Violetta Bellocchio ha trentaquattro anni e un buco nella memoria: tre anni cancellati, dai venticinque ai ventotto, perduti in un buco nero da cui emergono all'improvviso dolorosissimi flash. Tre anni da alcolista, da binge drinker. Una storia fatta di angoscia, di incontri sbagliati, ricoveri in ospedale, bruciature, svenimenti, del terrore di chiudere gli occhi per l'ultima volta. La dipendenza fa sentire "in ginocchio davanti a qualcosa che non capiamo", a un dio terribile che ha il potere di esaltare e di umiliare. "È difficile smettere perché è impossibile accettare che niente ci farà sentire mai più così", "tu non sei una fiamma, sei la fiamma; tu bruci. Tutta quanta te, passata e futura, prende fuoco". Comincia il lungo cammino della disintossicazione, quando tutti ti dicono che ce l'hai fatta e tu hai paura che basti un passo falso per rimandarti nell'abisso. Con terrore e pazienza, scheggia dopo scheggia, Violetta Bellocchio ricostruisce se stessa attorno a parole chiave che, come calamite, chiamano intorno a sé immagini e storie. Una lettura indimenticabile, in cui la sincerità è tagliente come la lama di un rasoio. Pagine che vibrano di dolore e che ci raccontano come liberarsi da se stessi non sia mai possibile, come ogni catarsi sia un mito pericoloso, come solo la forza di riconoscere il passato apra la porta a un futuro possibile, consapevole, migliore.
Fa paura sto libro. Non è consolatorio. Lo leggi e dici ok, io sono così, io ho pensato quelle cose, perché lei e non io? Poi si legge veloce, è ben scritto, ma soprattutto incatena. Vuoi sapere, ma il bello è che non soddisfa nessuna curiosità morbosa: omette, anche se le racconta, tutte le parti "della degradazione". Niente romanzetto con la storia del senso di colpa, eppure c'è. Poi ci penso meglio, a come dire queste cose.
Il libro è scritto con lo stile da blog confessionale anni 2000, e leggerlo oggi fa specie perché è legato soprattutto a quel periodo, cioè era già fuori tempo massimo quando è stato pubblicato. La retorica e la prosa sono spesso autoindulgenti. Fa un uso spericolato del termine “privilegio”, senza mai mettere in discussione il proprio. Questo non guardarsi mai davvero da fuori, rivoltandosi nell’autocommiserazione, è comprensibile in un diario privato, ma in un libro destinato al pubblico a volte diventa un problema. Lo stile segue la stessa dinamica, piena di vezzi.
Vorrei distinguere tra cosa racconta il libro e come lo racconta: l’esperienza narrata non merita di certo cinismi, posso capire ed empatizzare. Ho però trovato irritante l’epica che la scrittrice si sforza di costruire attorno al suo alcolismo. Non guarda il problema che illustra con la lucidità che crede di avere; la storia mi è sembrata ancora piena di quegli orpelli che ci riempiono la testa quando dobbiamo infiocchettare per noi stessi il racconto della nostra vita. In questo senso mi è parsa una scrittura da diario personale: manca lo sforzo successivo, il tentativo di rimettere tutto in discussione per consegnarlo a chi legge da una prospettiva nuova. C’è tanto autocompiacimento, anche se è mescolato all’autodenigrazione. Sono due poli entrambi inutili in questo tipo di letteratura, secondo me andrebbero abbandonati.
Un libro doloroso per me per le tematiche che affronta. Mi ha fatta sanguinare. È una storia vera, sconvolgente, che dà fastidio, che fa stare male ma è una testimonianza preziosa e coraggiosa, che ho apprezzato molto per la schiettezza.
Questo libro tradisce la famiglia da cui proviene. Sembra di assistere alla sbobinatura di una pellicola in cui ogni immagine viene proiettata sullo schermo. Ha un estremo dominio del linguaggio e della forma e ci sono molte indicazioni in tal senso. Tante sono le frasi che ho sottolineato perché bucano le pagine e – sia ringraziato Iddio – sono quanto di più lontano ci possa essere dai cliché o dagli abbinamenti ormai inflazionati. Parla di sé come se si volesse rendere antipatica a tutti i costi, ma se si va più a fondo si capisce che non è così. È un effetto voluto è intenzionale perché l’altra “lei” sono tutte quelle donne che soffrono/hanno sofferto di questa dipendenza. Nasconde (ma neanche tanto) un’invettiva contro il Paese che sottovaluta questo problema, o perlomeno lo tratta diversamente da quello maschile. Non a caso, l’abbattimento della quarta parete, che di norma non si dovrebbe MAI applicare, qui è estremamente funzionale. Usa il proprio corpo in modo letterario, senza volere che gli altri la commiserino. “La luce si spegne, lì sta il senso. Non ricordare.” Eppure, ricorda tutto in modo lucido, talmente lucido che la memoria fisica mi ha ricordato le Madeleine di Proust.
Che bomba. Che botta. Quello che lascia senza fiato è l'assoluta, lucidissima mancanza di qualunque tipo di autocommiserazione. L'autrice è spietata con se stessa e con la propria storia, non lascia spazio a pietismi, non cerca la simpatia del lettore: questo non è un libro facile o piacevole da leggere, ma proprio per questo merita di essere letto fino in fondo.
Buon libro, ma. Meglio di così non so dirlo. Mi è piaciuto, coinvolgente, originale, ben scritto. Mi rimane la sensazione che manchi di qualcosa, ma non riesco a mettere a fuoco cosa.
non è decollato e mi ha fatto solo male. a tratti mi ha fatto... ribrezzo ma senza spiegare perchè. quasi a voler essere disprezzata per forza. no,mi aspettavo altro. non l'ho trovato, ho abbandonato. un "libro - verità" mal riuscito, scomodo, antipatico. come quelle persone che vogliono per forza starti antipatiche, diventano moleste e fanno pena. ecco!