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Storia d'Italia #8

Storia d'Italia Vol. V

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Un trentennio cruciale, denso di avvenimenti e personaggi indimenticabili. Mazzini, Garibaldi, Cavour, i Savoia; le ''Cinque Giornate'' di Milano, le annessioni piemontesi, la resistenza borbonica...Un periodo fra i più controversi della storia italiana nel racconto preciso e appassionato di Indro Montanelli.

521 pages, Hardcover

First published January 1, 1972

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About the author

Indro Montanelli

279 books95 followers
Indro Alessandro Raffaello Schizògene Montanell (according to some sources Cilindro) (April 22, 1909 - July 22, 2001) was an Italian journalist and historian, known for his new approach to writing history in books such as History of the Greeks and History of Rome.

Unanimously considered one of the greatest Italian journalist of the 20th century, he was among the “50 press freedom heroes of the past 50 years” in the list compiled by the International Press Institute in 2000.

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Profile Image for Gauss74.
467 reviews95 followers
November 12, 2020
Per una di quelle strane coincidenze che si potrebbero scambiare per colpi di fortuna, ho finito questo capitolo della storia d' Italia di Indro Montanelli pochi giorni prima che la cosiddetta rivoluzione delle statue portasse alla ribalta dell'attualità quest'uomo di cultura tanto talentuoso quanto controverso. Controverso a dir poco: chi avesse una sia pur superficiale conoscenza di quello che questa persona ha fatto durante la sua partecipazione alla guerra d' Etiopia non potrebbe qualificarlo diversamente che un ignobile pezzo di. Ma di questo parlerò dopo.

Stiamo parlando della storia del nostro paese, in particolare dell' Italia del risorgimento. Un periodo che si dovrebbe vivere come il più importante ed il più glorioso, ed invece anche qui basta pensarci un attimo per capire al volo che per la stragrande maggioranza dei nostri connazionali non è così: perchè il processo di unificazione della penisola non è di certo stato un processo glorioso, ed ancora meno un processo italiano.
Con questo libro il giornalista toscano racconta con dovizia di particolari perchè quest' avventura non è né gloriosa né italiana.

Siamo un paese ancora giovane, e quindi non deve stupire che gran parte della cronaca dell' unità sia ammantata da un'insopportabile retorica celebrativa, soprattutto se pensiamo a come quegli anni ce li insegnavano a scuola, per non scomodare la "Storia d' Italia a fumetti" di quell'altro genio formidabile del giornalismo (ma questo moralmente ineccepibile) che era Enzo Biagi. Ma la storia ha il dovere irrinunciabile di cercare la verità, e di squarciarlo quel manto. In questo senso, lo sforzo costante di demistificare, di rimuovere aureole, di descrivere ogni singolo protagonista principale (Cavour, Garibaldi, Mazzini) o secondario (Gioberti, Cattaneo, Pisacane e mille altri) nelle sue debolezze e nelle sue più o meno sconce motivazioni, è non solo apprezzabile ma chiarificatore.
La passione di Cavour per il gioco d'azzardo o l' ego smisurato di Vittorio Emanuele spiegano di più e meglio la storia d' Italia che mille poesie celebrative di poetuncoli degli anni successivi.

L' unità d' Italia non è stato un processo italiano. Sembra un paradosso ed invece è una gran verità, e bisogna capirlo bene se si vuole capire anche tante debolezze delle Italie degli anni successivi, inclusa la nostra. Intanto bisogna dire che in un modo o nell'altro l' Italia unita si sarebbe comunque fatta. Perché a metà ottocento il modo di far politica di Metternich e del congresso di Vienna era decrepito; perchè la nazione più potente del mondo per distacco (l' Inghilterra) voleva una media potenza al centro del Mediterraneo mentre Lesseps si preparava a tagliare l' istmo di Suez; perchè le grandi potenze europee se si esclude il declinante impero austro ungarico erano una anglicana, una luterana ed una ortodossa ed quindi il potere temporale del papa (il più grande nemico dell' unità politica dell' Italia) era condannato a morte; last but not least, la Francia, il paese cattolico più grande tra quelli coinvolti nelle vicende italiane, era caduta nelle mani di Napoleone III: il sovrano nato dalla rivoluzione francese, dal liberalismo, per opportunità politica e vocazione nemico feroce del feudalesimo austriaco.

