Uno straordinario viaggio lungo le fatate contrade della tradizione fiabistica italiana. Calvino non si limita al mero ruolo di filologo,di asettico collezionatore, ma contamina, ibrida, talvolta addirittura inventa: ed accompagna il lettore, senza mai abbandonarlo, nell'incredibile mondo della sua titanica impresa (200 fiabe raccolte da nord a sud, scegliendo le versioni a sua detta migliori e scartando le fiabe troppo ripetitive, traducendo dal dialetto all'italiano e creando una sintetica bibliografia per ogni fiaba: tutto questo in quasi 3 anni di lavoro complessivo).
E straordinaria è l'introduzione di Calvino, che assurge a sintetico compendio di tutto ciò che sulle fiabe si è detto e studiato ai suoi tempi, analizzando ipotetiche origini e citando le più famose scuole di pensiero, gettando le basi per un più congruo studio della fiabistica italiana grazie alla preziosa ricercae sulla conservazione manoscritta delle nostre fiabe: così come straordinaria è l'introduzione all'opera di Lavagetto (curatore della mia edizione), con la sua analitica guida alla lettura e allo studio dell'officina poetica di Calvino.
Quanto alle fiabe, è vero, come ho letto in alcune recensioni, che possono risultare ripetitive (per quanto non condivido in alcun modo il giudizio di assoluta monotonia). La ripetizione risulta soprattutto nella struttura: vanno riconosciuti determinati tipi fiabistici che, o per intento narrativo o per diffusione geografica, tendono a differenziarsi nei dettagli o nell'intreccio. Tuttavia, merito di Calvino sta nell'essere riuscito a non abbondare di ripetitività nel tipo, anche grazie alla disposizione delle fiabe nel corpus. In misura minore, esiste (e sarebbe estremamente interessante leggere studi più adeguati in merito) una certa ripetitività anche in elementi secondari, così come la comparsa ossessiva del numero tre, che mi ha colpito maggiormente (solitamente abbiamo tre figli, tre oggetti magici, tre prove da affrontare), o ad esempio la comparsa di versi per dati personaggi: sono queste convenzioni la cui origine risalirebbe all'inizio dei tempi quasi, considerando la diffusione di temi ed elementi fiabistici nell'intera regione di diffusione culturale ariana, dunque a un'epoca precristiana e profondamente magica. Ciò che mi ha in effetti maggiormente affascinato nella lettura delle fiabe (e qui aiuta moltissimo Calvino nelle note) è stato il costante intersecarsi di elementi culturali fortemente eterogenei, e il loro amalgamarsi nell'unitario corpo della fiaba: da un già citato sostrato precristiano a un profondo sostrato mitologico (ricorre costantemente, ad esempio, seppure travestito il mito di Amore e Psiche), da un sostrato popolare ovviamente preponderante (fatto di saggezza e furbizia, detti e proverbi, e un'ingenua religiosità) ad un sorprendente sostrato letterario (non soltanto facilmente Basile, ma anche addirittura Boccaccio).
Quel che si perde un po' nell'opera di Calvino, come ammetteva lo stesso, è il colore: sia perché le fiabe non sono solo letteratura, ma anche teatro (gesti, cambi di voce, mimica sono fondamentali nel racconto), e soprattutto per la perdita (per quanto necessaria) del dialetto, e l'omologazione ad un tono e una lingua uniche per tutte le fiabe.