Mentre leggevo commentavo che questo romanzo è praticamente il prodotto del love child fra Fabio Volo e Sveva Casati Modignani, e giunta alla fine di queste interminabili, noiosissime 294 pagine resto ancora di quell'opinione. D'altronde, le caratteristiche principali di entrambi ci sono tutte. Da Volo, la McCullough ha preso il parlare per frasi fatte e la superficialità nella costruzione dei personaggi, che rifuggono urlando istericamente di fronte a qualsiasi idea di originalità (e questo malgrado il romanzo si fregi di essere pieno di personaggi "pittoreschi", tutti con qualche caratteristica strana inserita al solo scopo di scioccare il lettore e fargli esclamare "oh, quanta gente bizzarra!", senza che queste bizzarre caratteristiche in realtà influiscano in alcun modo né sulla caratterizzazione dei personaggi stessi né, in larga misura, sulla trama), oltre a una straordinaria quanto incomprensibile fissazione per la cacca e la pipì, mentre dalla Sveva Casati Modignani ha preso la pretesa di scrivere un romanzo di stampo femminista quando in realtà la condizione della donna resta sempre e comunque legata alla quantità di cazzi che riesce a guadagnarsi nel corso della vita.
Un giorno gli scrittori (uomini e donne in egual misura) impareranno che la promiscuità sessuale di una protagonista femminile non basta, di per se stessa, a trasformare detta protagonista femminile in una figura indipendente, emancipata e moderna. Non basta perché nella vita di una donna c'è altro, oltre agli uomini, e affermare la propria indipendenza da loro (specie se sotto forma di quanti riesci a portartene a letto) non ti rende una donna indipendente a tutto tondo.
Proprio in quest'ottica, peraltro, ho trovato veramente poco azzeccato che, alla fine della storia, il deus ex machina definitivo permetta ad Harriet di lasciare il lavoro per vivere nell'agiatezza con soldi guadagnati da qualcun altro prima di lei. Un lavoro che Harriet stessa, per tutto il romanzo, ha sempre detto di amare, diventa improvvisamente irrilevante, sacrificabile, di fronte al rientro nel ruolo di madre per la piccola orfana della sua ex padrona di casa. Per quanto sia innegabile che Harriet sia una figura di madre un po' sopra le righe (come d'altronde lo era stata anche la signora Delvecchio Schwartz), il fatto che Harriet rinunci al lavoro e alla carriera con così tanta leggerezza, senza nessun tipo di riflessione, come fosse una cosa dovuta e automatica in seguito all'essere entrata in possesso di una enorme somma di denaro, è veramente fastidioso.
Per il resto, il romanzo è banale, mal costruito, sbilanciato. Ben più della prima metà si spreca dietro la conta dei maschi che passano da camera di Harriet (o che Harriet vorrebbe passassero dalla sua camera), e dietro il ridicolo psicodramma della migliore amica di Harriet, Pappy, delle cui vicende onestamente non frega niente a nessuno, e che pure catalizzano tutto il narrato per almeno una sessantina di pagine. La vera storia comincia a quasi ottanta pagine dalla fine, e quando in effetti COSE cominciano ad accadere la lettura comincia a scorrere un po' più velocemente - il che non vuol dire che, però, sia piacevole.
Infine, Harriet è una delle protagoniste più insopportabili che io abbia mai incontrato nella mia più che ventennale carriera di lettrice. Vi basti sapere che inizialmente credevo avesse intorno ai sedici anni, il che almeno avrebbe giustificato il suo comportarsi e parlare come un'oca tradotta male negli anni '90 (e questo malgrado il romanzo sia ambientato negli anni '60 e sia stato pubblicato nel 2004, mistero della fede), oltre al suo infantilismo, alla piattezza dei suoi ragionamenti, alla sua fissazione per il sesso e alla sua scarsa considerazione del resto delle donne intorno a sé al di là degli sparuti esemplari ai quali ha concesso di entrare nelle sue grazie. Scoprire che si trattava in realtà di una laureata ventunenne e pronta per andare a vivere da sola mi ha veramente sconvolta.
E questo è il proverbiale quanto. Chiudo la recensione con una nota di tristezza derivata dal fatto di essermi lasciata abbindolare dalla quarta di copertina che prometteva progressismo e un parco personaggi interessante e divertente: nessuno mi ridarà indietro i tre euro spesi quel giorno alla libreria dell'usato in cui ho acquistato la mia copia, e - quel che è peggio - nessuno mi ridarà indietro gli ultimi otto giorni passati a leggere. Tragici inconvenienti del "mestiere".