La portalettere - F. Giannone
Ho letto questo libro perché mi è stato consigliato e prestato, ed ero molto curiosa di leggerlo: ne ho sentito parlare parecchio, ha vinto dei premi importanti, la sinossi sembrava intrigante.
Ok, avevo aspettative troppo alte; gli riconosco come unico merito la scorrevolezza: si fa leggere velocemente.
Per il resto, l'ho trovato inconsistente, poco approfondito, con troppi argomenti ben spendibili ma rimasti solo accennati e che strizza l'occhio all'attuale ondata di femminismo, ma non ha assolutamente nulla di femminista.
Andiamo con ordine.
L'incipit è buono, ma perderà consistenza anch'esso con la fine del romanzo (provate a rileggerlo dopo aver finito il romanzo, se non ve lo ricordate, e trovate un senso alla scena tra Giovanna e Roberto, ad esempio).
Manca totalmente l'ambientazione: non ci sono vere descrizioni dei luoghi, è ambientato in Salento, ma potrebbe essere in qualsiasi altro luogo, non c'è legame tra i personaggi e la loro terra d'origine a parte l'accenno al Grande Leccio, ai muretti e pochissimo altro.
Quando parla di cibo, capisci che questi poveri protagonisti vivono di pasticcio di carne (per la parte meridionale) e di trofie al pesto (ok, la protagonista è ligure, ma non è che passa la vita a fare il pesto...).
L'ambientazione storica è inesistente, qualche accenno buttato qua e là, senza approfondimento, e poi non posso perdonare di aver completamente saltato gli anni della seconda guerra mondiale. Ho provato imbarazzo e controllato che non mancassero pagine al libro. È molto furbo, se non c'è vera ambientazione storica: ti metti al riparo da possibili strafalcioni se non hai voglia di fare ricerca, però quello era il giro di boa del romanzo. Doveva essere il momento in cui le persone mostrano la loro vera faccia.
Poteva essere il momento in cui la protagonista, diventata portalettere un po' per caso, un po' per sfida, capiva l'importanza del suo lavoro, nel portare lettere dal fronte alle famiglie o cose simili, ad esempio, e invece nulla.
La famiglia Greco attraversa la guerra senza intoppi, senza problemi, restando a casa e avendo sempre a disposizione cibo e dentifricio (!).
Non si capisce neanche bene perché gli uomini della famiglia Greco siano gli UNICI a non essere partiti per la guerra. Resterà un mistero.
La situazione economica della famiglia non è ben precisata, si accenna di una eredità, la cui consistenza non è chiara, ma vagamente descritta come "sufficiente a stare tranquilli per un po' ".
Considerato che ci vorranno quattro anni per riuscire a imbottigliare il primo vino della neonata cantina e che non è che diventi ricco con la prima bottiglia, l'eredità doveva essere decisamente consistente.
Piove tutto dal cielo, per questa famiglia: questo zio ha lasciato ai nipoti soldi, terre... l'oleificio di Antonio parrebbe essere ben avviato da tempo. Chissà...
I protagonisti restano fondamentalmente statici, non hanno nessun percorso di crescita, maturazione, cambiamento: sono fatti con lo stampino, qualsiasi cosa succeda non si evolvono mai.
Possiamo dire che Anna, la protagonista, è antipatica? È praticamente perfetta, quello che fa lei è sempre giusto, non si "mischia" mai ai locali, si trasferisce al sud per seguire il marito ma non fa nulla per ambientarsi. Guarda tutti con aria di superiorità. Non c'è profondità in questo personaggio, quando si arrabbia "alza il sopracciglio", guarda gli altri come fossero tutti zotici ignoranti. Sappiamo che in Liguria faceva la maestra, ma perché poi è rimasta portalettere, abbandonando il sogno di tornare a insegnare? Perché lei è così "moderna"? Che trascorsi ha? Che percorso ha fatto per capire le cose che cerca di far capire alle altre donne? È nata sapiente? Sarebbero bastate anche poche righe a riguardo.
L'amore con Carlo è inconsistente, si sfidano per tutto il romanzo, ogni tanto fanno la "famiglia cuore", però quando lui muore lei non supererà mai il lutto per "l'amore della sua vita" e non vedrà più Antonio per "non correre il rischio di amarlo più di Carlo. Carlo non lo merita". Sei sicura?
Il finale l'ho trovato pessimo, infatti, buttato lì in poche righe, sbrigativo e deludente.
A proposito di femminismo: l'unità di misura delle donne di questo romanzo è l'aspetto fisico. Sono belle, o brutte.
