Notebook per
Il divano di Istanbul (Alle 8 della sera Vol. 27)
Barbero, Alessandro
Nota
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Fokstugu in Norvegia,
Capitolo I
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Il governo dell’impero si chiama divan, è presieduto dal gran visir, e si riunisce regolarmente nel palazzo; ma quando c’è da prendere una decisione particolarmente importante il sultano convoca un divan a cavallo. Il cerimoniale prevede che tutti i giannizzeri siano schierati in una grande spianata e che i ministri siano lì, in sella, ad aspettare l’imperatore.
Capitolo II
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In realtà i bizantini erano pur sempre romani, tanto che quando i turchi selgiuchidi si affacciano in Anatolia e chiedono che paese è quello, la gente del posto gli risponde: questa è Roma, e i turchi chiameranno sempre Rum l’Anatolia.
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L’impero ottomano comincia allora ad assumere quella che sarà poi la sua caratteristica più vistosa, cioè il fatto di essere un impero che mette insieme turchi e slavi, albanesi e greci, musulmani e cristiani.
Capitolo III
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L’assedio turco di Costantinopoli nel 1453– una data che in qualche manuale viene ancora presentata come la fine del Medioevo, talmente grande è stato l’impatto di questa conquista– è uno degli assedi leggendari della storia.
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Nella metropoli sul Bosforo Maometto organizza una straordinaria struttura multinazionale di governo. Per i suoi sudditi greci nomina un patriarca greco- ortodosso a cui affida non soltanto la cura delle anime, ma anche l’incarico di governare tutti i greci che stanno tornando ad affluire nella città, adesso che è tornata la pace. E non fa fatica a garantirsi la loro obbedienza, perché gli ortodossi non amano i musulmani ma amano ancora meno il clero latino, amano ancora meno Roma. L’ultimo imperatore Costantino, nei mesi dell’assedio, quando disperatamente aspettava aiuto dall’Occidente ed era disposto a tutto, aveva messo Santa Sofia a disposizione del clero latino, tanto che durante l’assedio erano i cattolici latini che vi celebravano messa e i bravi greci ortodossi non vi mettevano piede per paura di contaminarsi. Dunque il sultano non fa fatica a trovare un erudito uomo di chiesa greco nemico dei latini, Gennadios, e lo nomina patriarca di Costantinopoli; rimette in uso ventisei chiese della capitale al servizio del clero ortodosso, dà a Gennadios un grado nello stato, parificandolo a un pascià a tre code, e a partire da quel momento il patriarca cristiano di Costantinopoli è un altissimo funzionario dell’impero ottomano, con l’incarico di governare i greci. Poi la città è piena di ebrei: ce n’erano già tanti e altri arrivano adesso che l’imperatore vuole favorire i commerci e lo sviluppo della metropoli. Arrivano ebrei, commercianti e uomini d’affari, e anche per la loro comunità ci vuole un responsabile: Maometto II fa venire un rabbino da Gerusalemme e lo nomina rabbino capo, non soltanto guida spirituale ma giudice e governatore di tutti gli ebrei dell’impero. Fa venire il patriarca armeno dalla vecchia capitale ottomana di Bursa perché governi tutti i cristiani di rito armeno. E dunque la città rivive, nasce una nuova incarnazione dell’antica Costantinopoli, che continua a chiamarsi così, perché i turchi a quell’epoca non la chiamano ancora Istanbul come oggi.
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Durante la vita di Maometto II, che vivrà fino al 1481, gli eserciti ottomani arrivano fin quasi al Danubio.
