Trionfo della morte è un’opera fondamentale, perché da questo momento in poi sarà evidente l’influenza del pensiero di Nietzsche su quello di D’Annunzio. Come già tutti sappiamo, l’autore volgarizzò il pensiero di Nietzsche, riducendolo a solo forza, trionfo, volontà di potenza, vigore, odio per le cose banali, insomma, queste cose qui.
Trama: la narrazione è la più semplice ma allo stesso tempo la più confusa che io abbia mai affrontato.
Giorgio Aurispa, un ricco nobilastro abruzzese, vive la solita vita da dandy a Roma; tipico. È l’amante di una donna sposata, Ippolita Sanzio, che incontra segretamente. A un certo punto, Giorgio torna in provincia di Chieti dalla famiglia, che sta attraversando problemi economici a causa del padre, il quale spende i suoi soldi dandoli all’amante e indebitando moglie e figli. Giorgio, essendo il primogenito, è invitato da sua madre ad andare a parlare con lui, ma in quel momento il protagonista si rende conto della propria inettitudine e cerca di inventarsi delle scuse pur di rimandare il “momento adatto”.
Giorgio è invidiato da suo fratello Diego, con cui ha litigato pesantemente, perché ha ereditato il denaro dello zio Demetrio, morto suicida cinque anni prima. Giorgio continua a domandarsi il motivo che ha spinto lo zio al suicidio, colui che considera essere il suo “unico e vero padre”, e arriva alla conclusione che il mondo è banale, becero, che non vale la pena vivere. Escogita così un piano per commettere l’atto estremo e togliersi la vita. Sa già quando accadrà.
Nel frattempo, lui e Ippolita- la quale è riuscita a trovare un momento per sé, allontanandosi dalla famiglia- si trasferiscono nella casa dello zio Demetrio, affacciata sul mare. Passano l’estate in questo piccolo mondo agreste e bucolico, attraversando le gioie e anche le sofferenze della gente semplice, passando giorni di estasi come due eremiti. Ma, come ho appena detto, Giorgio ha già un piano e, nonostante l’amore che prova per la donna “Nemica”, la trascinerà con sé sul pendio.
Personaggi: questa volta ho davvero apprezzato la presenza della figura femminile protagonista, cioè quella di Ippolita. Non è più la povera e malata Giuliana dell’Innocente; al contrario, è una donna istintiva, fugace, una sorta di “new woman” che afferra con le unghie ciò che vuole. Non è una semplice femme fatale, è una vera e propria serpe, “Nemica”, come la chiama Giorgio nel bel mezzo del racconto. Lei fa paura all’uomo, e per questo lui attenta alla sua vita. Lei non si fa dominare, per questo deve essere soppressa. Finalmente scorgo un minimo di profondità.
Giorgio non si discosta tanto dai personaggi precedenti, direi che è per lo più una fusione tra Giovanni Episcopo e Tullio Hermil (il protagonista dell’Innocente), con un pizzico di Andrea Sperelli (Il piacere). Nulla da aggiungere.
Gli altri personaggi sono marginali e aggiungono il dramma necessario per far andare avanti la storia. Mi è piaciuta la descrizione della vecchia zia, che deve fare pena e ci riesce perché effettivamente D’Annunzio sa scrivere.
Stile: sul piano puramente formale ed estetico, nulla da dire. D’Annunzio è un vero e proprio poeta e ogni riga è una gioia per gli occhi. Non vedo l’ora di leggere le poesie degli anni giovanili!
Purtroppo però, almeno per ora, in lui noto tanto monologismo. Il che non è sinonimo di cattivo romanzo, affatto, ma in lui forse un po’ sì, perché la morale è sempre identica e ogni personaggio la pensa PROPRIO come l’autore. Spesso il narratore sembra D’Annunzio stesso (e no, autore e narratore in teoria non dovrebbero coincidere)! Non è neanche tanto onnisciente, è una sorta di narratore esterno con il focus sul protagonista, il problema è che sa per filo e per segno tutti i pensieri di Aurispa e li riporta alla lettera, in pratica solo i suoi. A questo punto fammi la narrazione in prima persona, no?
Conclusione: ho preferito l’Innocente.