Anna è bellissima, sempre, comunque, in qualsiasi situazione e non invecchia mai.
Carmela è bella e curata, ma cattiva.
Agata è sfiorita, volgare, trasandata.
Lorenza era una bella bambina, poi un'adolescente BRUTTA, successivamente una donna affascinante.
Non continuo, per il bene del mio fegato.
L'aborto spontaneo di Agata: perché questo avvenimento? Non ha conseguenze sulla trama. Tra l'altro, in queste pagine si dirà che Agata - circa 35 anni - è ormai troppo VECCHIA per sperare in un'altra gravidanza. Stendiamo un velo pietoso sulla scena del concepimento (vogliamo davvero leggere il resto del romanzo pensando che Antonio sia una persona meravigliosa?), e diciamoci che Agata non rimarrà più incinta non per l'età, ma perché non condividerà più il letto con il marito (la cosa più femminista di tutto il romanzo) e non vorrà più avere a che fare con il sesso.
In quel frangente, però, Anna si avvicina ad Agata, la aiuta, le sta vicino. Perché non hanno poi legato davvero? Perché Agata non ha avuto un'evoluzione emotiva? Mi aspettavo anche che chiedesse alla cognata di insegnarle a leggere. Perché Anna ha ripreso ad ignorarla, una volta ripresasi fisicamente e moralmente?
Il viaggio di Antonio: anche questo è un episodio senza conseguenze sulla trama. L'autrice avrebbe potuto parlare del madamato, ad esempio, e invece no. La donna "locale" che troverà l'italico maschio è italiana, giovane, innamorata e sì: sicuramente era vergine. Ma si merita solo poche righe.
Mi aspettavo l'arrivo di un figlio illegittimo nel bel paese (se la donna fosse stata Eritrea, sarebbe stato illegittimo e meticcio, pensa che sviluppo nella trama!), un qualche cambiamento in Antonio... E invece no.
Il lavoro di portalettere: mi aspettavo che servisse come espediente narrativo per entrare nelle vite della gente che riceve la corrispondenza. No, è il gancio per inserire i personaggi di Giovanna e Tommaso e per sciorinare l'indipendenza di Anna (di fatto, non è vero).
Mi aspettavo anche che, in qualche modo, la combattiva Anna facesse qualcosa per contrastare o sputtanare Don Giulio che, dopo il salvataggio di Giovanna e la cacciata da casa di Anna e Carlo, sparisce. Salvo poi ricomparire in poche righe, in cui si dice che sta "aiutando" un'altra donna sola. Stronza chi resta, insomma.
Però, la combattiva Anna farà la fiera con quel don Luciano, il bigotto. Don Giulio, lo stupratore, lo lasciamo lì.
Lorenza: non ho capito se questo personaggio sia stato un maldestro tentativo (assolutamente mal riuscito) di omaggiare Sibilla Aleramo in "una donna". Lorenza, per tutto il romanzo, è presentata come una ragazzina capricciosa e viziata. Non c'è un percorso di crescita, di introspezione, di scelta, come nel libro di Aleramo (sulle cui pagine ho versato lacrime vere). Non commento.
Anche gli episodi di autolesionismo li ho trovati poco credibili e solo accennati.
Carlo: questo personaggio è il prototipo dello stronzo maschilista, manipolatore, finto progressista. Un uomo cui andrà sempre tutto bene, che "punisce" la mancata obbedienza della moglie con un tradimento prima e un temporaneo allontanamento dal letto coniugale poi.
Eppure viene presentato come il grande amore. Mi aspettavo anche che Anna scoprisse sia la verità su Daniele che sul tradimento. Insomma, la vera faccia del marito, non la vedrà mai.
Antonio: secondo me è persino peggio del fratello, con quel suo darsi un tono da intellettuale per poi prendere a schiaffi colei che per vent'anni ha ritenuto l'amore della sua vita, perché colpevole di ingerenza nella vita di sua figlia (un'adulta che ha fatto la sua libera scelta di vita); insomma, ok l'amore ma guai a toccare il sangue del sangue del maschio!
Non voglio dilungarmi oltre sugli altri personaggi e sulle altre considerazioni che continuano a venirmi in mente, ho già detto abbastanza. Che il libro non mi sia piaciuto mi sembra chiaro e, tanto per tirare le somme, direi che - per me - questo libro è una telenovela che si finge altro, e va preso per quello che è.
Ma non lasciatevi ingannare, se ve lo propongono come romanzo storico, o ad argomento femminista, non credeteci.