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Skanderbeg,
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principe Vlad Ţepeş,
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presa di Otranto rappresenta uno shock enorme per la cristianità, perché ci si rende conto che una volta crollato l’impero bizantino i turchi sono alle porte di casa;
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I turchi stessi si stanno convincendo di essere un popolo predestinato al dominio del mondo, e cominciano a correre fra loro leggende a questo proposito: in particolare ce n’è una radicatissima, quella della Mela Rossa, che in realtà potrebbe anche tradursi come Mela d’Oro. Secondo la leggenda, una notte il profeta Maometto è apparso in sogno al sultano e gli ha detto questa frase misteriosa: «La vostra generazione conquisterà la Mela Rossa e il mondo intero vi sarà sottomesso». A partire da quel momento tutti si chiedono cos’è la Mela Rossa; c’è accordo sul fatto che con questo termine nella visione si voleva indicare una grande città nel paese dei franchi, cioè in Occidente, come diremmo noi. Questa grande città forse era Costantinopoli? No, perché adesso Costantinopoli è presa, eppure c’è ancora altro da conquistare; secondo l’interpretazione più corrente la Mela Rossa è Roma, e qualche studioso ritiene che in epoca più tarda l’immagine della cupola di San Pietro si sia identificata con quella della Mela d’oro come obiettivo finale della conquista. In Occidente circola anche una versione più rassicurante di questa leggenda, secondo la quale quando i turchi prenderanno la Mela Rossa il loro impero giungerà alla fine, forse perché saranno sconfitti, forse perché si convertiranno al cristianesimo. E in Ungheria corre un proverbio che continua a evocare quest’immagine, come una specie di indovinello: «Che cos’è la Mela Rossa? Nessuno lo sa, se sia Vienna, Györ, Roma o Colonia». In ogni caso, la Mela Rossa è un poderoso simbolo dell’espansione musulmana sotto la guida degli ottomani, e la leggenda per i turchi non ha nessun aspetto limitativo o negativo: la Mela Rossa vuol dire la promessa della conquista del mondo. A partire dalla fine del Cinquecento ogni nuovo sultano dopo
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essere stato incoronato passa davanti alla caserma dei giannizzeri a Eyüp e li saluta con le parole: «Ci rivedremo alla Mela Rossa».
Capitolo IV
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Ma prima di arrivare a quel punto, quando viene a sapere che Maometto II ha conquistato Costantinopoli, papa Pio II gli scrive una straordinaria lettera in latino in cui lo esorta a convertirsi al cristianesimo e per convincerlo gli dice: non c’è niente di più naturale, in fondo tu ormai sei il padrone di Costantinopoli, sei il nuovo imperatore di Roma, perché Costantinopoli è la nuova Roma e se tu accetti di convertirti, io, il papa, ti proclamerò imperatore dei cristiani. Questa offerta di Pio II è accompagnata da tutto un ragionamento su come in realtà Islam e cristianesimo siano due religioni gemelle: gli ecclesiastici del Medioevo e del Rinascimento sapevano, molto meglio di come non sappiamo noi oggi, che l’Islam e il cristianesimo nascono dalla stessa matrice ebraica. Pio II scrive al sultano dicendogli: tutti conoscono la tua devozione religiosa, la tua pietà, la tua giustizia, il tuo amore della penitenza, insomma per essere cristiano cosa ti manca? Giusto un po’ d’acqua– che sarebbe quella del battesimo, naturalmente.
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Mamma li turchi!»).
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Il «turco che debbe passare»:
Capitolo V
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dall’Occidente: per esempio a Costantinopoli è di gran moda il formaggio parmigiano, che allora, peraltro, da noi si chiamava piacentino, dunque non parmigiano e neppure reggiano.
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Gentile Bellini e si vede benissimo rappresentata la fisionomia orientale di Maometto
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Nobel Orhan Pamuk, si intitola Il mio nome è rosso,
Capitolo VI
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Solimano il Magnifico è un contemporaneo di Martin Lutero, di Calvino, del Concilio di Trento.
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turchi sunniti e i persiani sciiti si odiavano, i
Capitolo VII
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Al tempo di Solimano il Magnifico, dunque, lo Sheikh ul- Islam Ebussuud, che terrà la sua carica fino a più di ottanta anni d’età, è l’uomo che risolve qualunque dubbio che i sudditi dell’impero possano avere su come devono comportarsi. Ci sono descrizioni straordinarie del suo modo di lavorare: Ebussuud se ne sta nella sua casa a Costantinopoli al primo piano, e lavora; fuori c’è la folla della gente che ha dei quesiti da porre. Chiunque abbia un dubbio su cosa impone la legge islamica in una qualunque situazione pratica scrive il suo quesito su un bigliettino; dalle finestre i dipendenti del muftì calano dei cesti in cui la gente mette questi bigliettini. Gli impiegati di Ebussuud tirano su questi cesti, esaminano tutte le richieste, le classificano: devono essere tutte formulate in modo che il muftì possa rispondere sì o no. Ebussuud sul suo tavolo riceve continuamente queste richieste di parere. Nei casi più semplici, in pochi secondi decide: sì o no? È lecito fare questa cosa? Sì, no, non è lecito. In questo modo si dice che Ebussuud fosse in grado di produrre migliaia di responsi ogni giorno,
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Quella è l’epoca in cui nell’impero si diffonde la moda del caffè, e qualche buon credente si chiede: ma sarà lecito bere il caffè per i musulmani? Si fa la domanda a Ebussuud e lui in pochi secondi risponde: sì, è lecito bere il caffè. E da quel momento il caffè diventa un fondamento della vita collettiva del mondo ottomano.
