo almeno quanto il nome, ma non come Auschwitz, l'inferno in terra.
Lo stesso Gerron, infatti, più volte riconosce la sua fortuna: in confronto a quell'inferno, Theresienstadt è piuttosto un purgatorio, un'anticamera per Auschwitz; un posto dove forse è possibile conservare ancora una scintilla di umanità, che rischia sempre, però, di essere soffocata dalla costante paura di essere il prossimo in lista per la deportazione.