Le prime tre righe dicono che il protagonista si toglierà la vita alla fine del libro.
Ma non è solo quello. È tutto un racconto visto dall'alto trono dal narratore onniscente, che continua a ripeterti questo e quello. Tu ti immagini l'autore lì, davanti a te, intento a raccontarti la storia. Ma i personaggi sono evanescenti, deboli come fantasmi. Non li vedi, non li senti, non ti suggeriscono emozione. O forse sono solo io che odio questo tipo di narrazione.
Per fortuna, però, Schneider sa il fatto suo e la prosa è ricca ed efficace. Ben curato il piccolo retroscena sociale.
Questa storia mi ha anche suggerito l'idea che dopotutto non era niente di che per essere raccontata. Niente di troppo emozionante, di troppo profondo o sconvolgente. Ho letto le 173 pagine in una sola giornata per tornare indietro dal mio amato McCarthy. Però tutto sommato la lettura è stata godibile, qualche frase significativa qua e là me la sono appuntata, e certe pagine, soprattutto quelle dove, verso la fine, Elias suona l'organo nel Duomo, sono di una bellezza leggera, dolce, spontanea. Pagine che a modo loro rimangono impresse.
Fino al giorno della sua morte atroce mantenne ferma la convinzione che il tempo dedicato al sonno era sprecato e perciò colpevole, e che avrebbe dovuto scontarlo in Purgatorio, perché il sonno è come la morte e comunque non è vera vita. Non a caso il vecchio proverbio paragonava il sonno e la morte a due fratelli. Come potrebbe un uomo affermare onestamente di amare la propria donna per la vita intera, se si limita ad amarla di giorno, e forse anche allora per la breve durata di un pensiero? Era falso, perché chi dorme non ama.
Da questo presupposto - estrapolato dalla prima pagina - si sarebbe potuta sviluppare una storia molto migliore di quella che è stata scritta. Non una storia diversa, ma una storia con punti cardine diversi. Ed è qui che Schneider sbaglia: ci racconta un sacco di cose dei personaggi secondari, salta da un tizio all'altro col punto di vista, fa proprio il narratore onniscente portato all'estremo. È quasi irritante avere davanti uno che sa tutto e ogni tanto te lo spiattella tranquillamente, anche quando non ce n'è bisogno. Ma quando rimane fermo e concetrato su quello che deve raccontare, Schneider se la cava egregiamente, e, volendo, avrebbe potuto scrivere tutto il libro così.
In questo modo:
Gli sembrava che tutto intorno a lui dovesse crescere e fondersi in un unico suono grandioso.
Con quest'accostamento di termini semplice e sublime allo stesso tempo, chiaro, incisivo, breve. In conclusione, è un libro che consiglio, a molti potrebbe piacere più che a me (anzi, probabilmente andrà così), ma non lo trovo neanche lontanamente un capolavoro, né un libro struggente.
Per ultimo aggiungo che ogni tanto mi piacerebbe leggere di personaggi che non sono convinti di ricevere il loro talento direttamente da Dio. Capisco che a inizio '800 era più che normale, ma qualcuno che si ribella alle regole ci sta. E invece no. Sempre, sempre la religione.