Esordio da romanziere del (così ho letto) più grande drammaturgo tedesco contemporaneo, questo libro dal titolo lunghissimo a me ha dato quasi più un'idea di cinema, quello dei film corali di Robert Altman o di Paul Thomas Anderson, con tante storie che si intrecciano, ciascuna portata avanti con scene brevi, quasi dei flash, però estremamente centrate e significative grazie alla resa di un'immagine, di una sensazione, di tre righe di dialogo.
Lo sfondo è la Berlino degli anni '00 o forse '10, non è chiarissimo, ma non importa, perché è comunque una Berlino nettamente trasformata rispetto a quella precedente alla caduta del Muro, ma che quella Berlino divisa non l'ha dimenticata, anzi ne porta i segni nel tessuto urbano e nelle anime di chi la Guerra Fredda l'ha vissuta; e intanto è cresciuta e ha accolto nuove generazioni ma anche nuove etnie, nuove memorie.
In questo scenario «in un chiaro, gelido mattino di gennaio all'inizio del ventunesimo secolo» a est della città, poco dopo il confine con la Polonia, appare un lupo (per la prima volta da secoli a questa parte) che nei giorni successivi si sposta verso ovest, si inoltra nella periferia, aggira il centro sui binari della S-Bahn e poi sparisce così come è apparso. Viene il dubbio che si sia trattato di un'allucinazione ma no, era reale, c'è chi l'ha fotografato, c'è chi se l'è trovato davanti e da allora si è dannato per ritrovarlo, c'è chi doveva farci un articolo di giornale, c'è anche chi se ne fregava ma ci ha dovuto fare i conti perché era l'ossessione del momento e la gente non parlava d'altro.
Sono questi brevi segmenti di esistenze intersecati dalla presenza del lupo a Berlino a costituire il romanzo, e quando l'animale sparisce è come se si spegnesse il proiettore, stop, ogni storia resta in sospeso, chi si cercava e continuava a sfiorarsi e perdersi per un pelo ancora non si è ritrovato, i futuri di diverse coppie sono incerti, le prossime strade non sono ancora state imboccate.