Nonostante siano passati molti anni dalla pubblicazione del 1978, e anche dal successivo aggiornamento del 1992, il libro di Edward Said rimane un contributo importante per addentrarsi nella questione palestinese al di fuori degli schemi consueti. Said, intellettuale palestinese e docente universitario negli Stati Uniti, scrisse questo saggio destinato al pubblico americano con passione, pacatezza e utilizzando un linguaggio semplice e immediato. L’integrazione della pubblicazione con testi successivi, che datano sino al 2001, rivelano un crescendo di lucidità, fierezza, apertura, che si trasformano nel tempo in smarrimento e delusione, dalla speranza alla caduta, ma non lasciano mai intendere il senso della sconfitta.
La puntuale e approfondita documentazione non viene utilizzata da Said per costruire un mero reportage, ma per far emergere le radici e gli intrecci della questione che continuano ad essere elusi e mascherati, ”grandissima e misconosciuta è la disparità, o asimmetria, tra la condizione dei palestinesi come popolo leso nei suoi diritti, spossessato ed offeso, e quella di Israele come “stato per il popolo ebraico” e diretto responsabile delle loro sofferenze. Ci troviamo qui davanti ad un’altra complessa ironia della storia: in che modo le vittime di secoli di persecuzioni antisemite e dell’Olocausto si siano trasformate nella loro nuova nazione nei persecutori di un altro popolo che è diventato perciò, a sua volta, vittima delle vittime.”
Non viene messo in discussione il sionismo in quanto spinta all’autodeterminazione del popolo ebraico realizzata in uno stato autonomo, ma la sua matrice coloniale e razzista (quest’ultima riconosciuta anche dalla risoluzione 3379 del 1975) che ”considera i palestinesi come esseri non umani ('scarafaggi', 'cavallette', 'parassiti a due gambe', eccetera)“ e che si propone la sostituzione di un popolo con un altro, sia spingendo verso un allontanamento volontario o all’annichilimento ”se fossero stati ignorati, isolati, scavalcati” o ”infliggendo loro colpi sanguinosi e perseguitandoli con il terrorismo […] Nulla è stato risparmiato alla popolazione locale: torture, campi di concentramento, deportazioni, distruzione di villaggi, case fatte saltare in aria per rappresaglia, confiscate “trasferimenti” di migliaia di persone e persino l’uso di sostanze defilanti (come quelle irrorate da una aereo Piper Club, il 28 aprile del 1972, sul villaggio di Akraba nella West Bank, che distrussero numerosi campi di grano; un episodio riportato da Le Nouvel Observateur del 3 luglio 1972)”.
Diventati non ebrei nei territori occupati, dispersi nei campi profughi collocati anche negli stati dell’area mediorientale, costretti a migrare in Occidente, i palestinesi sono diventati, ironia della sorte, un popolo della diaspora, con rapporti difficili di convivenza anche con gli amici-nemici dei paesi arabi. Said ripercorre le varie fasi della evoluzione storica della situazione palestinese definendo gli attori in campo, compresi le potenze regionali e gli USA in primis, gli interessi contrapposti, le censure e i tradimenti dell’ultima fase dell’operato di Yasser Arafat. È sicuramente un testo da considerare per ragionare sulla questione.