Ad un anno di distanza dalla lettura di “L’ultima cripta”, mi sono ritrovata ora a leggere il suo seguito: “L’ULTIMA CITTÀ PERDUTA”, secondo libro della trilogia dedicata al sub spagnolo Ulises Vidal
Come nel volume precedente, Fernando Gamboa ha saputo tenermi incollata alle pagine di un romanzo di criptoarcheologia all’interno del quale convergono misteri legati ad antiche città perdute, a piramidi a base pentagonale, al diluvio universale, al mito di Atlantide, insomma, è una storia decisamente esagerata, ma mi ha fatto sorridere il fatto che l’autore stesso se ne rendesse perfettamente conto.
«- Non ti sembra che tutto questo – commentai, quasi parlando tra me -, sia troppo... inverosimile?
Cassandra si voltò verso di me, sollevando un sopracciglio.
- Ulises... – sospirò, indicando attorno a sé. - Ci troviamo insieme a una tribù nella foresta amazzonica, cercando la figlia sconosciuta del professore, che a sua volta è andata a cercare una tribù misteriosa che sembra vivere in una città perduta della quale io, da archeologa, non ho mai sentito parlare. E tutto questo senza contare –aggiunse con un sorriso sbieco-, che poche ore fa ci siamo salvati per il rotto della cuffia da una morte orrenda, divorati da un branco di caimani, poco dopo essere precipitati da una cascata su un idrovolante. Quale parte di questa cazzo di storia – domandò, accigliata - ti sembra inverosimile?».
Allo stesso modo, Gamboa ha saputo “pescare” nella storia di questo genere di avventure e più volte ha omaggiato famosi predecessori di Vidal, tra cui, l’intramontabile Indiana Jones. Ad un certo punto, poi, quando i protagonisti sono stati attaccati dai misteriosi Morcego, mi sono rivista alcuni anni fa mentre giocavo sul cellulare a Temple Run 2, inseguita da un inquietante quanto ansiogeno e gigantesco essere antropomorfo: «Una figura alta, sgraziata, esile, con delle braccia interminabili e nodose che si tendevano minacciosamente verso di me, culminanti nelle stesse lunghe dita dagli artigli affilati come lame che avevo visto strappare di netto la testa di un uomo».
Al di là dell’ironia, comunque, questo romanzo è stato un modo piacevole di trascorrere il mio tempo ma soprattutto è stato interessante (e sorprendente) leggere nella “Nota dell’autore” che non tutto quello di cui parla è poi così campato in aria.