IL LIBRO DI SVEVO, QUELLO CORTO.
Tanti anni fa, a Trieste, c'era un signore che dava lezioni d'inglese al signor Ettore Schmitz; quest'ultimo, che da ora in avanti chiameremo Italo Svevo, all'epoca lavorava per l'azienda di vernici nautiche del suocero - roba non di poco conto, se si pensa che da loro si serviva la flotta navale dell'Impero Britannico.
L'insegnante diventò poi suo amico; cominciarono a parlar fitto di letteratura, di scrittura e tutte quelle cose lì.
Il prof. d'inglese aveva in effetti pubblicato qualche libro; in più, stava lavorando, diceva, a un testo ispirato all'Odissea e ambientato in Irlanda, suo paese natale.
Anche Svevo aveva, per l'appunto, dato alle stampe qualche racconto e due romanzi, "Una vita" e "Senilità", passati, diciamo, inosservati. Infatti, egli era più noto come il signor (o Herr, che dir si voglia) Schmitz che commerciava in vernici che non come Svevo autore di romanzi e prose brevi.
Insomma, il fatto era che il triestino delle velleità letterarie se n'era ormai sbarazzato: ogni tanto gli capitava di scrivere, certo, ma preferiva tener la cosa nascosta. Però non poté celarla più del dovuto al suo dotto maestro anglofono, al quale diede da leggere proprio Senilità.
L'irlandese, tra l'altro fine conoscitore della lingua italiana, andò a casa di Svevo qualche giorno dopo a dargli il responso, dicendogli qualcosa come: Caro mio, questa roba spacca.
Non ci credo, dai, lo dici solo per farmi contento, rispose pronto l'amico.
Vuoi vedere che non scherzo?, lo provocò l'attento lettore, e cominciò di getto a recitare a memoria interi brani tratti dal secondo romanzo sveviano, con sommo sbigottimento dell'autore, che non credeva né ai suoi occhi né alle sue orecchie.
A questo punto, James Joyce, così si chiamava l'insegnante d'inglese, gli disse che un capolavoro del genere non avrebbe dovuto stare in un cassetto, ma sugli scaffali delle librerie e delle biblioteche, sulle pagine delle migliori riviste letterarie e nelle bocche degli accademici. Altro che vernici, signor Schmitz, Lei deve scrivere, si rimetta in gioco o l'inglese vado a insegnarlo a qualcun altro.
E poi, più o meno andò così.
Svevo di fatto si rimise a scrivere sul serio e nacque La coscienza di Zeno, uno dei romanzi più importanti del nostro Novecento; uno di quelli che la prof. ti dava da leggere a scuola sapendo benissimo che tu non l'avresti letto, e che se anche tu l'avessi fatto non avresti potuto apprezzarlo appieno, perché io ancora oggi faccio fatica capire a fondo alcuni concetti esposti lì dentro da Italo, figuriamoci a diciassette anni, quando non capivo un cazzo e preferivo leggere John Fante per i fatti miei, ché quello mi sembrava di capirlo un po' meglio.
Però volli, neanche troppo fortissimamente, far contenta la prof, e decisi di trovare un compromesso chiamato "Senilità"; che era dello stesso Svevo, ma più corto.
Cominciai dunque quello, ma dopo una quindicina di pagine mi stancai e, mi pare, iniziai "Post office", in cui almeno c'erano le parolacce.
Quell'estate fu poi tutto sommato abbastanza prolifica: lessi diversi libri, ma niente Svevo. Della Coscienza me ne innamorai pochi anni dopo, mentre per Senilità ho aspettato i miei attuali (quasi) ventotto anni, che non so se siano l'età giusta ma ormai la frittata è fatta, amen.
In realtà, dopo tanto scrivere, non è che abbia molto da dire su un romanzo così bello e così complesso e, a suo modo, ancora indecifrabile nell'anno del signore 2017.
Si sa che i primi fuochi di Svevo furono Nietzsche e Schopenhauer, il secondo in particolare, che pare si senta parecchio in "Una vita" (che leggerò prestissimo, tra una quindicina d'anni o quindici giorni), mentre il primo per qualcuno pare sia presente più nel testo in questione: pare, nella figura del protagonista Emilio Brentani quale esempio di Superuomo. Non ricordo dove l'ho letta questa cosa, ma non credo di essere d'accordo; al massimo, il superuomo potrebbe essere il Balli, ma neanche lui a mio parere; invece, al Brentani darei al limite del super-bischero.
Sicché, se "Una vita" era naturalismo + Schopenhauer, e "Zeno" modernismo (?) + presa per il culo di Freud, Senilità nessuno ha mai capito bene dove metterlo, ed è probabile che stia proprio lì il suo bello: in questo suo essere indefinibile, nella sua splendida scrittura e nella sua modernissima, contemporaneissima ironia.
Pensare che l'aveva scritto nel 1898.
Qualcuno poi gli aveva detto - c'è chi lo dice ancora oggi, ma va be' - che non era scritto abbastanza bene, in un italiano troppo poco canonico e troppo poco perfetto (sì, Svevo si era formato col tedesco e Trieste all'epoca non faceva parte, ecc ecc, lo sanno anche i sassi), e quindi, se proprio lo voleva rimandare in stampa, avrebbe dovuto riscriverlo un po' meglio.
Così fece, e infatti quella che leggiamo di norma è la versione del 1924, riscritta ovviamente da Dio, così come sarà senz'altro stata scritta anche quella di ventisei anni prima; anzi: fonti più che autorevoli mi comunicano che sia stupenda.
Non ho dubbi in proposito, e prima o poi me la procurerò, senza alcun intento filologico: giusto per il piacere di leggere ancora uno dei più grandi autori italiani di sempre in una delle sue vette espressive.
E pensare che c'è ancora chi ha il coraggio di dire che "scriveva male".
Povera patria.