RECENSIONE DI “MORBIDE GUANCE” DI NATSUO KIRINO
Kasumi è una giovane donna dell’Hokkaido che, al compimento dl diciottesimo anno di età, decide di fuggire, abbandonando quelle terre fredde e desolate circondate dal freddo mare dell’arcipelago giapponese, lasciare la vita dura e faticosa dei suoi genitori, proprietari di una tavola calda; troppo occupati a lavorare da non avere il tempo di dedicarsi con affetto alla loro unica figlia. Fuggita a Tokyo, Kasumi sogna una vita ricca e movimentata. Ma la realtà si rivelerà ben diversa dai suoi sogni. Trovato lavoro nella tipografia di Michihiro, lei che sognava di diventare una grafica, finisce per sposarlo. Diventa poi madre di due figlie, Risa e Yuka, la primogenita, che le assomiglia come una goccia d’acqua. Ma Kasumi è un’anima in pena: insoddisfatta della sua vita matrimoniale, oberata di lavoro ma sempre senza molti soldi da spendere, Kasumi finisce per intrecciare una relazione extraconiugale con Ishiyama, il miglior cliente della tipografia di suo marito. Ai suoi occhi, il suo amante le appare come un uomo brillante, alla moda, ricco e realizzato nel lavoro e poco importa che entrambi abbiano una famiglia. Entrambi sarebbero pronti a mollare tutto e tutto pur di vivere liberamente la loro passione. Quando Ishiyama, con la scusa di poter soddisfare la sua passione per la pesca, acquista uno chalet nell’Hokkaido, proprio in quella regione dalla quale Kasumi era fuggita vent’anni prima senza mai più farvi ritorno e senza mai più rivedere i suoi genitori, i due amanti concepiscono l’idea di una vacanza con le loro famiglie. In realtà, questo è solo un pretesto per poter vivere la loro passione quanto più liberamente possibile. Durante questo soggiorno, però, la figlia maggiore di Kasumi, Yuka, di soli cinque anni, scompare misteriosamente. La bambina non verrà mai più ritrovata ma Kasumi non si rassegnerà alla sua perdita e inizierà un lungo viaggio alla sua ricerca che la porterà a ripercorrere a ritroso il suo passato, nella speranza o forse sarebbe meglio dire nell’illusione di scoprire cosa sia davvero accaduto alla sua bambina.
La scomparsa di Yuka verrà da lei vissuta come una punizione: per aver abbandonata senza se e senza ma i suoi poveri genitori, per aver tradito senza rimpianti le sue modeste origini, per aver tradito il marito. E il racconto della sua ricerca diventerà il racconto introspettivo delle emozioni e dei pensieri di Kasumi.
“Morbide guance” di Natsuo Kirino nell’edizione Beat, è stata una lettura impegnativa. Amo molto questa autrice e la letteratura giapponese in generale. Ne riconosco le peculiarità che sono ben lontane dalla nostra cultura e dalla nostra visione del mondo e delle cose ma questa volta, devo dire, sono rimasta un po’ delusa. Innanzitutto, il romanzo viene presentato come un thriller ma di giallo ha ben poco se non niente. È vero che spunto della vicenda è la scomparsa misteriosa e mai risolta di una bambina di cinque anni ma in realtà questa scomparsa è solo un pretesto per analizzare le vite dei protagonisti che ruotano intorno alla bambina. Della madre, soprattutto, Kasumi, una donna insoddisfatta, sempre alla ricerca di qualcosa, egoista e presa solo da se stessa, pronta anche ad abbandonare le sue stesse figlie pur di vivere con il suo amante. La scomparsa della figlia viene vissuta allora una sorta di punizione, un contrappasso: che Kasumi viva la stessa pena e lo stesso dolore che vent’anni prima lei stessa ha causato ai suoi genitori.
È forse l’incomunicabilità il leitmotiv di questo romanzo: quella tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra amanti. “Non poteva confidarsi con nessuno e, anche se lo avesse fatto, nessuno l’avrebbe capita; questa incomunicabilità se la portava dentro come una bruciatura indelebile”.
Solo in Utsumi, un ex poliziotto malato terminale che decide di aiutarla a trovare la figlia, Kasumi sembra trovare un amico sincero, pronto ad ascoltarla e con il quale confidarsi come non aveva mai fatto prima di allora forse consapevole che lui non potrà o vorrà giudicarla essendo ormai terminale e quindi distaccato dalla vita terrena.
Una lettura molto particolare, difficile e forse un po’ lenta. Secondo me non tra le migliori della Kirino. Anche il finale, aperto ad ogni possibile interpretazione ma in fondo con una sola, possibile soluzione è stata, almeno per me, una piccola delusione.