Sgombriamo subito il campo: La regina scalza NON È un romanzo storico. È un romanzo ambientato nel passato, che è cosa ben diversa. Il periodo storico in cui è ambientato (la metà del XVIII secolo in Andalusia) così come il particolare tipo di personaggi che lo popolano (una comunità di gitani e una ex schiava nera) avrebbero potuto rendere questo romanzo formidabile, se solo fossero stati sviscerati e descritti con la dovizia di particolari e di narrazione di eventi che giustifica l'aggettivo "storico" associato al termine "romanzo". Così non è, e a mio avviso questa, da sola, è un'occasione persa.
La trama non convince, e i personaggi neppure. Il romanzo racconta cinque anni della vita di quattro persone: i gitani Melchor, Ana e Milagros (rispettivamente padre, figlia e nipote, della famiglia dei Vega) e Caridad, una schiava nera che si ritrova all'improvviso libera dopo che, durante la traversata da Cuba alla Spagna, il suo padrone muore di peste. La caratterizzazione dei personaggi è davvero banale: Melchor è descritto come il gitano orgoglioso e indomito, che riesce sempre a spuntarla su ogni avversità; Ana è descritta come forte e coraggiosa, una donna di polso; Milagros è una ragazzina con la peculiare caratteristica di portare guai e rovina ovunque posi lo sguardo; e Caridad è quella che per grandissima parte del romanzo continua ad atteggiarsi come una schiava, timorosa di parlare, di guardare in faccia il suo interlocutore, di difendersi.
Per tutto il romanzo questi personaggi si comportano senza mai sorprendere rispetto alla caratterizzazione che ne è stata fatta all’inizio. La scusa è il rispetto della legge gitana, la verità è che mancano tutti di complessità. Sono ben descritti, ma non hanno spessore; o meglio, ne hanno quel tanto che giustifica i loro atteggiamenti, le loro scelte, gli eventi che indirizzano le loro vite. Nelle prime cento pagine si intuisce come si dipanerà il romanzo, che infatti procede per le successive seicento pagine senza una sorpresa, senza deviare da quello che ci si aspetta.
Nelle prime cento pagine, ad esempio, si incontra Pedro García: un giovane gitano, appartenente alla famiglia da sempre rivale alla famiglia Vega, del quale la giovane Milagros è invaghita. Pedro García viene presentato come un ceffo poco raccomandabile, e infatti per tutto il romanzo non farà niente di buono. Costretto dalla famiglia sposerà Milagros, nel frattempo rimasta sola perché tutti i parenti le sono stati portati via nel corso di una retata con cui i re di Spagna avevano imprigionato i gitani del regno, e le rovinerà la vita. Solo a pagina 490, dopo due anni di matrimonio e una sfilza di segnali che avrebbero suggerito anche alla meno sveglia delle fanciulle di scappare a gambe levate da un soggetto così poco raccomandabile, Milagros trascorre “la notte in cui capì che il marito non l’amava”. Complimenti. Questa Milagros, la regina scalza del titolo del romanzo (bisogna arrancare fino a pagina 500 per scoprire che si tratta di lei) non è che sia proprio un falco.
Tutti i protagonisti affrontano, nel corso dei cinque anni narrati dal libro, le peggio avversità: fame, prigione, stupri, malattie, frustate. E si rialzano sempre, più forti ed agguerriti di prima. Non muore nessuno, salvo alcuni personaggi appena tratteggiati (sembra quasi che l’autore non abbia voluto compiere un ulteriore, modesto sforzo di caratterizzazione per personaggi che a un certo punto avrebbe ucciso). La sensazione, a tratti, è quella di star leggendo un lunghissimo Harmony un po’ gigione, in cui le vicende storiche sono appena tratteggiate, sullo sfondo, e i personaggi non fanno che struggersi d’amore, nonostante la fame, i pidocchi e il bando regio. È una sensazione fastidiosa: la sensazione di essere stati truffati. Perché uno legge in giro, curiosa tra le recensioni, si fida della pomposa definizione “romanzo storico”, che qui è quanto mai fuori luogo, e poi si trova senza sapere bene come né perché a leggere spazzatura. E no, il lieto fine (intuibile sin dalle prime pagine) non è una consolazione; anzi, se vogliamo, è solo l’ultima delle delusioni di questo romanzo.