E’ stato molto emozionante, leggere questo libro di ritorno da Israele. Per il fatto di avervi ritrovato descritta con le parole una geografia e una società appena scoperte nella realtà, quella di un Paese che, non certo da oggi, è un vero e proprio monstrum non solo geopolitico, ma anche religioso. E nonostante questo, o forse per questo, profondamente affascinante. Questo è stato il romanzo d’esordio della scrittrice ebrea francese Eliette Abécassis; di suo avevo già letto l’ineffabile “Lieto evento”, dura invettiva contro la maternità, micidiale anche per il fatto di essere scritto benissimo. E in effetti anche qui la qualità scrittoria è ai massimi livelli, quelli che è lecito aspettarsi da chi osa mettere mano ad argomenti di grandissima complessità storica e teologica, ovvero le tradizioni bibliche ebraiche e cristiane declinate in tutte le loro possibili varianti, comprese quelle più eretiche, nonché una conoscenza dei fatti e delle ipotesi praticamente identica a quella che mi è stata proposta da persone di grandissima esperienza e cultura nel corso del mio recente viaggio. Tutta la vicenda ruota attorno ai rotolii di Qumran, come si sa una delle più importanti scoperte archeologiche del secolo scorso. Si tratta di una serie di scritti fortuitamente ritrovati in una grotta dalle parti del Mar Morto, prodotti e nascosti nei primi anni dell’era cristiana dagli Esseni, una setta ebraica di monaci eremiti. In breve, la vicenda, il poco che posso raccontare senza fare rivelazioni traditrici della trama: i servizi segreti israeliani incaricano un celebre archeologo e suo figlio, uno chassidim - ovvero un ebreo ortodosso, uno di quelli che si vestono completamente di nero e passano la vita a pregare e studiare (pagati per questo dallo stato di Israele, che pure non riconoscono in quantro troppo “laico”) di ritrovare uno dei rotoli, misteriosamente scomparso, che, a quanto si suppone, potrebbe contenere rivelazioni alquanto critiche per l’ebraismo ed il cristianesimo. Com’è facile aspettarsi, la faccenda s’ingarbuglia abbastanza in fretta, molti personaggi entrati a contatto col fatidico rotolo vengono misteriosamente uccisi - crocifissi! - , e il tutto va avanti fino alla rivelazione finale… che è proprio una “Rivelazione”. Niente di particolarmente trascendentale per chi sa avvicinarsi alla storia delle vicende sacre con uno spirito aperto di ricerca e non solo fideistico (e infatti nemmeno troppo lontano da varie supposizioni storiche effettivamente tentate), ma un po’ spiazzante per chi, al contrario, pensa alle vicende bibliche come a una verità assoluta e rivelata una volta per tutte. Ripeto, la forza di questo romanzo - a differenza dei vari Codici da Vinci, va detto - sta proprio nella profonda conoscenza degli argomenti, e nella credibilità delle ipotesi sostenute. Peccato per le debolezze, però. Come il fatto che l’unico personaggio che ha reale spessore e profondità è il giovane chassidim - io narrante, gli altri sono tutti appena più che abbozzati. E la vicenda, dal punto di vista dell’intreccio giallistico, presenta evidenti difetti di credibilità: ad esempio, nonostante la sfilza di morti che si lasciano involontariamente dietro, non appare nessun investigatore che ritenga necessario fare qualche domanda ai due cercatori di pergamene, i quali al contrario si muovono tra Israele, Inghilterra, Francia e Stati Uniti nella più totale libertà (va bene che sostanzialmente agiscono per conto del Mossad, ma pure…) oppure vanno ad interrogare in carcere uno degli assassini come se fosse la cosa più naturale del mondo… Sono comunque peccati narrativi veniali, ampiamente compensati dalla qualità della scrittura e dalla profondità e competenza con cui l’argomento, tutt’altro che facile, è stato affrontato.