Il mio primo Bennett.
Mi ha divertito e sorpreso.
L'agilità della struttura narrativa - sei monologhi quasi teatrali, conversazioni intime, sapientemente frammentate - si discosta dal solito leggere. Rende la partecipazione attiva; attenta; quasi visiva. A ciò si aggiunge la tensione di ognuna delle sei vicende, che "monta", sempre, in modo impercettibile ma estremamente deciso. E che non arriva mai allo scoppio vero e proprio: lo lascia alla fantasia e all'esperienza del lettore, rinforzando così la drammaticità grottesca.
Sorprendente è stato ritrovare - dopo tanto tempo - l'adorato humor inglese, accennato, sottile, duro, amaro, costantemente in equilibrio di confine, tra sarcasmo e dramma. Tra malinconia e ilarità.
Un vecchio amico.
La traduzione non è male. Dinamica. Attuale. Purtroppo inciampa due o tre volte nell'odiosa sciatteria odierna, quasi imposta dai tempi... (Es. - pag. 130: «È successo stanotte. Credevano che stavo dormendo e allora... »). Un peccato. Che tuttavia non rovina la lettura.
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POST SCRIPTUM (dedicato a... più di un amico).
Ringrazio pubblicamente, una et semper, l'amicizia, la professionalità, la dedizione e l'amore per il lavoro dell'amico libraio Giorgio R., della Libreria Bastogi di Orbetello. Il libraio di fiducia. In un'epoca di grande distribuzione, di titoli imposti da dittature commerciali, clientelismi, osmosi ideologica, premi fasulli, disorientamento superficiale - e colpevole - dei lettori, copertine rutilanti di libri vuoti, 'parvenus' della cultura e crisi strutturale del settore, oltre che di valori, esiste ancora chi lavora con serietà e fatica, con gioia ed entusiasmo, tra mille difficoltà, a difesa dell'artigianato della conoscenza.
Desideravo una lettura di svago intelligente. Mi ha guardato e mi ha detto: «Ti consiglio Alan Bennett, se non lo conosci... ». Era il consiglio perfetto. Dato con l'occhio clinico del sarto-libraio.
Non comprate i libri al supermercato.