Immagino, poiché non ci sono mai stata, che esistano tante Afriche quante le varietà di paesaggi, usi, uomini, culture; credo non si possa raccontare l’Africa, si può solo raccontare una precisa porzione del grande Continente nero.
L’Africa di Doris Lessing è lo Zimbawe, ex Rhodesia colonia britannica, dove bambina passa la sua giovinezza con genitori inglesi, coltivatori di mais.
Sono racconti sicuramente autobiografici, è innegabile perchè sono piuttosto realistici.
Descrivono un mondo che sta per oltrepassare se stesso, dove l’accettazione del rapporto impari tra bianchi e neri si sta per incrinare, come nel bellissimo racconto Il vecchio capo Mshlanga dove è proprio una bambina, abituata da sempre a ritenere una impudenza il non farsi da parte di un indigeno al suo passaggio, che comincia a capire che la terra non è solo sua, e nemmeno solo loro, ma c’è un comune retaggio per nascita o per crescita e c’è abbondantemente posto per tutti e così non c’è alcun bisogno di contendersi il passo sulle strade o sui marciapiede.
Ma non sono tutti racconti strettamente politici, nel senso di emancipazione o di denuncia di soprusi razziali, così fosse stato sarebbero racconti meno belli; Doris Lessing non calca mai la mano sul tema politico, riesce a calibrare una estrema grazia narrativa con un equilibrio di temi come chi per professione pesa e confeziona stimmi di zafferano.
C’è un racconto di etologie di animali nel bellissimo Storia di due cani, c’è un racconto di un indigeno poligamo che ha impensabilmente un finale quasi da giallo, e altri racconti di gelosie o di tradimenti dai colori trasversali, di bianchi e di neri.
Ed episodi del mondo dei bianchi coloni che fanno comunità come un mondo a sé, distinto dagli indigeni che lavoravano nelle fattorie, estranei loro quanto gli alberi e le rocce:
nera massa amorfa, ora più densa, ora meno, in continuo movimento come uno sciame di girini, composta di esseri senza volto capaci soltanto di servire, rispondere
Da sfondo una natura difficile, del tutto fuori cartolina, dove domina il bush: pianure e altipiani di bassi cespugli spinosi e erba alta quasi quanto un uomo, e distese di acri di terra recintata e coltivata a mais, ondeggianti al vento come mare verde punteggiato di giallo, e al di là del confine fisico del bush urbanizzato si estendono le terre del governo, inesplorate e misteriose dove si dice scorazzino antilopi ghepardi, cinghiali babbuini, gruppi di cudù, prede, miraggi di partite di caccia all’alba.
Meravigliose le descrizione della notte africana, quel cielo tanto bello da far dolere gli occhi, di un azzurro immenso e profondo che si tinge di porpora e oro al tramonto, cosparso di stelle la notte e acceso da un freddo chiarore lunare.
Poi c’è il bellissimo racconto L’invasione delle locuste; non avrei mai pensato che si potesse provare un moto di tenerezza finanche questi temibili insetti, flagello di ogni coltura, ma tant’è, e Lessing riesce quasi a farci commuovere per una locusta:
Intanto il vecchio aveva tirato fuori una locusta che chissà come gli era finita in tasca e la teneva sollevata in aria per una zampa. “Hai la forza di una molla d’acciaio, eh, in quelle zampette,” mormorò in tono quasi divertito, osservandola. Poi, benché nelle ultime due ore egli non avesse fatto altro che distruggere locuste, calpestarle, metterle in fuga urlando, spazzarle e gettarle a mucchi nel fuoco, aprì la porta e con grande delicatezza, come se non volesse assolutamente farle del male, dischiuse le dita e la lasciò libera, affinché potesse raggiungere le compagne
Racconti che per bellezza e atmosfera mi hanno evocato quelli di Katherine Mansfield.
Doris Lessing una autrice poliedrica che amo molto, Nobel meritatissimo.