Come si vede, neppure una tra le cause scatenanti dell' unità era italiana. Ed allora, quelle energie di pensiero, quelle morti tanti tragiche quanto patetiche, quel vuoto eroismo? Servivano a decidere non se ma COME l' Italia si sarebbe fatta. Al netto di teorie politiche superate dagli eventi (quelle carbonare) o più o meno deliranti (socialismi utopistici, neoguelfismo) che se non avessero generato la morte di tanti giovani ci sarebbe da riderci sopra, lo scontro ideologico su come l' Italia dovesse nascere era tra Liberalismo e Socialdemocrazia, tra Cavour e Mazzini.
Se consideriamo che quello era il secolo del Liberalismo per eccellenza e delle monarchie costituzionali (tutte le repubbliche ottocentesche sono di breve durata), è anche ovvio che questo braccio di ferro lo dovesse vincere Cavour, ma anche qui Montanelli ci consegna delle considerazioni molto preziose.

Il liberalismo vince non solo perchè l'unificazione del nostro paese era per forza di cose un evento continentale e quindi aveva bisogno del consenso delle grandi potenze, ma anche perchè le due ideologie si sposavano con le caratteristiche politiche e sociali del nostro paese in modo ben diverso. Il liberalismo è sempre stato, oggi come allora, un' idea politica fortemente unificatrice, la socialdemocrazie è sempre stata, oggi come allora, un' idea politica fortemente divisiva.

Ancora oggi il blocco di centro destra è granitico nell' obbedienza al capo di turno (se poi confrontiamo Salvini o Berlusconi con Cavour vengono da trarre sconfortanti conclusioni, ma questo è un altro discorso) esattamente come allora. Questo non solo per il fatto che strutturalmente un pensiero conservatore è alla ricerca di un capo carismatico, ma anche perchè di fronte alla minaccia rivoluzionaria delle masse agricole affamate e del proletariato che in quegli anni nasceva, di fronte alla inevitabile fine del conservatorismo medievale, tutti i ceti che avevano qualcosa da perdere (dai latifondisti più retrogradi fino ai nuovi industriali) si sono compattati nelle fila del politico più abile e più moderno. Il liberalismo moderato di Cavour, appunto. Giuseppe Tomasi di Lampedusa ci ha scritto sopra quel capolavoro che è "Il Gattopardo", su questa compattazione.

E dall'altra parte? L'esatto contrario. Dalla carboneria a Mazzini tutto un disgregarsi di partitini e movimentucoli in guerra l'uno contro l'altro in un modo ancora più feroce che non contro l'oppressore austriaco o l'avversario sociale, per contendersi la palma di rappresentante del popolo.
Il fatto che ora come allora la sinistra sia sempre stata contigua con l' anarchia (persino Lenin cercherà l'alleanza con gli anarchici), lo spiega benissimo, ma il punto non è questo.

La cosa che fa ridere per non piangere è che nessuno di questi pseudo anarchici che mai una volta riescono ad organizzarsi, si accorge che in realtà il popolo non veniva rappresentato un fico secco. Alle masse non interessava l' Italia libera, una e repubblicana. Interessava non morire di fame, non vedere morir fame i propri figli. Interessava avere un pugno di terra da poter chiamare proprio. Mai, assolutamente mai, al movimento rivoluzionario italiano, né a quello liberale (il che è ovvio) né quello democratico (il che è paradossale) è interessato qualcosa di cosa pensasse la povera gente. Ed è da qui che nasce la disaffezione degli italiani per il proprio paese, quel sentimento di sentire la disobbedienza con qualcosa di legittimo, il vedere le istituzioni (dai carabinieri al comune) come un nemico. Altro che casta. Dallo statuto albertino a Giuseppe Conte, la classe politica italiana è sempre stata casta e lo sarà sempre, semplicemente perchè a quel modo l' Italia è stata fatta.

