Stavolta Jeffery Farnol, pur collocando la sua storia in piena reggenza, fa gentilmente il verso ai più celebri 'romanzi di viaggio e di formazione' settecenteschi, come 'Joseph Andrews' e 'Tom Jones' di Fielding, 'Humphry Clinker' di Smollett, 'Tristram Shandy' di Sterne, 'The Vicar of Wakefield' di Goldsmith e altri ancora, in una chiara dimensione meta-letteraria che distanzia e per così dire 'sterilizza' la narrazione. Tuttavia, il lettore non riesce a non affezionarsi al protagonista, un giovane di nobile famiglia e di elevata cultura (ma quanto greco e quanto latino sapevano questi maledetti britanni!) che, trovandosi senza un soldo, decide di gettare alle ortiche la sua inutile scienza e affrontare la vita a mani nude, praticando l'arte del fabbro ferraio e passando attraverso innumerevoli avventure e disavventure.
Ma - contrariamente a quanto capita all'omologo 'Cavaliere dalla trista figura' – alla fine dei giochi dovrà riconoscere che senza i suoi studi e i suoi libri, e senza la tanto vituperata educazione da gentiluomo, non sarebbe mai riuscito a salvare contemporaneamente la pelle e la morale, e non avrebbe avuto in premio la donna dei suoi sogni.