Volume insolito, questo di Stefano Benni, comprende alcuni monologhi, riportati poi in uno spettacolo teatrale tenutosi al Teatro dell’Archivolto, a Genova, in cui giovani attrici hanno messo in scena monologhi inediti; ma anche poesie e due canzoni.
Un insieme di emozioni e testo che arriva come una frustata.
Nel primo monologo appare Beatrice che, stufa di aspettare il vate, scalpita dietro la finestra oltre la quale c’è il mondo. L’esser la musa ispiratrice non le basta più, anche perché…
Tanto gentile e tanto onesta pare…
Certo che il lettorato capisce che PARE sta per APPARE. Ma quelli del borgo San Jacopo, quando passo, li sento: “Guarda la Bea, la Beatrice Portinari… sai che c’è? Tanto gentile e tanto onesta… PARE”.
E giù che ridono. Bel servizio mi ha fatto, la Poiana canappiona.
Il testo de La Mocciosa è una fotografia impietosa dello squallore della società moderna.
La Presidentessa, invece, raccoglie l’accusa contro l’attuale classe dirigente italiana, spietata e cinica.
Cucinare mi rilassa quando ho dei problemi. E ne ho avuto, ultimamente! Questi operai, che incubo. Tremila ne ho, a libro paga. Sempre scontenti, sempre acidi, sempre pronti ad accusare. Le morti sul lavoro, ad esempio. Certo, nove in un anno, ma insomma, mica mille… cadono dalle impalcature… be’, l’hanno scelto loro di salire lassù… se facessero gli impiegati cadrebbero dalle scrivanie…
Suor Filomena è il pezzo comico, di un’indemoniata incallita.
Il monologo Attesa è intenso e vibrante. Da leggere tutto, provando per empatia le stesse emozioni della protagonista, descritte in modo perfetto dall’autore.
Vecchiaccia è il pezzo più intenso e più bello. La difficoltà nel vivere una vita fatta di violenza e di prove difficili. L’accusa contro i governi che hanno permesso la cancellazione di eredità storiche che come popolo ci siamo conquistate. La voglia di non cedere alla crudeltà dell’esistenza, continuando a punzecchiare gli altri con piccoli dispetti, tanto per ricordare al mondo che si esiste ancora.
Che ore sono? Non voglio saperlo. Le ore in cui si aspetta non hanno la durata del tempo quotidiano. La loro misura non è quella di un pendolo che oscilla regolare, ma quella di un cuore che batte, a spasmi e inciampi. Il tempo dell’attesa ti circonda, ti avvolge interminabile. (…)
Se mi chiedete quanti anni ho vi rispondo: che cosa ve ne frega. Mica diventate più giovani a chiedermelo e io neanche, a rispondervi. Io non ho età, sono come la mia dentiera, rido e digrigno in un corpo che non è mio, che è troppo diverso dalla mia anima, la mia anima non fa questa puzza, sa di mare la mia anima.
Volano è un racconto breve quasi onirico, delicato quanto un volo lieve. Ma anche spietato nell’inchiodarci alle nostre responsabilità, rispetto alla solitudine e all’abbandono.
E il vecchio ascolta quel piano lontano, un filo fragile di melodia, e annusa l’aria per capire da che parte viene la musica.
Mademoiselle Lycanthrope è ben scritto, ironico al punto giusto, ma forse è l’unico fra gli altri che ho trovato quasi banale.
Ottima prova d’autore.