Con l' importantissima eccezione della dittatura siciliana di Garibaldi, al quale invece dei contadini importava eccome. E infatti con l' Italia del suo tempo non c'entrava assolutamente nulla. Un generale dalle eccezionali risorse tattiche e dallo sfolgorante carisma ma politicamente ignorante come una capra. Mazziniano fino al midollo che per esasperazione si mette volontariamente agli ordini di Cavour, incattivito dalla litigiosa e sanguinosa inconcludenza dei partitucoli di cui sopra. Salvo poi, quando in Sicilia una rivoluzione democratica comincia a farla davvero, costringere Cavour e Vittorio Emanuele a traversare l' Italia di corsa per venire al sud ad impedirglielo, lasciando le speranze degli ultimi nelle mani di quelli che diventeranno il brigantaggio e la mafia.

ecco quindi che la lucidissima lettura di Montanelli ci spiega perchè l' Italia fu fatta alla maniera liberale, ci spiega perchè il popolo italiano ancora oggi è così indisciplinato e poco legato al suo paese, ci spiega tanto del modo di far politica della democrazia di oggi che è così simile rispetto a quello di allora (le pagine che descrivono le trame di Cavour ai tempi di Plombierès sono impressionanti).

E' un libro sommamente utile per capire bene sia il risorgimento che l'Italia di oggi, ma che va letto con attenzione. Perché non bisogna mai dimenticare che è un fascista che sta parlando.
Non mi stupisce quell'aria di disprezzo e di inconcludenza che aleggia sulla descrizione delle attività parlamentari, non stupisce nemmeno la sottolineatura marcatissima dell'esclusione delle masse dal processo unitario. Perché il primo a coinvolgere le masse, il primo a rendere efficiente il processo legislativo, fu Benito Mussolini. E non importa se ha coinvolto le masse per ipnotizzarle, ingannarle e schiacciarle, non importa se l'efficientismo del regime fu solo una farsa che costò una serie troppo lunga di sanguinosi omicidi che ha portato al'annientamento della libertà. Di tutto questo a Indro Montanelli importa assai poco.

Così come assai poco gli importa dell'aspetto militare e delle vittorie (poche) e delle sconfitte (tantissime) che sul campo i nostri giovani di allora hanno dovuto affrontare per unire l' Italia. La parte militare viene affrontata con una trascuratezza non degna di un grande giornalista, l'esercito sabaudo vi appare di sfuggita e per dirne male. Pare quasi che per Montanelli l' Italia si sia unita NONOSTANTE le guerre di Indipendenza (il che, visto il periodo storico, può anche esser in parte vero, ma sicuramente ingeneroso.) Si capisce bene se si pensa che per la destra estrema il 20 Luglio sarà sempre un tradimento della corona, e se si pensa che il posto di Mussolini fu preso nientemeno che dal Generale Badoglio, che impersonava l' esercito sabaudo e la sua fedeltà al re e non al fascismo come nessuno.

L'imbarazzata reticenza del giornalista toscano riguardo alla spedizione dei mille secondo me è tutta fascista. Non ci può essere per una storiografia di destra uno scandalo ed una croce peggiore di Giuseppe Garibaldi. Un rivoluzionario anarcoide, socialista e mazziniano, che con virtù guerresche incredibili, in camicia rossa (!), con l'aiuto della flotta della perfida albione (!!) porta a termine una impresa che ha del romanzesco, stabilendo una dittatura socialisteggiante (!!!) tale da spaventare tutte quante le classi dirigenti del regno, sia aristocratiche che liberali, sia dell'agricoltura che dell' industria. Ci stupiamo se una componente importante della resistenza antifascista si chiamerà Garibaldi? Ci stupiamo se questo eroe sia così inviso alla penna di Montanelli (che resta una mente troppo onesta e troppo brillante per non trovare il modo di dirne male dicendo la verità?)

Sottolineando il fatto che questo libro è meglio leggerlo che no, perchè fornisce strumenti davvero molto utili per capire l'Italia anche di oggi (che Montanelli NON ha visto: il libro è degli anni settanta), spendo due righe sulle statue. E' lecito erigere statue a personaggi così controversi, che hanno commesso azioni vergognose come quelle di Montanelli durante la guerra d' Etiopia?
Io non lo avrei fatto, ma nel caso specifico sono un moderato. Abbiamo fatto ben di peggio (abbiamo celebrato e tuttora celebriamo dei cazzoni criminali come Rodolfo Graziani, per dire), ed occorre pensare a che periodo era quello. Montanelli era giovane, indottrinatissimo ed immerso in una cultura che celebrava la guerra, la violenza, la mascolinità cazzona ed ignorante al massimo. Non poteva in nessun modo rendersi conto di quel che stava facendo allora, semmai gli va rimproverato di non aver sconfessato le proprie azioni nei decenni successivi. Ma forse proprio la sua granitica ed indiscutibile onestà intellettuale gli ha proibito di farlo.

