Dopo la mega delusione di L’uomo che morì come un salmone, non ero sicura se dare un’altra chance a Mikael Niemi con questo più famoso Musica rock da Vittula.
Meno male che invece l’ho fatto. Questo libro contiene tutto quello che cerco di solito nella lettura: lo humor e la malinconia, la magia e la realtà, cruda prosa e delicata poesia, tutto in un breve romanzo di formazione.
Matti e i suoi tre amici crescono a Pajala nell’estremo nord della Svezia, a due passi dalla Finlandia, oltre il circolo polare artico. Là, durante la loro adolescenza all’inizio degli anni ’70, li unisce la passione per la musica rock, che sarà per loro una chiave per conoscere il mondo, la via per ottenere riscatto dai bulli della scuola e dalla scuola stessa, che li fa sentire dei reietti nella loro terra di confine.
Non c’è una vera e propria trama, più una serie di episodi sparpagliati tra l’infanzia e l’adolescenza. Episodi che si sa come iniziano, ma non si sa dove possano portare. Movimenti religiosi, faide famigliari, fantasmi, padri ubriaconi e violenti, stregoni lapponi, taiga, renne, sauna, topi, risse, l’aurora boreale e ovviamente fiumi di alcool sono elementi ricorrenti che fanno da sfondo alle amicizie, gli scontri e i primi approcci con le ragazze del protagonista.
Questo libro è stato un breve viaggio nella nostalgia dell’autore: a volte struggente, a volte rivoltante, a volte davvero ridicolo, ma sempre profondo, avvincente e incantevole.
Fissava le crepe del soffitto dipinto di bianco, un intrico di sottili linee nere che serpeggiavano, si ramificavano e s’interrompevano. Formavano strade in terre lontane e sconosciute. Strade che si mise a percorrere, in preda ai dolori. [...] Alla fine si scelse un posto dove voleva abitare, si costruì una casa di tronchi grezzi e vi si stabilì a vivere in solitudine. C’era carne e pesce in abbondanza, c’era legna per il fuoco. Gli inverni erano lunghi, ma c’era abituato, e le estati chiare e luminose. Solo due cose erano diverse dal vecchio mondo. Prima di tutto qui non c’erano zanzare. Nemmeno negli immensi acquitrini dove le more artiche pendevano dai cespugli grosse come pugni dorati, né una zanzara, né un moscerino, né un tafano né una mosca cavallina, uno strano mondo di foreste senza punture né morsicature.
E in secondo luogo, non c’era il peccato.
Quando se ne rese conto, Isak fu scosso fin nel profondo dell’anima. Finalmente aveva trovato il paradiso. Per quanto cercasse, non c’era l’ombra del male. La natura nutriva e divorava, mangiava e veniva mangiata in un eterno flusso e riflusso di fame e di morte. Ma era una battaglia innocente, incontaminata. La natura respirava intorno a lui, in lui, attraverso di lui. Poteva smettere di disperarsi. Smettere di lottare freneticamente per raggiungere la superficie dell’acqua. Bastava aprirsi come una cavità e lasciarsi invadere dal soffio di quell’aria buona e verdeggiante.
E in questo modo inaspettato, per la seconda volta nella sua vita, Isak incontrò Dio.