Sarò strana, ma il libro non mi è piaciuto, nonostante abbia letto e amato "La verità sul caso Harry Quebert". A differenza di quest'ultimo, infatti, "Il libro dei Baltimore" ha diversi punti deboli.
Per chi non l'avesse letto, il romanzo racconta la storia dei due cugini dello scrittore Marcus Goldman, ripercorrendo una per una tutte le estati che i tre hanno trascorso insieme, a partire dalla loro prima infanzia.
Ma passiamo ai difetti. In primo luogo, i personaggi sono tutti fastidiosi, vagamente stereotipati e poco credibili. Anche Marcus Goldman, che rispetto al primo libro dovrebbe essere maturato, in quanto è ambientato qualche anno dopo al Caso, risulta a tratti insopportabile, per non parlare del fatto che non ha nulla in comune con il personaggio che conoscevamo, tanto il suo cambiamento è stato radicale. Il ragazzo spiritoso e simpatico che mi aveva affascinata ne "La verità sul caso Harry Quebert" si è trasformato in un uomo lamentoso che passa il tempo ad autocommiserarsi e ad esaltare le obbiettivamente inesistenti doti dei suoi cugini, gli altri protagonisti del romanzo. Il vero problema sono proprio quest'ultimi, due bulletti descritti da Goldman come vittime della società, individui per lui irraggiungibili che lottano contro la mediocrità del mondo. Non intendo, invece, soffermarmi più di tanto su Alexandra, interesse amoroso del nostro protagonista, perché non c'è granché da dire, se non che l'ho odiata dalla prima all'ultima pagina.
Passiamo allo stile. Mentre "La verità sul caso Harry Quebert" mi aveva coinvolta con la sua frizzantezza e la sua scorrevolezza, questa volta ho faticato a terminare il romanzo. La scrittura è forzatamente poetica, e si sente. Ogni tanto l'autore prova a destreggiarsi in uno slancio di ironia, che, però, risulta penoso, se confrontato con quelli del libro precedente. Immaginate di leggere un racconto che parla di verdure che ballano scritto con lo stile pomposo dell'Introduzione dei Promessi Sposi di Manzoni. Ridicolo, no?
Terzo punto: il messaggio. "Il libro dei Baltimore" è l'apoteosi di due individui moralmente discutibili, i cugini di Marcus, che vengono lodati e osannati incondizionatamente, anche quando le loro azioni sono indifendibili. Durante la lettura mi ritrovavo spesso a guardare il libro con aria schifata, chiedendomi come quei due potessero suscitare tanta ammirazione nel protagonista. Alcune volte il livello di pochezza raggiunto è stato tale da indurmi a credere di aver frainteso l'opera, di non aver colto la critica sociale che celava. Era possibile che Marcus fosse affascinato dai suoi invincibili cugini solo a causa delle sue insicurezze, dovute alla giovane età, e che, crescendo, si sarebbe reso conto di quanto la sua invidia nei loro confronti fosse immotivata. Avrei apprezzato questo sviluppo psicologico del personaggio di Marcus, ci ho sperato, ma solo perché non sapevo più in cosa sperare. Purtroppo non succede niente del genere, o, almeno, io non ho colto tale sfumatura. Ciò che rimane è una giustificazione del bullismo, che non viene percepito come tale, ma come un atto nobile e giusto, e una profonda convinzione che i siano i soldi a determinare il valore di una persona.
In conclusione, questo libro ha dei personaggi insopportabili, un messaggio aberrante (a meno che, come ho già detto, non sia stata io a fraintenderlo) e uno stile inadeguato ai contenuti. L'unico motivo per cui mi sono sforzata di finirlo è che ero già affezionata al protagonista (ripeto, l'unica somiglianza con il vecchio Marcus Goldman è costituita dal nome) e perché la trama effettivamente funziona, nonostante ci siano dei momenti morti.