Come ogni uomo ha le sue ombre, e come ogni grande uomo è stato grande nel bene come nel male. Leggiamo nelle scuole le opere di mostri come il Marchese De Sade, o Gabriele D'Annunzio: e nessuno ne mette in discussione il valore artistico, che merita il ricordo. Nella piazza di Cavriago (Reggio Emilia) campeggia il busto di Lenin, che in fatto di sangue sta a Montanelli come un drago a sei teste sta ad un cardellino (anche in fatto di grandezza storica vale questa proporzione, giova dirlo).

Se cerchiamo la perfezione, tanto vale darsi all'iconoclastia e rimuovere ogni monumento celebrativo da tutte le nostre piazze, laddove invece il problema serio non è tanto la celebrazione, quanto la mancanza di consapevolezza, l'ignoranza dilagante. Quindi il problema delle statue è mal posto, a mio avviso. Le persone grandi vanno raccontate, non solo celebrate.
Montanelli è stato un fascista? Fino all' ultimo? Certo. Ha portato avanti in Etiopia una usanza primitiva, pederasta, schiavista e quasi pedofila? Sicuro, e va denunciata fino in fondo. Ma occorre anche ricordare che è stato un grande uomo di cultura, e di una onestà intellettuale quasi cristallina. Anche questo occorre ricordarlo.

Post Scriptum: se pensate di imbrattare il busto di Lenin a Cavriago, sappiate che rischiate la vita. A vostro rischio e pericolo.
Profile Image for Ivan.
361 reviews52 followers
October 8, 2021
Si può storcere il naso verso la Storia d'Italia di Montanelli e forse anche con un po' di ragione se la si confronta con opere come quella di Candeloro. Ho voluto solo divertirmi leggendo la sua Storia, e il vecchio Montanelli, oggi (come ieri) tanto esecrato, mi ha veramente divertito, se per divertimento intendiamo aver gusto a leggere. Sì, è un libro gustoso, non sarà profondo per scienza e critica ma dà piacere leggerlo; e io da un libro chiedo anche questo: il piacere. Punto e basta.
Profile Image for Mattia Ravasi.
Author 7 books3,854 followers
April 23, 2021
Scorrevolissimo e coinvolgente, molto umano ma mai patetico, sempre spietato nell'analisi di eventi e personaggi e decisamente lucido nel trattare certi problemi fondamentali che tuttoggi ammorbano il paese. C'è molto su cui essere d'accordo o meno (com'è inevitabile, considerato quanto "forti" siano le opinioni esposte), ma è senz'altro una storia molto stimolante.

(Ciò detto, ai giardini, mi sembra doveroso cambiar nome anche a me).
Profile Image for Roberta.
1,412 reviews129 followers
June 17, 2015
Questo è il primo libro della Sfida dei Libri non letti

Alcuni passi interessanti dal libro di Montanelli:

“Su questa camicia si sono ricamati romanzi. Ma la sua storia invece è molto semplice, addirittura prosaica, e assolutamente priva dei sottintesi ideologici che le sono stati attribuiti. Da buon soldato, Garibaldi era convinto che per trasformare degli uomini in combattenti una divisa non basta, ma ci vuole. La Legione non aveva soldi per distribuirne. Ma in quel momento una fabbrica di Montevideo, che produceva grembiulotti rossi destinati ai saladeros, cioè ai macellai argentini, non potendo più smerciarli dato lo stato di guerra fra i due Paesi, dovette venderli sotto costo. Garibaldi approfittò dell’occasione per incettarne una cospicua partita. E fu così, per pure ragioni di economia, che nacque la sua famosa uniforme.” (Indro Montanelli, L’Italia del Risorgimento, pag. 212)

“Come tutti i regimi volti unicamente a garantire l’ordine, quello di Ferdinando mummificò il Mezzogiorno aggravando irrimediabilmente il suo ritardo sul Settentrione e creando i presupposti di un disordine di cui l’Italia non ha ancora cessato di pagare il conto.” (ibid., pag. 280)

“D’Azeglio diceva che il vero Vittorio Emanuele era morto a Firenze bruciato nella sua culla quando aveva due anni, e che colui che ne aveva preso il posto e ora saliva sul trono era il figlio del macellaio fiorentino Tanaca che, avendo la stessa età del piccolo Principe, gli era stato segretamente sostituito.” (ibid., pag. 287)
Leggenda smentita da Montanelli poche righe dopo, causata dalla differenza di carattere tra il padre Carlo Alberto e il figlio Vittorio Emanuele, che era “franco, schietto, manesco, prepotente, grossolano negli scherzi, coraggioso, fanfarone, smanioso di moto d’azione e di aria libera” (ibid., p. 289), nonché donnaiolo ed insofferente allo studio e all’etichetta di corte.