Capitolo IX
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A partire da questo momento i ragazzini reclutati nei villaggi cristiani diventavano tecnicamente schiavi del sultano, che aveva diritto di vita e di morte su di loro; e questo spiega come mai fossero reclutati soltanto fra i sudditi cristiani, perché la legge islamica vietava di ridurre in schiavitù i musulmani.
Capitolo X
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«Serenissimo, cristianissimo, potentissimo e antichissimo per successione, più onorevole fra molti altri principi e signori, più grande e valoroso e scelto principe, colmo d’ogni virtù e rinomanza, tu che sei sempre stato e sempre sei più che approvato e conosciuto amicissimo della Sublime Porta e del nostro potentissimo imperatore, alla serenissima e cristianissima maestà del re di Francia, con gli odorosissimi fiori, la felicissima e freschissima aria del mattino inviamo innumerevoli migliaia di saluti da parte della nostra affezionatissima e cordialissima amicizia».
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Tutti sapevano che i sontuosi palazzi, la quantità di schiavi e di schiave, gli harem, le ville sul Bosforo, le barche, le navi, tutto ciò che formava il lusso della vita dei pascià derivava in gran parte da ricchezze acquistate male. Gli occidentali a volte si stupivano che i sultani tollerassero questo sistema, per cui tutto nell’impero si doveva pagare e in ogni circostanza bisognava tirar fuori dei soldi che si distribuivano a tutti i livelli della gerarchia, ma soprattutto al vertice, dove si accumulavano ricchezze colossali.
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Nei regni cristiani un ministro importante era quasi sempre un uomo che aveva alle spalle una famiglia, una dinastia, degli antenati; nell’impero ottomano un ministro importante era figlio di povera gente, di pastori dei Balcani. In Occidente un ministro era un grand’uomo già per il nome che portava, a casa sua aveva possedimenti enormi, latifondi e palazzi, che aveva ereditato dagli antenati e che avrebbe trasmesso ai suoi figli, perché era e si sentiva parte di un lignaggio antico e destinato a durare; nell’impero ottomano niente del genere, ogni politico era solo di fronte al suo sultano che poteva fare di lui un uomo ricchissimo e strapotente o poteva farlo uccidere schioccando le dita.
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Nell’impero ottomano, insomma, non esiste la nobiltà, non esiste un ceto che sia privilegiato per nascita e che abbia diritto di perpetuare i propri privilegi: i potenti sono tali in quanto singoli individui.
Capitolo XI
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Capitolo XII
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Capitolo XIII
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«Noi siamo i credenti fin dall’antichità. Noi riconosciamo l’unità del Tutto. Noi siamo gli ubriachi. Noi siamo le falene della fiamma divina»
Capitolo XIV
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La differenza è netta: pirata è un delinquente che fa quello che vuole e attacca chiunque; il corsaro ha un’autorizzazione del suo governo e attacca, in teoria, soltanto le navi nemiche
Capitolo XVII
Segnalibro - Pagina 95
Capitolo XVIII
Evidenzia (blu) - Pagina 97
stampa è proibita. Nel 1515 il sultano Selim il Terribile emana un decreto
Evidenzia (blu) - Pagina 97
libri rimangono scarsi come erano scarsi da noi nel Medioevo, anziché moltiplicarsi centinaia di volte come succede in Occidente
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E dunque Ibrahim si rivolge al muftì di Costantinopoli chiedendogli di emanare una fatwa in cui dichiara che la stampa è conforme alla legge islamica. Si apre un conflitto molto duro, perché alcuni religiosi si oppongono sostenendo che la stampa è un’invenzione pericolosa per l’ordine pubblico, e poi non è affatto un bene che circolino troppi libri; e naturalmente c’è la corporazione dei calligrafi, che fino a quel momento aveva l’esclusiva sulla produzione dei libri a mano, e che inscena una protesta davanti al palazzo. Ma il muftì emana un parere favorevole: la stampa è permessa
Capitolo XIX
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Anche nell’élite turca si rinuncia al sogno ottomano, al sogno di un impero multietnico capace di tenere insieme tutti. I politici turchi più influenti a inizio Novecento hanno ormai altre idee, ancora una volta vogliono fare come fanno gli occidentali: in Europa e nel mondo non si parla d’altro che di nazione, di stato nazionale; e anche nella politica turca nasce per la prima volta l’idea di creare uno stato non più ottomano, ma turco.
Capitolo XX
Segnalibro - Pagina 107