“C’è, di questi tempi, in una lettera – anch’essa in francese – di Michele alla moglie, questo ritrattino di Camillo: «Nostro figlio è un ben curioso tipo. Anzitutto, ha così onorato la mensa: grossa scodella di zuppa, due belle cotolette, un piatto di lesso, un beccaccino, riso, patate, fagiolini uva e caffè. Non c’è stato modo di fargli mangiar altro! Dopodiché mi ha recitato parecchi canti di Dante, le canzoni di Petrarca, la grammatica di Corticelli, Alfieri, Filicaja, Ortis. E tutto questo passeggiando a grandi passi in vestaglia, con le mani affondate nelle tasche». Tale era il giovane Cavour: estroverso, animato da una dirompente vitalità, ingordo di tutto, e non soltanto di cibi, donnaiolo, e accanito giocatore di whist e di goffo.” (ibid., p. 315)

(Dopo il fallimento della rivolta a Napoli capeggiata da Carlo Pisacane, che si uccise, Montanelli parla della sua compagna, Enrichetta) “Ma sul piano umano, la vera e più grande vittima fu Enrichetta. Di Carlo non le rimase nulla, nemmeno un riverbero della sua gloria, quando la pubblicazione dei suoi scritti postumi lo rivelò anche saggista politico originale e di alto livello. Schedata dalla polizia non come la vedova, ma come la «druda» di Pisacane, tutti si dimenticarono di lei, che appassì in solitudine vivendo unicamente di sua figlia e dei suoi ricordi.” (ibid., p. 397)
Profile Image for Antonio Gennarelli.
11 reviews1 follower
February 3, 2019
È anche la sua storia, di Montanelli, come scrive Sergio Romano introducendo il lettore a questo romanzo storico. E si sente terribilmente, nella quasi intimità con cui si guarda ai suoi protagonisti. Si ha la sensazione che l’epopea ci sia stata, una commedia a tinte risorgimentali che contrapponeva e contrappesava personalità forti, raramente unite se non da necessità tattiche. Eppure l’obiettivo, strategicamente parlando, era uno: realizzare il Risorgimento, realizzare l’Unità. Su come farlo, nessuno era d’accordo. E Montanelli spende la sua prosa e la sua penna in tal senso, mettendo a nudo queste personalità forti che hanno fatto l’Italia ma a modo loro. Più che leggere la Storia, sembra si stia ascoltando una storia avvincente e umana, che di eroico ha il coraggio di moltissimi uomini, i figli della Patria, ma che hanno contribuito anche a farla.
Profile Image for Felice D. .
57 reviews2 followers
June 9, 2019
Scritto benissimo, va via che è un piacere e affronta in modo completo ma non scolastico un momento fondamentale della nostra storia, ancora poco conosciuto (nel dettaglio che meriterebbe) anche da persone colte e critico per capire l’Italia di oggi.
Il solo punto che il lettore deve tener presente è che Montanelli visse in periodi storici relativamente vicini ai fatti raccontati e i suoi giudizi personali (molto diretti e piuttosto netti) potrebbero essere stati influenzati dalle esperienze storiche della sua giovinezza (difficile capirlo per me che non sono uno storico).
Ma in ogni caso questo libro offre una prospettiva storica che vale la pena leggere e una completa panoramica sui fatti del rinascimento.
Profile Image for Davide Tierno.
228 reviews4 followers
December 3, 2019
Montanelli analizza un momento fondamentale della storia d'Italia, quello in cui l'Italia è stata fatta. L'analisi è lucida come sempre, priva dei fronzoli e dell'agiografia dei personaggi tipici della storiografia "mainstream" che ha idealizzato, a fini politici e di propaganda, le vicende risorgimentali. Montanelli evidenzia in modo chiaro tutti i problemi che all'epoca furono "creati" o tralasciati e che affliggono ancora l'Italia di oggi. Lo fa senza peli sulla lingua, riconoscendo meriti e demeriti a tutti, a partire dai tre indiscussi protagonisti dell'epoca: Mazzini, Garibaldi e Cavour.

Leggo che i libri ebbero un grande successo all'epoca (negli anni 70). Vista la situazione odierna, mi chiedo se qualcuno ci abbia capito veramente qualcosa, dopo averli letti.
Profile Image for Ratratrat.
617 reviews8 followers
October 15, 2021
Da ragazza li leggevo con entusiasmo, riletti col senno di poi mi hanno entusiasmata di meno
11 reviews
January 19, 2024
Ho letto vari interventi di Montanelli, soprattutto articoli giornalistici, e di lui ho sempre apprezzato la spiccata capacità di evitare in ogni frangente il salamelecco giornalistico così comune (e abusato) nella stampa italiana. Questo tomo non cede al revisionismo adorante che spesso permea le cronache storiche dei secoli precedenti, le quali pullulano di eroi (i vincitori) e di fetecchie (i vinti): senza difetti i primi, censurabili e ostili i secondi.

Qui Montanelli non fa eccezione, e sebbene traspaia una discreta ammirazione per la figura di Cavour, emergono allo stesso tempo tutte le lacune di Garibaldi (più d'azione che di penna), Mazzini (idealista che non capisce nulla di uomini) e tanti altri, la cui umanità arriva sempre un attimo prima del loro peso storiografico.

Lo stile narrativo di Montanelli è semplicemente inarrivabile. Certo, è un libro per chi come me ha bisogno di farsi (o rinfrescarsi) un'idea del periodo e di conoscere il lato umano dei suoi protagonisti. Immagino che non possa essere classificato come un libro "tecnico" sull'argomento, e a quanto capisco neanche aveva pretesa di esserlo.

Invoglia senza dubbio a leggere quello prima e quello dopo.

5 stelle, perchè invogliare a girare pagina per capire come (e se) Cavour supererà l'ennesima crisi di un governo in carica 200 anni fa, le merita.
Profile Image for Ludovica Diroma.
69 reviews2 followers
March 26, 2024
Il personaggio di Montanelli è estremamente controverso e non riesco a consumarne i contenuti senza connetterlo al suo acquisto di una sposa minorenne eritrea senza mai mostrarne rimorso.

Il libro in sé mi è sembrato interessante, non leggendo saggi storico difficile mantenere l’attenzione alta costantemente ma la scrittura è comunque appassionante.

Un ottimo ripasso di come è stato formato il paese e di sicuro mi sono rimasti diversi elementi salienti, come il ruolo di Pio IX e le diverse correnti rivoluzionarie a contrasto tra di loro.

Mi ha molto copito questa citazione “ Il contrasto tra i due era insanabile perchè entrambi erano nel vero. Lo era Cavour quando diceva che l’Italia non potevano farla i pochi Italiani che la volevano, perchè dietro di loro non avevano le masse popolari. E lo era Mazzini quando diceva che un’Italia fatta con la diplomazia e le armi straniere era inutile farla perchè con quel mastice non avrebbe tenuto. I fatti dovevano dimostrare che avevano ragione entrambi. L’Italia si fece come aveva voluto Cavour perchè non c’era modo di farla altrimenti. Ma il mastice si rivelò debolissimo, come aveva previsto Mazzini.”

Continuo però a chiedermi se un libro sul Risorgimento scritto da un autore meno controverso non avrebbe lo stesso impatto senza il dilemma morale.
Profile Image for Vito.
51 reviews1 follower
August 9, 2020
È un monumento l’opera di Montanelli, forse un po troppo particolareggiata. È un racconto esaustivo di quello che successe politicamente dai primi dell’800 al 1861.

Manca qualche dettaglio, ad esempio sul fenomeno del brigantaggio e sulle lotte tra borbonici e piemontesi. Montanelli non è di parte, racconta fatti politici, astuzie personaggi che hanno fatto l’Unità.

Egli attribuisce le problematiche dell’Italia di oggi alle modalità con cui l’Italia si fece, e cioè grazie ai rapporti di moderati, quindi, di una borghesia che volle la nozione conforme ai propri interessi sociali senza tener conto delle esigenze del popolo.
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